Ho assistito ad una parte dell’assemblea che ha segnato la nascita di Sinistra Italiana.

Vorrei qui, con chiarezza e libertà di pensiero -anche ascoltando e leggendo gli anatemi incrociati di queste ore- dire cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto, e dare due consigli.

Mi è piaciuta la passione di un popolo, lì riunito, alla ricerca di una comunità in cui credere.

Mi è piaciuta la generosità, almeno nelle parole e nei gesti fin qui visti, di alcuni dirigenti e di una forza politica come Sel, nel mettersi in gioco.

Mi è piaciuta la volontà di allargare il campo, non nel recinto di una nostalgica “cosa rossa”, ma in un contesto in cui bisogna innovare e cambiare.

Mi è piaciuto l’”orgoglio keynesiano”, con la visione antiliberista che anima quest’iniziativa. Leggi il resto di questo articolo »

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Nell’epoca in cui si è scritto e si è detto in modo un po’ precipitoso che il libro, come oggetto fisico, è destinato a scomparire, e che con la sua scomparsa tutta la cultura si smaterializza, esporre il manoscritto di un testo, come quello di Alessandro Manzoni sull’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla, è un atto politico. Qui, accanto ai busti dei grandi dell’Italia, il manoscritto di Manzoni è l’occasione di un’emozione inedita, per i parlamentari e per i visitatori, nel luogo dove si esercita la sovranità popolare della Repubblica. Leggi il resto di questo articolo »

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Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Articolo 49. Costituzione della Repubblica Italiana. Sta nella negazione di questo principio la ragione più profonda delle dimensioni della questione morale, rappresentate plasticamente da Mafia Capitale. Si fa fatica a stare dietro la cronaca, tanto racconta la degenerazione profonda e diffusa della politica. Ma il problema non si risolve solo togliendo le mele marce: non solo perché non si sa quante di sane rimarrebbero sull’albero. Forse tante, ma destinate ad ammalarsi anche loro. E’ la pianta che è malata. Leggi il resto di questo articolo »

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Da www.artemagazine.it di oggi

Tomaso Montanari, considerato dalla casta della cultura dei salotti benpensanti , la voce della verità sui beni culturali -non si capisce per quali meriti scientifici- nel suo recente libretto (“Privati del patrimonio”) ritorna, in una sorta di ossessione, su quelli che considera i grandi distruttori del patrimonio culturale, tra cui l’Associazione che presiedo e il sottoscritto. Il libretto, infarcito di dati imprecisi e superficiali, è la prova di cosa sia la doppia morale per certi rivoluzionari a parole. Leggi il resto di questo articolo »

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L’ultima settimana di gennaio sarà decisiva per il futuro del Paese. L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in un quadro di crisi profonda e di incertezza acuta dell’intero sistema politico, si carica di molte aspettative, di qualche ansia, di alcune speranze.

Tutto questo ha a che fare con la cultura, e con il posto che la cultura occupa nel Paese. Lo stesso Quirinale -fin dal 21 dicembre del 1999, alla vigilia del nuovo millennio, quando furono inaugurate grazie al Capo dello Stato le Scuderie restaurate da Gae Aulenti- è protagonista e motore della conservazione e della valorizzazione del patrimonio culturale. Talvolta in modo ineccepibile, qualche altra con interventi più discutibili. Giorgio Napolitano a più riprese, soprattutto nella parte finale del suo primo settennato e negli ultimi due anni, si è posto quasi nella posizione di un “superministro” della cultura, sollecitando il Governo a fare una scelta di investimento, e non di tagli, in tutto il settore.

Trovo in queste ore indecente la propaganda governativa sotto l’imponente e sconvolgente nudità del David di Michelangelo: con una piccola catastrofe comunicativa fisicamente si percepisce il nanismo politico dell’attuale leadership tedesco-europea, ammalata di un atteggiamento contabile, e la posizione un po’ guascona di chi, come il nostro Presidente del Consiglio, pensa di poter iscrivere il David al nascente Partito della Nazione.

Ma credere nella cultura come bene universale, e come grande opportunità richiede qualcos’altro. La propaganda strumentale attorno ai capolavori dell’arte si esaurisce; ricordo, tempo addietro, quel Consorzio del Prosciutto Crudo che aveva pensato di legare la propria fortuna alla medesima immagine. Richiede un lavoro faticoso, come quello che, non senza limiti, ha cominciato a fare Dario Franceschini in questi mesi. E richiede un incoraggiamento a quanti, fuori e dentro le istituzioni, operosamente si danno da fare per difendere e promuovere la bellezza e la cultura. Leggi il resto di questo articolo »

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L’11 gennaio, a Parigi, potrebbe essere davvero cominciata, sull’onda di un’imponente rivolta popolare, una nuova stagione democratica. Nel punto forse più basso di credibilità delle istituzioni europee, associate nell’immaginario collettivo a politiche di austerità insensate, di recessione e di disoccupazione, in un momento di fortissima delegittimazione della politica, e dei grandi partiti “storici” europei -a partire dalla sfiducia verso i socialisti in Francia-, le stragi jihadiste hanno svegliato da un lungo torpore la coscienza di milioni di persone. La politica, cominciando da François Hollande, ha saputo in queste ore interpretare con sentimento e umiltà le giornate drammatiche che ha vissuto la Francia e, con essa, l’Europa.

Perché e come questo sia successo è ancora presto per dirlo. Sicuramente l’attacco spietato alla cultura e all’arte -con la strage a Charlie Hebdo- e quello antisemita alla gente comune, all’Hyper Cosher di Porte de Vincennes hanno toccato corde profondissime nell’animo di milioni di persone. Leggi il resto di questo articolo »

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Georges Wolinski era un artista, uno dei giganti delle “bandes dessinées”, e della satira libera contro ogni Potere e contro ogni intolleranza. Di questa prodigiosa, nuova, magica arte del grande fumetto d’autore. Dagli anni ‘70 era in Italia tra gli autori più conosciuti, grazie a Linus e all’affermazione in quegli anni di questo nuovo fenomeno creativo.

Cabu, Charb, Tignous erano altri artisti, come Wolinski. Sono stati mitragliati, fucilati, abbattuti dal totalitarismo fondamentalista, e con loro altri nomi meno noti, che credevano nella cultura libera. E’ stato ucciso -come in un mattatoio, come alle Fosse Ardeatine- un poliziotto già ferito a terra.

Non voglio commentare la barbarie e l’odio distruttivo di questi nuovi nazisti. Voglio solo tornare a dire che il primo obiettivo delle dittature e dei regimi totalitari è quello di mettere a tacere la cultura. Di bruciare i libri. Di distruggere le opere d’arte, come i Buddah di Bamiyan o gli antichi manoscritti di Timbuctù.

Difendere e promuovere la cultura è oggi l’unica risposta vincente a questo orrore. Bisogna ricordarlo soprattutto a chi ha le responsabilità politiche e di governo.

Di tutte le superstizioni”, scriveva Voltaire nel Trattato sulla Tolleranza, “la più pericolosa è quella di odiare il prossimo per le sue opinioni”.

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Quando si viene a sapere che un milione di cinesi hanno comprato il biglietto aereo per venire in Italia in occasione dell’Expo2015, si comincia ad avere un’idea approssimativa delle dimensioni di questo prossimo evento internazionale. Sarà davvero il primo evento popolare dell’era della globalizzazione dei mercati, nel nostro Paese. La forza di questi numeri travolge anche le polemiche sugli scandali. Bisogna saper operare in modo sobrio e trasparente, anche nella prospettiva della candidatura italiana alle Olimpiadi del 2024: ma rinunciare a questi eventi sarebbe stato e sarebbe un atteggiamento suicida.

La verità è che nel mondo l’Italia -malgrado lo sforzo che in molti stanno facendo per compromettere ogni cosa- è il simbolo della bellezza (l’arte) e della qualità (il cibo, a cui l’Expo di Milano è dedicato). La forza propulsiva di questo messaggio universale sta nell’attualità del Rinascimento, vero e proprio inizio della storia moderna, e di una nuova civiltà globale. Leggi il resto di questo articolo »

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Il “governo amico” precetta i ferrovieri per uno sciopero generale indetto un mese fa, che non ha nulla di selvaggio. Estremisti di ogni tipo possono agire indisturbati, il sindacato confederale deve subire da Maurizio Lupi e da Matteo Renzi un gravissimo atto di imperio. Eppure Renzi, così pronto a rivendicare Enrico Berlinguer nel suo personale Pantheon, avrebbe dovuto imparare dalla vicenda del leader del PCI il rispetto per chi protesta, per le organizzazioni dei lavoratori, per la storia confederale. Ancor di più: il Governo a guida PD dovrebbe salutare una grande giornata di protesta organizzata non da Casa Pound, dalla Lega o dagli anarco-insurrezionalisti, ma da radicate organizzazioni popolari che sono state in ogni momento della storia dell’Italia un baluardo della democrazia. L’assenza della Cisl dallo sciopero di venerdi 12 non giustifica l’atteggiamento ottuso e prepotente delle ore scorse, né il disprezzo con cui le posizioni della CGIL e della UIL sono state accolte nelle settimane passate. Non mi stupirei se qualcuno in questa giornata volesse fomentare disordini o violenze per colpire il sindacato. Leggi il resto di questo articolo »

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Una manifestazione imponente, positiva, serena. Non ho sentito, attraversando i fiumi che con fatica andavano e venivano da San Giovanni, odio o disprezzo nei confronti di Matteoi Renzi. Ho sentito rabbia e dignità. E’ stata la forza della dignità -delle persone, dei lavoratori, dell’Italia che lavora e produce-, e la rabbia per come nella crisi di questi anni la dignità è stata calpestata, la molla che ha spinto un immenso popolo a invadere Roma. Come è stato ricordato, nel 1994 e nel 2002 il popolo della CGIL in piazza contrastava le scelte di Silvio Berlusconi, e in quelle piazze c’era il fattore B. Oggi invece il popolo progressista, dei lavori, con migliaia e migliaia di quei precari e finte partite IVA a favore delle quali sarebbe stato fatto il colpo di mano sull’articolo 18, e che invece erano per le vie della Capitale, non era mosso da un fattore R, contro Renzi. Era mosso dalla consapevolezza, che in verità fino a poco fa era di tutto il Partito democratico, che cancellando l’articolo 18 si indebolisce la forza collettiva del lavoro, la sua capacità, nella società fluida, di pesare, contrattare, affermare il proprio punto di vista, a partire proprio dal lavoro più debole e meno tutelato. Leggi il resto di questo articolo »

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