Da Lettera43 di oggi

La richiesta di dimissioni da parte dell’area “liberal” -meglio sarebbe definirla in italiano, liberale- del Partito Democratico, di Stefano Fassina, responsabile economico del Partito, dà il segno della fase nuova che si è aperta, col sostegno al Governo Monti, nel principale partito di centrosinistra. Fassina infatti rappresenta una tendenza sociale e laburista che una parte del PD, e non solo il senatore Pietro Ichino, considera come il fumo negli occhi. E’ dal momento della fondazione del partito che è presente l’ossessione di liberarsi, oltreché di riferimenti storici e culturali al movimento dei lavoratori e a ciò che ha significato nel ‘900, di ogni posizione autonoma della sinistra italiana. Non voglio caricare il giovane responsabile economico del Partito -scelto democraticamente e passato al vaglio di una recente Conferenza nazionale dei lavoratori a Genova- di un ruolo che non ha. Ma viene al pettine un nodo irrisolto.

Ha ragione Paolo Madron quando, su queste colonne, lamenta l’assenza di autonomia che rischia di segnare il PD nell’esperienza del Governo Monti. Acriticità, delega in bianco, appoggio ad ogni refolo di vento che soffia dalla Commissione Europea: come se parlassimo di dogmi e di verità sacre, o di istituzioni neutrali e super partes. Se la destra non ha mancato e non mancherà di far sentire la propria voce, per esempio contro una vera patrimoniale, e se è naturale che il centro -comprese le anime più moderate e liberali del PD- si riconosca senza se e senza ma in Mario Monti, ciò che invece non è normale è l’afasia di una cultura riformista, incapace di dettare condizioni e di riequilibrare, rispetto alla preponderanza delle componenti moderate, l’azione di Governo, il confronto con le parti sociali e la trattativa con i vertici europei.

Non si tratta solo di una questione tattica: se qualcuno tira la coperta da un lato, occorre che altri la tirino in senso opposto. Si tratta di una questione di fondo. Ne va, paradossalmente, della tenuta del Governo: il quale potrà risanare, com’è stato detto, solo coniugando crescita ed equità. Se della crescita si sa al momento ancora poco, l’equità tuttavia appare ancora più fragile. La parola “patrimoniale” non è stata pronunciata, sostituita da un generalizzato ripristino dell’ICI sulla prima casa, anche per i redditi medio-bassi. Ma se, accanto alle misure di taglio ai costi della politica e ai privilegi, non ci sarà un’azione, concertata con le forze sociali, capace di agire con giustizia, e di dare sicurezze al mondo del lavoro e ai giovani, il Governo non reggerà nella società italiana.

Quello di spingere, anche alzando la voce, in questa direzione dovrebbe essere il compito di una grande forza popolare e riformista. Si tratta solo di capire se questa forza c’è, o se invece esiste un ceto politico che, appoggiandosi e nascondendosi dietro Mario Monti, pensa di sopravvivere a sé stesso.


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