E così, qualche settimana dopo Pietro Ingrao, ci lascia anche Armando Cossutta. Un comunista italiano, a tutto tondo, anche se a lui, non sempre a ragione, è stata attaccata l’etichetta di “sovietico”.

Non si può onestamente dire che alla nostra FGCI, negli anni 80, Cossutta, politicamente parlando, piacesse. Quando Enrico Berlinguer accelerò, ben oltre quanto volesse gran parte del gruppo dirigente, la rottura con l’Unione Sovietica, Cossutta assunse una posizione molto critica. Apertamente, per quei tempi -in un partito che non accettava le correnti- organizzò una corrente, fortemente connessa ad alcuni ambienti del PCUS, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Noi giovani comunisti, animati da un radicalismo antisovietico, e che sposavamo la causa pacifista in aperta contrapposizione con entrambi i blocchi politico-militari contrapposti (Nato e Patto di Varsavia), vedevamo col fumo negli occhi la posizione di Cossutta. Credo reciprocamente che la sua corrente non vedesse con simpatia la nostra posizione, sostenuta da una esigua minoranza organizzata anche al nostro interno, che addirittura uscì dalla FGCI. Leggi il resto di questo articolo »

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Antonio Luongo fa parte della generazione dei ragazzi di Berlinguer. Quando ci conoscemmo, faceva parte di quella robusta FGCI lucana, sempre in prima fila in quella stagione di rifondazione della politica di cui noi ci sentivamo i missionari. Era scomparso da poco Enrico Berlinguer, e ci aveva lasciato in eredità -così noi l’avevamo vissuta- la necessità di una rifondazione della politica, e di un cambiamento del Partito (che Partito!). Antonio, con un un gruppo dirigente collettivo, diffuso in tutta Italia, fu protagonista di quell’esperienza, come dimostra la partecipazione tanto accorata di quella nostra generazione alla notizia improvvisa della sua scomparsa. Quell’esperienza l’ha sempre portata con sé, con la generosità e la dedizione di chi, senza retorica, ha vissuto la politica come servizio, e non come appropriazione. Ci siamo anche divisi, nei lunghi anni successivi a quell’esperienza collettiva, mai perdendoci di vista, e anche mantenendo nei periodi più difficili non solo il filo degli affetti, ma anche quello di una condivisione politica e morale più profonda.
Il vuoto di intelligenza e di passione di Antonio Luongo non può essere colmato.
Sento il bisogno di fermarci un momento a riflettere, insieme, sul senso della politica.

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dall’Unità di oggi

Biagio De Giovanni ripropone nella sostanza, con la consueta lucidità, la tesi di Enrico Berlinguer conservatore, espressione di un passato di cui non si può essere nostalgici. Si tratta di una tesi largamente sostenuta già quando Berlinguer era vivo -da parte del gruppo dirigente craxiano, e dell’intellettualità che lo sosteneva (ad essa si ispira ancora Fabrizio Cicchitto  su queste colonne)-; tesi poi a più riprese riproposta con l’obiettivo di “deberlinguerizzare” la sinistra italiana, come ebbe modo di sostenere, in un pamphlet che fece rumore, Miriam Mafai vent’anni fa. Ogni progetto di “rifondazione” o “revisione radicale” della sinistra italiana -com’è anche quello sostenuto da Matteo Renzi- sembra muovere ancora da questo tentativo.

Vorrei dire il mio pensiero oggi su due punti, anche andando oltre a quello che negli anni passati ho scritto sull’argomento (I ragazzi di Berlinguer, Baldini e Castoldi, 1997 e, nuova edizione rivista, 2004).

1) Enrico Berlinguer è stato un grande continuatore della politica togliattiana. Ha del tutto ragione Emanuele Macaluso a sostenerlo. Il compromesso storico, e poi la stagione della solidarietà nazionale, furono il compimento di un lungo cammino nato nel cuore dell’impianto del PCI e della svolta di Salerno. Per rendere credibile politicamente quell’impianto, Berlinguer doverosamente lo  accompagnò dalla scelta atlantica e dall’eurocomunismo, fino a un europeismo spinto, ben lontano dalla posizione assunta vent’anni prima dai comunisti italiani. Questo Berlinguer -oggetto di una importante riabilitazione  col film di Walter Veltroni- è stato sconfitto e ha perduto per due ragioni. La prima, la totale inadeguatezza dell’evoluzione del PCI sul piano internazionale, e soprattutto del giudizio sull’URSS. Berlinguer fece tutti gli strappi necessari, fino al famoso giudizio sull’esaurimento della spinta propulsiva dell’Ottobre russo: ma questi strappi furono tardivi e solitari, con una sorda resistenza di una parte del gruppo dirigente (ricordo il dissenso di Giorgio Amendola a proposito del giudizio critico sull’invasione sovietica in Afghanistan), e relazioni dirette da parte di molti suoi esponenti di primo piano con Mosca durate ben più del dovuto (come Gianni Cervetti ha del resto nel passato ricordato). Il ritardo con cui il PCI arrivò a questi cambiamenti fu esiziale. Fu anche per questo che i rapporti di forza internazionali impedirono di proseguire il progetto del compromesso storico, fino a intervenire, in forme oscure, per bloccarlo. Ma non basta. Trovo del tutto parziale la tesi del solo “complotto” che impedì il cambiamento. La seconda ragione della sconfitta risiede infatti in una visione non sufficientemente matura della società italiana. L’alleanza di tutte le grandi forze politiche, in una fase di profondi mutamenti, di conflitti, di tensioni sociali -contro il rischio di un colpo di stato- esprimeva un classico vizio della cultura comunista e stalinista, una sostanziale sfiducia nel conflitto sociale e democratico, e nella possibilità di organizzare una democrazia dell’alternanza. Il compromesso storico fallì perché era portatore di una visione conservatrice, dirigista, non consapevole della società italiana. Occorre avere la forza di riconoscere che una parte del pensiero critico che si raccolse all’inizio attorno alle bandiere del nuovo PSI, dopo il Midas, aveva un grande fondamento, era intriso di istanze civili, liberali e libertarie importanti, e che allora -non negli anni 80- una posizione del PCI più dialogante e aperta a quelle ragioni ( tra queste una critica più radicale e definitiva al modello sovietico) avrebbe forse contribuito a cambiare il corso degli eventi.
2) l’ultimo Berlinguer è stato uno straordinario innovatore, oltre gli orizzonti del togliattismo. La tesi che sostengo, su questo punto non da oggi, è che l’ultimo Berlinguer, rappresentato dall’allora componente riformista-migliorista come chiuso e settario, fischiato nel 1983 a Verona al Congresso socialista, è invece quello più fecondo, più attuale, e al quale oggi occorre attingere. La fine del compromesso storico -la sconfitta subìta- spingono il segretario del PCI a cercare nuovi lidi. Anzitutto molto lontani da quelli del sovietismo, e che cercano di fondare un nuovo pensiero critico sulla società e sul capitalismo non muovendo dalla tradizione, ma da un avvio di un’esplorazione più aperta e attenta sul mondo, sulla vita, sui problemi. La questione morale come base di una prassi nuova dell’agire collettivo, il tema ambientale e della sobrietà negli stili di vita, quella dei diritti civili, a partire da una visione più aperta alla critica femminista alla politica, la volontà di orientare le nuove tecnologie -quelle digitali, diremmo oggi- verso obiettivi più alti di libertà, di salute, di cultura per tutte e per tutti, l’interrogarsi sul senso della pratica della fede religiosa e sull’impegno al cambiamento sociale che ne scaturisce (penso all’interesse di Berlinguer per la teologia della liberazione) rappresentano alcuni titoli dell’agenda di questi anni. Ed è sulla pace e sul dialogo che questa sperimentazione dell’ultimo Berlinguer tocca le punte più elevate. Ad Assisi, dopo l’incontro col Sacro Convento, ad una immensa folla di giovani, parla di Francesco, del “folle Francesco” che contestava ogni distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta e che dialogava con il Sultano.
Come si fa a sostenere che questo Berlinguer non abbia più nulla da dirci oggi? Francesco, il papa, fa di un’agenda molto simile l’unico vero progetto progressista universale, rispetto al quale impallidiscono le timidezze e i provincialismi di quella che fu la grande sinistra europea e l’Internazionale Socialista.
Certo. Si può dire che l’ultimo Berlinguer fu sognatore, fu profeta, non seppe portare a compimento -o non ebbe il tempo di farlo- quell’innovazione e trasformarla, dopo la tragica sconfitta degli anni 70, in una strategia  politica a breve. E’ vero. Ma quel Berlinguer, vivaddio, è vitale e attuale! Così come lo è quell’interpretazione del proprio essere leader politico, molto diversa dall’eccesso di personalizzazione e di leaderismo che progressivamente abbiamo conosciuto. In quello stile c’è un messaggio modernissimo.

Pietro Folena

www.pietrofolena.net

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Il tassista che ci porta all’aeroporto di Orly, domenica nel pomeriggio, è visibilmente provato. Silenzioso, e gentile, si intuiscono le sue origini maghrebine. Dopo un po’, con mia moglie, riusciamo a parlare di quanto è successo. No, non era in servizio quella maledetta sera di venerdi 13 novembre, quando anche noi, in un ristorante, apprese le prime terribili notizie dai nostri smartphone, insieme a una mia cugina parigina, avevamo provato a cercare un taxi per tornare a casa. Tutti i taxi che passavano, accanto allo sfrecciare delle ambulanze e dei mezzi della polizia, avevano la luce rossa, anche se erano liberi. E così avevamo fatto il tragitto a piedi, fermati dalla polizia che era stata messa a presidiare le aree più centrali, che in modo concitato ci aveva invitato a raggiungere rapidamente la nostra abitazione. Leggi il resto di questo articolo »

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Ho assistito ad una parte dell’assemblea che ha segnato la nascita di Sinistra Italiana.

Vorrei qui, con chiarezza e libertà di pensiero -anche ascoltando e leggendo gli anatemi incrociati di queste ore- dire cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto, e dare due consigli.

Mi è piaciuta la passione di un popolo, lì riunito, alla ricerca di una comunità in cui credere.

Mi è piaciuta la generosità, almeno nelle parole e nei gesti fin qui visti, di alcuni dirigenti e di una forza politica come Sel, nel mettersi in gioco.

Mi è piaciuta la volontà di allargare il campo, non nel recinto di una nostalgica “cosa rossa”, ma in un contesto in cui bisogna innovare e cambiare.

Mi è piaciuto l’”orgoglio keynesiano”, con la visione antiliberista che anima quest’iniziativa. Leggi il resto di questo articolo »

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Nell’epoca in cui si è scritto e si è detto in modo un po’ precipitoso che il libro, come oggetto fisico, è destinato a scomparire, e che con la sua scomparsa tutta la cultura si smaterializza, esporre il manoscritto di un testo, come quello di Alessandro Manzoni sull’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla, è un atto politico. Qui, accanto ai busti dei grandi dell’Italia, il manoscritto di Manzoni è l’occasione di un’emozione inedita, per i parlamentari e per i visitatori, nel luogo dove si esercita la sovranità popolare della Repubblica. Leggi il resto di questo articolo »

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Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Articolo 49. Costituzione della Repubblica Italiana. Sta nella negazione di questo principio la ragione più profonda delle dimensioni della questione morale, rappresentate plasticamente da Mafia Capitale. Si fa fatica a stare dietro la cronaca, tanto racconta la degenerazione profonda e diffusa della politica. Ma il problema non si risolve solo togliendo le mele marce: non solo perché non si sa quante di sane rimarrebbero sull’albero. Forse tante, ma destinate ad ammalarsi anche loro. E’ la pianta che è malata. Leggi il resto di questo articolo »

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Da www.artemagazine.it di oggi

Tomaso Montanari, considerato dalla casta della cultura dei salotti benpensanti , la voce della verità sui beni culturali -non si capisce per quali meriti scientifici- nel suo recente libretto (“Privati del patrimonio”) ritorna, in una sorta di ossessione, su quelli che considera i grandi distruttori del patrimonio culturale, tra cui l’Associazione che presiedo e il sottoscritto. Il libretto, infarcito di dati imprecisi e superficiali, è la prova di cosa sia la doppia morale per certi rivoluzionari a parole. Leggi il resto di questo articolo »

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L’ultima settimana di gennaio sarà decisiva per il futuro del Paese. L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in un quadro di crisi profonda e di incertezza acuta dell’intero sistema politico, si carica di molte aspettative, di qualche ansia, di alcune speranze.

Tutto questo ha a che fare con la cultura, e con il posto che la cultura occupa nel Paese. Lo stesso Quirinale -fin dal 21 dicembre del 1999, alla vigilia del nuovo millennio, quando furono inaugurate grazie al Capo dello Stato le Scuderie restaurate da Gae Aulenti- è protagonista e motore della conservazione e della valorizzazione del patrimonio culturale. Talvolta in modo ineccepibile, qualche altra con interventi più discutibili. Giorgio Napolitano a più riprese, soprattutto nella parte finale del suo primo settennato e negli ultimi due anni, si è posto quasi nella posizione di un “superministro” della cultura, sollecitando il Governo a fare una scelta di investimento, e non di tagli, in tutto il settore.

Trovo in queste ore indecente la propaganda governativa sotto l’imponente e sconvolgente nudità del David di Michelangelo: con una piccola catastrofe comunicativa fisicamente si percepisce il nanismo politico dell’attuale leadership tedesco-europea, ammalata di un atteggiamento contabile, e la posizione un po’ guascona di chi, come il nostro Presidente del Consiglio, pensa di poter iscrivere il David al nascente Partito della Nazione.

Ma credere nella cultura come bene universale, e come grande opportunità richiede qualcos’altro. La propaganda strumentale attorno ai capolavori dell’arte si esaurisce; ricordo, tempo addietro, quel Consorzio del Prosciutto Crudo che aveva pensato di legare la propria fortuna alla medesima immagine. Richiede un lavoro faticoso, come quello che, non senza limiti, ha cominciato a fare Dario Franceschini in questi mesi. E richiede un incoraggiamento a quanti, fuori e dentro le istituzioni, operosamente si danno da fare per difendere e promuovere la bellezza e la cultura. Leggi il resto di questo articolo »

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L’11 gennaio, a Parigi, potrebbe essere davvero cominciata, sull’onda di un’imponente rivolta popolare, una nuova stagione democratica. Nel punto forse più basso di credibilità delle istituzioni europee, associate nell’immaginario collettivo a politiche di austerità insensate, di recessione e di disoccupazione, in un momento di fortissima delegittimazione della politica, e dei grandi partiti “storici” europei -a partire dalla sfiducia verso i socialisti in Francia-, le stragi jihadiste hanno svegliato da un lungo torpore la coscienza di milioni di persone. La politica, cominciando da François Hollande, ha saputo in queste ore interpretare con sentimento e umiltà le giornate drammatiche che ha vissuto la Francia e, con essa, l’Europa.

Perché e come questo sia successo è ancora presto per dirlo. Sicuramente l’attacco spietato alla cultura e all’arte -con la strage a Charlie Hebdo- e quello antisemita alla gente comune, all’Hyper Cosher di Porte de Vincennes hanno toccato corde profondissime nell’animo di milioni di persone. Leggi il resto di questo articolo »

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