Ho partecipato anch’io agli ôStati Generali della Culturaö, convocati dal Sole24 ore sulla base del Manifesto pubblicato qualche mese addietro. E’ stato dato ampio risalto al clima di protesta e di rabbia che attraversava la vastissima platea del Teatro Eliseo, e al modo intelligente e aperto con cui Giorgio Napolitano -sulla base di un’antica esperienza politica-, a differenza dagli esponenti del Governo che avevano parlato tra le contestazioni, ha saputo interloquire con la sala.
Mi permetto, da operatore culturale, di fare un’osservazione agli organizzatori e di esprimere un’opinione sui contenuti. Se pomposamente chiami un grande convegno sulla cultura ôStati Generaliö non puoi non porti il problema di far parlare il lavoro della cultura. E cioŔ un vastissimo mondo fatto oggi di precariato e di incertezza, nel settore privato e in quello pubblico, o di imprese e associazioni no-profit che subiscono tragicamente le conseguenze dei tagli in atto. Non basta la parola alla coraggiosa Ilaria Capua, la ricercatrice che aveva minacciato di andare all’estero. NÚ si pu˛ pensare che un’organizzazione meritoria come il FAI e la sua presidente, Ilaria Borletti Buitoni, rappresentino il mondo privato-sociale, il quale non ha nÚ i mezzi nÚ l’appeal nell’universo dei ricchi e dei signori che ha questa realtÓ. Il sindacato non aveva niente da dire? E le associazioni dei lavoratori della cultura, fino a quelle connesse al mondo del precariato e del lavoro giovanile, non avrebbero potuto esprimere un importante punto di vista?
Se il punto di vista del lavoro nella cultura all’Eliseo non c’era, non Ŕ un caso. Allora anch’io saluto la sensibilitÓ di chi si Ŕ messo in movimento. Consiglierei per˛, per il prossimo futuro, anche pi¨ umiltÓ, e maggiore consapevolezza del disagio enorme, fino alla percezione di una vera e propria assenza di futuro, che coinvolge migliaia e migliaia di singoli, di imprese e di associazioni che operano in questo campo.
Voglio poi aggiungere che non basta pi¨ la denuncia sul disinteresse di chi ha le leve del potere in mano. Ne ho scritto qualche tempo fa su questo blog e sull’UnitÓ. Aggiungo che anche nel dibattito tra i candidati del centrosinistra alle primarie la cultura era la Cenerentola della discussione.
Il tema Ŕ se si fa la scelta della cultura, e quella della green economy, come volano di un altro sviluppo. L’assemblea del Sole24 ore ha messo l’accento sui dati negativi : a partire dalla perdita di posizioni dell’Italia negli ultimi cento anni in questo campo. Io metto l’accento sugli aspetti positivi: la forza di quel fattore 21 -per un’euro pubblico investito nella cultura se ne generano 21 privati-, unico al mondo. Doppio rispetto a quello della Francia che, investendo quattro volte di pi¨ di quello che facciamo noi, oggi ha un Pil della cultura e un Pil del Turismo doppi rispetto a quelli italiani. L’Italia pu˛ diventare potenza culturale mondiale, e le sue cittÓ d’arte -a partire da Roma- rilanciare la propria universalitÓ, se ci mettiamo in testa di costruire una politica industriale della cultura, uno sviluppo fondato sulla cultura e sulla sostenibilitÓ.
Pensiamo banalmente: cinquecento milioni l’anno in pi¨ per la cultura genererebbero, nella prossima legislatura, il raddoppio del Pil della cultura, da 40 a 80 miliardi. Si tratta di avere le idee chiare su cosa fare, con quali strumenti e con quali procedure. Non ripeto qui alcune proposte operative, a partire da un nuovo ruolo di Arcus, che ho giÓ fatto.
E’ giunto il tempo di rimboccarsi le maniche, superando la lamentazione e il disfattismo. Possiamo vedere risultati in tempi molto brevi.

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