Piazza San Giovanni e il movimento sindacale hanno una lunga storia comune. In epoche diverse generazioni di operai, di insegnanti, di donne e di giovani, attorno alle bandiere rosse e a quelle unitarie, hanno scritto pagine importanti della storia dell’Italia repubblicana. I treni speciali a Tiburtina e a Ostiense, gli autobus al limite urbano delle grandi vie consolari hanno scaricato fiumane di lavoratori, a volte molto arrabbiati, a volte pi¨ festosi che- dopo una notte passata in treno- attraversavano la capitale. Tanti, tantissimi hanno conosciuto la Roma di San Giovanni, prima di quella di San Pietro. Hanno visto per la prima volta la cittÓ eterna da quel punto prospettico, e hanno portato nei loro posti di lavoro e nei loro territori quell’esperienza. Ricordo, per tutte, la grande manifestazione dei metalmeccanici alla fine del 1977 -il PCI era entrato nella controversa fase dell’unitÓ nazionale-, che spinse Enrico Berlinguer, dopo la rivolta giovanile di quell’anno, a assumere una posizione preoccupata. Ascolt˛ la voce operaia e, qualche mese dopo, con l’assassinio brigatista di Aldo Moro, si chiuse una fase politica. E ricordo il Berlinguer che sette anni dopo fu osannato dai lavoratori a San Giovanni dopo il taglio della scala mobile.
Qual Ŕ l’animo di chi in queste ore si appresta a salire sul treno, o lo farÓ domattina all’alba? Vorremmo essere nel cuore e nella testa delle centinaia di migliaia di partecipanti che sono annunciati. Non ci saranno cortei, ma una grande manifestazione che cerca di pensare positivo: di parlare della crisi e anche di ci˛ che nella crisi il lavoro riesce a fare. Certo: Ŕ un’altra epoca. Non solo perchÚ non c’Ŕ Berlinguer, ma perchÚ con la crisi che morde la vita di chi lavora, Ŕ cresciuta la crisi della democrazia. La sfiducia nella politica. La difficoltÓ a sentirsi rappresentati.
Chi oggi ha responsabilitÓ politiche e si sente vicino alla manifestazione del 20 ottobre, deve prima di tutto avere grande umiltÓ. Sapere che c’Ŕ una grande opera da compiere di ricostruzione di una fiducia, direi di una grande comunitÓ del lavoro. La CGIL ha il merito di porre, oltrechÚ problemi concreti rispetto ad un Governo che ha disatteso gli impegni, e rispetto ai cambiamenti che in questa e soprattutto nella prossima legislatura si impongono -dalla protezione degli esodati agli interventi nelle situazioni di crisi, dal rispetto dell’ambiente dei grandi gruppi industriali a norme e soluzioni vere contro la precarietÓ, dalla difesa del risparmio di chi lavora alla lotta alla speculazione finanziaria, dalla Tobin Tax alla patrimoniale, e potremmo proseguire-, una grande questione alla societÓ italiana. Dopo gli anni del trionfo della logica finanziaria, ora deve vincere il lavoro. L’Italia del lavoro. Bruno Trentin, in un’altra stagione, parlava di patto dei produttori.
Al Partito Democratico si chiede questo. Di esserci domani convintamente, e di fare di questa istanza -la rappresentanza del lavoro e un nuovo patto dei produttori- il cuore della propria proposta per l’Italia.

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