Da Lettera43 di oggi

Sembra un secolo fa, quando la nascente nuova destra italiana denunciava scandalizzata l’”egemonia culturale” costruita dalla sinistra, e soprattutto dal PCI, nel nostro Paese. Erano invece poco meno di vent’anni addietro: sì, nel secolo scorso, ma proprio quando questo volgeva al termine. Se è vero che i propagandisti più accesi di quella parte non hanno cambiato musica -ed è capitato anche di recente ascoltare le denunce sul controllo da parte della sinistra della scuola pubblica e, persino, dei mezzi di informazione (!)-, tuttavia basta leggere la lista del politicissimo “governo dei tecnici”, completata nelle ore passate col sapiente dosaggio “tecnico” dei sottosegretari, per avere un’istantanea del crollo di quell’egemonia, se mai vi è stata. Si fa fatica a trovare, nelle ricche biografie degli esponenti di Governo, storie personali legate alla vicenda della sinistra. Che Fabrizio Barca, figlio di Luciano, storico dirigente del PCI, cresciuto come economista tra Università, Banca d’Italia e importanti funzioni ministeriali, venga da quella storia, non cambia la constatazione. E neppure la cambia il fatto che Francesco Profumo, ingegnere con esperienze d’impresa e poi ottimo Rettore del Politecnico torinese, abbia una simpatia democratica -tanto da essere stato indicato l’anno scorso come possibile candidato sindaco di Torino dal Partito Democratico-. In realtà, se si vuole trovare un filo unitario delle biografie di uomini e donne del Governo, la si trova in una cultura moderata, o cattolica o liberale. Nessun “erede” culturale del PCI e del PSI fa parte di questa compagine.

Perché è successo questo? Perché non ci sono “tecnici” o “intellettuali” -uomini e donne- che hanno questa storia? Non è vero. La lista potrebbe essere lunga, da Paolo Leon a Stefano Rodotà, da Chiara Saraceno a Michela Marzano. E’ successo questo -a differenza da quanto avvenne con Carlo Azeglio Ciampi e con Lamberto Dini, a guida di governi “tecnici”- per una duplice ragione. La prima è che questo è un governo europeo, nel quale cioè si è cercato di assecondare nella forma più convincente gli indirizzi che i vertici dell’Europa richiedono per l’Italia. Culture espressamente socialdemocratiche o riformatrici, in senso forte, avrebbero rappresentato non già una vocazione meno europea, ma un europeismo più critico, più sociale, più dalla parte del mondo del lavoro.

Ma la seconda ragione -che personalmente ritengo più importante- è che non esiste più un’autonomia della sinistra italiana. Essa, la sinistra, tutt’al più può essere una componente, meglio se residuale, di un’impianto liberale, vicino alle esigenze dei mercati. E se non esiste più un’autonomia della sinistra -il PD è un partito di centrosinistra, e alla sua sinistra le altre forze sono minoritarie e residuali-, è perché in questo ventennio si è costruita un’egemonia culturale moderata, fondata sulla sacralità del denaro e del mercato. Silvio Berlusconi, protagonista della rivoluzione della Tv commerciale negli anni 80, è stato il principale protagonista di questo sfondamento. Ed ora, quando egli si avvia al tramonto, altri si candidano a gestire questo consenso e questa produzione di idee.

Il PCI costruì la sua forza, dopo la Resistenza, con una rete culturale impressionante, fatta di case editrici, di relazioni nelle Università, dal mondo umanistico a quello scientifico, di letteratura e di cinema, di cultura popolare, fino alle Feste dell’Unità. Il PSI, negli anni ‘70, in chiave anticomunista, costruì una forte presa nel mondo intellettuale con la critica all’autoritarismo comunista e alle ideologie che avevano sostenuto i regimi dell’Est. Ma da molti decenni, per espressa volontà, la sinistra ha fatta sua la logica della supremazia del mercato, dimenticando il fattore umano e il lavoro. In molte occasioni dal mondo cristiano e dall’ispirazione religiosa sono venuti richiami inascoltati, da questa parte, alla necessità di un nuovo umanesimo.

Forse solo nella scuola pubblica e nel mondo universitario -e la stessa composizione del Governo lo segnala- sono rimasti insediamenti e relazioni importanti.

Qui c’è il cuore del problema, per il PD -la cui base si sente di sinistra- e per chiunque pensi alla necessità di uscire dal pensiero unico di questo ventennio. E’ un lavoro faticoso da fare, per rimettere al centro le persone, i lavoratori, le vite. Ma non ci sono molte alternative, se non quella di derive reazionarie o populiste. Il consiglio a chi da sinistra sostiene questo Governo è di dedicare molta attenzione alla prospettiva di un mutamento di cultura.


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