Il Gazzettino di oggi ha pubblicato oggi questa mia lettera

Gentile Direttore,

a vent’anni dalla scomparsa di mio padre, Gianfranco Folena, che dal 1956 al 1990 ha insegnato nell’Ateneo patavino, vorrei approfittare delle pagine del Gazzettino per sottolineare un tratto peculiare della sua personalità. Gianfranco Folena, toscanissimo di radici, ha avuto con il Veneto e con la sua cultura un rapporto speciale. Altri grandissimi toscani hanno coltivato una passione particolare per questa terra: da Giotto a Francesco Petrarca, morto ad Arquà, da Donatello, che per un decennio lavorò a Padova, a Michelangelo Buonarroti, che nelle sue fughe “politiche” da Firenze riparò sempre a Venezia, fino a Galileo Galilei che elesse per un lungo periodo Padova come luogo del suo studio e della sua ricerca. Ma, nell’epoca contemporanea, si fa più difficoltà a capire come mai un uomo come mio padre, che aveva vissuto un’infanzia orfano di madre e lontano dal padre, medico militare in servizio, spinto agli studi umanistici dall’amatissima zia Costanza Zanchi, professoressa di materie classiche al liceo; normalista a Pisa con maestri come Giorgio Pasquali e Luigi Russo, autodidatta in prigionia in India -insieme ad altri futuri intellettuali del secondo Novecento, da Ludovico Quaroni a Umberto Serafini- e poi, dopo la guerra, laureatosi con Bruno Migliorini a Firenze, abbia messo le radici a Padova, costruendo qui la sua carriera e la sua famiglia. E come mai abbia rifiutato in più occasioni cattedre prestigiose, per esempio a Firenze e a Roma, rimanendo in Veneto.

Una delle ragioni è la forza antica dell’Università di Padova, e la sua capacità di attrarre “forestieri”. Basti menzionare Concetto Marchesi. Un’altra ragione è il suo Circolo Filologico Linguistico che in modo totalmente innovativo fondò poco dopo il suo trasferimento in Veneto, e che sentiva -insieme ai seminari estivi di Bressanone-come una personale preziosissima creatura. Ma la ragione più profonda, forse, sta al di là: sta nella passione per la cultura veneta, tutt’altro che chiusa e provincialistica, aperta alle scienze, alle arti, al pensiero. Di questa apertura per mio padre era una delle testimonianza somme l’opera di Angelo Beolco detto il Ruzzante, che amava moltissimo, e che Dario Fo, nel discorso per il Premio Nobel, definì come “il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare…come Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia”.

La cultura veneta (progetta, con Neri Pozza, la “storia della cultura veneta”), quindi, come parte delle grandi culture romanze, e come parte di quelle contaminazioni mediterranee che confluiscono nell’altro grande progetto di Folena dell’Atlante Linguistico Mediterraneo.

Mio padre dialogava incuriosito con alcuni dei protagonisti della prima Lega -anzi, Liga Veneta-, come Franco Rocchetta. La sorte gli ha impedito di vedere la degenerazione padana della Lega, e la caricatura fatta da certa vulgata di un Veneto come terra chiusa, razzista, inospitabile, egoista. Il Veneto e la sua cultura, per Gianfranco Folena, veneto di adozione, erano un cuore della cultura europea. L’Italiano in Europa, che vinse il premio Viareggio nel 1983, parla del Settecento, e di quanto artisti e letterati come Carlo Goldoni e Lorenzo Da Ponte contribuirono, da veneti, a fare della lingua italiana una grande lingua colta europea.

Anzi. Mio padre -che questo legame con l’Europa l’aveva vissuto sotto forma di amore per Elisabeth Marcilhacy, intellettuale, poetessa, pittrice, che sposò e da cui nacquero quattro figli, io per ultimo- fece della casa della famiglia francese di mia madre, sui bordi della Loira, in una regione carica di influssi rinascimentali italiani, una sorta di cenacolo estivo dove grandi maestri (ricordo, fra gli altri, il suo carissimo amico Marino Berengo, che passava tutte le estati a Chateauneuf-sur-Loire) e frotte di allievi si ritrovavano per stare insieme, bere un bicchiere di Sancerre, mangiare i piatti franco-italiani di Lizbeth.

Ecco. Proprio nei giorni in cui il Comune di Padova, per iniziativa del Sindaco Flavio Zanonato, ha raccolto la richiesta dei figli e di Michele Cortellazzo, a nome dell’Università, di intitolare a Gianfranco Folena lo slargo davanti a Palazzo Maldura (sede universitaria voluta e realizzata grazie al suo impegno), mi piacerebbe che quest’omaggio e quest’occasione aiutassero a riflettere sulla forza cosmopolita e universalistica della cultura veneta, rifiutando recinzioni ideologiche figlie della crisi di questo tempo, e sulla necessità di tessere, sulle orme di Gianfranco Folena, relazioni europee e mediterranee sempre più intense.


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