Da L’Unità di oggi

Quello che colpisce della polemica di questi giorni non è la critica all’ipotesi di un partito socialdemocratico classico, che sinceramente si fa fatica a vedere in campo, ma è lo scandalo derivante dal fatto che qualcuno (e sono fra questi) si senta, da democratico, socialista, e apertamente sostenga che nel Partito democratico ci si possa dichiarare antiliberisti e critici del pensiero unico di questi anni. “Il mio avversario non ha volto, non si presenta alle elezioni, ma governa: è la finanza”, ha dichiarato François Hollande, che aspira con buone possibilità di successo a diventare Presidente della Francia. Sostenere queste idee, per i critici, vuol dire arroccarsi nel ‘900, e non essere moderni. Trovo invece terribilmente datata la posizione di chi ancora subisce il fascino del Mercato come luogo metafisico, in grado -se liberato dallo Stato e dal pubblico- di rispondere alle sfide terribili di questo tempo. “I santuari intoccabili che hanno bloccato l’Italia”, di cui parla Walter Veltroni, per me, sono i poteri finanziari, ed è quella grande area grigia di rendita che li collega all’evasione fiscale, alla corruzione, alle mafie. La diseguaglianza, la disperazione sociale, la paura di questo tempo non sono figlie del “conservatorismo” della sinistra, ma di un trentennio di liberismo sfrenato che ha incantato anche la sinistra. Che l’incapacità di innovarsi delle socialdemocrazie del 900 abbia lasciato un campo più aperto al modello liberista, è vero. Ma la medicina -dalla terza via blairiana al Neue Mitte- ha gravemente peggiorato la situazione.

Oggi, con buona pace dei nostalgici del Lingotto o dei teorici di un Campo che prenda il posto dei partiti, il tema della transizione italiana è prima di tutto -prima di quale legge elettorale- quello di sconfiggere leaderismo, personalismo, individualismo che hanno corroso la politica, e costruire partiti, cioè fazioni, raggruppamenti attorno ad idee e progetti, capaci di interpretare il nostro tempo. Se il Pd decide, come crede chi ha promosso il recente incontro del 5 febbraio a Roma, di integrarsi pienamente nel socialismo europeo, di rappresentare il lavoro nelle sue molteplici forme e connettersi alle grandi forze sociali, non si vede per quale ragione oscura dovrebbe rinunciare ad una propria identità democratica. Oggi dal pensiero cristiano sociale, da tanti uomini di Chiesa e dalle culture dei beni comuni vengono punti di vista di critica radicale al liberismo e indicazioni programmatiche totalmente innovative per le socialdemocrazie classiche. Perché avere timore della prospettiva di costruzione di un vero soggetto politico europeo, del partito dei socialisti, dei progressisti e, sì, dei democratici europei? Solo una grande forza mossa da valori comuni, critica del liberismo, e portatrice di contenuti nuovi, può salvare l’Europa e costruire una prospettiva federale.

Non si può far finta di non capire: il tema non è l’identità in astratto di un partito, ma la sua politica. Appoggiare Monti ha voluto dire mettere le basi per salvare l’Italia, farlo con l’autonomia politica e culturale di una grande forza del socialismo e del progressismo europeo vuol dire pensare che la sinistra abbia molto da dire sul futuro dell’Italia. Chi oggi -da Eugenio Scalfari al Corriere della Sera- pretende un’adesione acritica alle scelte del Governo -ieri a quelle dei mercati e a quelle della BCE-, pensa che il futuro del Partito Democratico debba essere quello di un partito liberale, molto leggero e un po’ “molle”, con istanze civili progressiste, ma incapace di esprimere una visione redistributiva ed equa, e di costruire coesione sociale, garanzie per i giovani, partecipazione.

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