Da Epolis di oggi
La marea nera, inarrestabile, che sta devastando le coste statunitensi del Golfo del Messico è una metafora della crisi di civiltà. Da un lato uno dei più grandi gruppi petroliferi mondiali – la britannica BP – ammette di non avere né tecnologie né mezzi per arrestare la perdita di 19.000 barili al giorno di petrolio in uno dei contesti naturali più belli del pianeta. Brancola nel buio, fallisce un tentativo dopo l’altro. Ora annuncia una nuova operazione a 1,500 metri di profondità, su cui il Governo federale esprime grandi timori. Dall’altro Obama, l’uomo che gli americani hanno voluto alla guida del Paese per cambiare indirizzo di politica economica, sociale e ambientale – per essere un po’ meno dipendenti dal petrolio, dopo le guerre scatenate dal suo predecessore, il texano amico dei petrolieri George W.Bush – si trova di fronte alla difficoltà più grande della sua presidenza. La politica manifesta tutta la sua impotenza, proprio perché ha appaltato da decenni a grandi gruppi privati il governo di beni comuni, come quel mare dove BP e altre concessionarie pompano petrolio a più non posso. Scrive il quotidiano statunitense più autorevole – il New York Times – che BP era a conoscenza della fatiscenza della piattaforma fatta affondare, e che ha consapevolmente sottovalutato i rischi a cui andava incontro. Si preannunciano iniziative giudiziarie e penali clamorose contro i responsabili di quella che è stata giudicata la peggior catastrofe ambientale della storia degli USA. E i cittadini, sempre più indignati, stanno a guardare la diretta televisiva che mostrano la fuoriuscita di greggio. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
La favola è finita. Dopo aver raccontato per due anni che, grazie alle virtù taumaturgiche del premier, l’Italia era al riparo della crisi, ora il Governo vara una manovra da 24 miliardi, senza precedenti negli ultimi anni. L’Italia rischia la bancarotta, e i mercati – i grandi poteri finanziari europei – chiedono lacrime e sangue. Berlusconi, respingendo il sacrosanto invito delle opposizioni a presentardi di fronte al Paese con un discorso di verità, manda avanti con non poco cinismo Letta e Tremonti (a quel che si dice protagonisti un durissimo duello sulla manovra) e poi, incassato il sì di Confindustria, della Cisl, della Lega, cerca di riaprire i giochi con Fini terrorizzato da un complotto di Tremonti per un governo di emergenza. Tutto questo sulle spalle dei cittadini. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
Peggio di così, il caso intercettazioni il Governo non poteva gestirlo. In partenza, infatti, sembrava godere di un consenso politico, e di un certo sostegno popolare un intervento legislativo volto a limitare gli eccessi evidenti che, spesso in una fase del tutto preliminare del procedimento giudiziario, hanno visto tirare in ballo persone rapidamente dimostratesi del tutto estranee a ogni rilievo penale; o gli eccessi evidenti di notizie fondate su questioni del tutto private, senza alcun interesse per le indagini, ma capaci di stuzzicare la curiosità dei più, e uno spirito assai diffuso da buco della serratura. Ma erano secoli fa. Visto che l’appetito vien mangiando, e che nel frattempo, soprattutto con l’ìnchiesta sul G8, si è aperta una voragine che ha già affondato un Ministro ,e che si appresta a fare altre vittime, i comandanti supremi del PdL – col dissenso aperto dei finiani, col malumore crescente della Lega, e con un fronte contrario assai compatto di editori, giornalisti, magistrati, poliziotti – hanno ben pensato di dare una stretta a questa legge, e di trasformarla in un vero e proprio bavaglio per l’informazione, e in una museruola molto resistente per chi compie le indagini (a partire da quelle sulla mafia, come il Procuratore Grasso, non incline a posizioni estremistiche, ha avuto modo di dire). Leggi il resto di questo articolo »
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E’ scomparso Edoardo Sanguineti, un grandissimo del 900
dal Corriere della Sera di oggi
Quel riflesso primordiale addomesticato dalla società Ma nel mercato planetario far ridere è arma di potere
L’uomo è l’animale che ride. So benissimo che molti etologi alla Lorenz, e una quantità di «-ologi» senza fine, sono pronti a smentirmi con infiniti argomenti. Ma devo confessare che, personalmente, inclino a schierarmi con quel saggio autore della vita del grande Gargantua, padre di Pantagruel (libro pieno di pantagruelismo, diceva), il quale, rivolgendosi ai propri lettori, ricordava che è meglio scrivere di riso che di lacrime, perché ridere è ciò che è proprio dell’uomo. Nel testo, Rabelais proclama, meglio e più precisamente, che appunto «mieux est de ris que des larmes escrire, pour ce que rire est le propre de l’homme».
Mi piace dire, e lo dico ad ogni occasione propizia, e anche quando propizia non è, che l’uomo nasce animale, e con molta pena e travaglio, suo e di chi lo umanizza, o si sforza di farlo, si fa umano, trasferendosi dalla sua naturale animalità alle sfere della società e della storia. Quest’operazione, per un groddeckiano come sono, dà risultati modestissimi. Ma l’orizzonte della cultura, che si giuoca per intiero tra Eros e Thanatos, non ha contenuti diversi. Chiunque abbia la pazienza di osservare un neonato, un bambino, un infante qualunque, sa perfettamente che un riflesso banale quale è il sorriso viene addomesticato, o vogliamo dire umanizzato, battezzandolo come sorriso. Che sia un effetto di mera soddisfazione digestiva, un segnale radicato più o meno in comportamenti gastrici, mi appare ipotesi ragionevole, e statisticamente diffusa. Chi ha voglia e pazienza, può impegnarsi anche nell’interpretazione di quel «risu cognoscere matrem », cui si esorta il «parvus puer» di Virgilio. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
La manovra economica lacrime e sangue, prospettata dal Governo in queste ore (un’operazione da 25 miliardi, che può essere realizzata solo con quelli che eufemisticamente vengono chiamati tagli strutturali), esplode nel dibattito politico nel momento più difficile, dall’inizio della legislatura, dell’attuale maggioranza. Dopo la rottura di Fini, infatti, si è configurata una questione morale – connessa agli sviluppi dell’inchiesta sul G8 – diffusa e incontrollata, una metastasi che sta colpendo organi vitali (sfiorando addirittura importanti settori del potere vaticano) e che non permette a Berlusconi di risolvere il problema parlando di toghe rosse. Egli stesso appare sorpreso e spiazzato dal grado di contaminazione che il sistema di potere costruito attorno alla sua figura ha oramai raggiunto. E tuttavia – in una fase di caduta di popolarità – anch’egli sa bene che è l’intero sistema politico, nessuno escluso, ad uscire agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica come delegittimato. L’indignazione (specie quando si tocca il bene più prezioso per gli italiani, la casa) è paragonabile a quella del 92-93, e si può infiammare in un attimo.
E qui viene la manovra economica. Come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, la crisi greca e la crisi europea – in particolare dell’Euro – espongono i paesi più in difficoltà. L’Italia ha un avvio di ripresa meno sostenuto rispetto a Germania e Francia, ha un rapporto deficit-Pil più basso rispetto a quello degli altri paesi importanti dell’Unione ma ha un rapporto debito-Pil storicamente elevatissimo, che ha ripreso negli ultimi anni a crescere. Nei primi quattro mesi del 2010, inoltre, in piena crisi, l’evasione fiscale è cresciuta del 6.7%. Come si fanno, allora, a prospettare tagli alle retribuzioni, alle pensioni, al welfare, alla scuola ? Questa è la benzina che può infiammare l’indignazione. A ben poco servono piccole riduzioni dei privilegi di politici e manager, se coprono un’operazione di questa natura. Ben venga invece una politica di redistribuzione: tassa sui grandi patrimoni, sui grandi guadagni in borsa, sulle speculazioni finanziarie (si pensi al caso della telefonia), e, sì, su grands commis pubblici e politici. Ben venga un contributo economico della classe dirigente del Paese: non un’elemosina. Ma per fare tutto questo il Governo e il premier hanno l’obbligo di un discorso di verità, mettendo da parte la propaganda. Se ci fosse, l’opposizione avrebbe per parte sua l’obbligo di avanzare una proposta concreta che tenga conto della rabbia profonda e sommessa che attraversa il Paese.
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Da Epolis di oggi
I nodi, com’era prevedibile, stanno venendo al pettine. La leggera superficialità con cui si era ritenuto che l’Unione Europea, e in particolare i paesi dell’Euro, fossero al riparo da rischi di default, dopo l’inizio, due anni fa, della grande crisi negli USA, è svanita all’improvviso, lasciando spazio a paure che evocano fantasmi del passato. Le immagini dalla Grecia, nei giorni scorsi, ricordavano più le rivoluzioni arancioni degli ex paesi comunisti che non la normale dialettica democratica dei paesi occidentali. Dietro quelle immagini c’è la vicenda di un Paese che ha corso nella crescita aumentando le ingiustizie, con una disoccupazione molto alta e un livello insopportabile di corruzione. In qualche modo l’anello più debole dei paesi dell’Euro, dopo il quale ce ne sono altri segnati da problematiche affini, a partire da Portogallo e Spagna. E l’Italia, in questa classifica, non è che stia benissimo. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
Da anni è in corso un rovesciamento del significato delle parole. Si dice “esportare la pace” per fare in realtà la guerra. Si dice “garantismo” per giustificare una società in cui solo i più svantaggiati vanno in carcere. Si dice “liberalizzazioni” per vendere ai privati l’acqua, il sottosuolo, lo spazio, i monumenti. E così non c’è da stupirsi se si dice “federalismo” per dividere e per separare. “Federalismo”, al contrario, significa unità: un patto forte, costituente tra realtà distinte che non intendono essere inglobate e omologate. Carlo Cattaneo ha dato la sua esistenza per l’Unità d’Italia, che avrebbe voluto giustamente federalista, federazione di stati. Democratico, considerava più arretrato e arcaico il sistema sabaudo piemontese, che poi ha invece prevalso. Cosa direbbe, Cattaneo, di Calderoli e dei leghisti che usurpano il suo nome per dividere l’Italia, è facile immaginarlo. Leggi il resto di questo articolo »
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Questo pezzo doveva uscire su Epolis il Primo Maggio, ma Epolis non è uscito per problemi con lo stampatore
Le polemiche, in molte città, sull’apertura dei negozi il 1° maggio, festa del lavoro, raccontano bene di questo tempo. La festa del lavoro, infatti, se ha da essere – e ha da essere, non fosse altro che per rendere onore ai lavoratori che si batterono per le otto ore, nella seconda parte dell’Ottocento – non può essere relegata ad una mera festività. Già, nella contemporaneità, il lavoro domenicale – giorno di riposo, di preghiera, di comunità familiare – è stato violato prepotentemente dalla logica dei grandi centri commerciali, degli outlet, dei luoghi del consumo di massa. Di domenica lavorano più precari, più sfruttati, più sottopagati rispetto ai normali giorni lavorativi. Ma che si pensi che la modernità nasca dall’apertura degli esercizi commerciali il primo maggio, la dice lunga sulla pochezza della cultura politica e dei valori di tanti esponenti e amministratori locali. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
A più di ventiquattr’ore di distanza, l’accadimento alla Direzione PdL si propone ancor più nella sua enormità. Non mi riferisco solo alle parole minacciose e quasi ultimative di Bossi – che sembrano suonare la campana a morto della legislatura -. Parlo del fatto che siamo in uno di quei momenti rarissimi della storia in cui anche il più fine analista fatica a capire le conseguenze di quanto succede: a capire gli effetti della slavina staccatasi, durante l’intervento di Fini e la replica di Berlusconi, giovedì scorso all’Auditorium della Scienza e della Tecnica. Avevamo salutato, nei giorni precedenti, la determinazione con cui il Presidente della Camera aveva proceduto alla riunione della sua area, pur conoscendo bene – in un contesto che ricorda un pò quello dei partiti di matrice staliniana – le reazioni che quel primo gesto avrebbe innescato. Ma nessuno poteva sinceramente prevedere la cristallina chiarezza con cui Fini ha posto il problema politico (la subalternità di Berlusconi alla Lega) e alcune dirimenti questioni di contenuto, a partire dai diritti fondamentali della persona violati dall’impostazione leghista e governativa sull’immigrazione. Ridurre quanto è successo a uno scontro personale non è evidentemente possibile: si scontrano due visioni del centrodestra, una liberale, repubblicana e democratica e l’altra plebiscitaria, populista, con venature reazionarie e estremiste. Con ogni probabilità molto presto le strade dei due protagonisti del duello dell’Auditorium si separeranno, e le possibilità di nuovi scenari politici o elettorali si fanno assai concrete. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
Eravamo stati fin troppo facili profeti, su queste pagine, a prevedere, dopo il voto delle regionali, l’inizio di una fase più complicata nella maggioranza di governo e, forse, nella vita politica del Paese. La vittoria personale di Berlusconi era stata infatti pagata a duro prezzo alla Lega, e il progetto PdL ne era uscito se non ridimensionato, di sicuro ammaccato. La rottura con Fini è la conseguenza diretta di quell’esito: il premier pensa di avere ora la maggior forza possibile per mettere il Presidente della Camera in un angolo. Vedremo nei prossimi giorni cosa succederà, dopo gli stracci volati in diretta tv tra esponenti PdL delle fazioni contrapposte. Leggi il resto di questo articolo »
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