Da Lettera 43 di oggi

Ora che ha preso forma il Governo Monti, tutti devono capire che la stagione che si apre impone straordinari cambiamenti, prima di tutto alle forze politiche. Bisogna riconoscere al nuovo Premier, coadiuvato in modo determinante dal Presidente della Repubblica, di aver già compiuto un piccolo miracolo nella definizione della lista dei Ministri. Non sono fra quelli che pensano che con la presenza di Gianni Letta e di Giuliano Amato il Governo sarebbe stato più forte. Non sicuramente nell’opinione pubblica, alla quale oggi -purtroppo, e non solo per proprie responsabilità- chi fa politica è assai inviso. Ma perché la natura tecnica del Governo era l’unica strada percorribile da un lato per ritessere un filo di fiducia coi cittadini e dall’altro per non far finta che la lotta politica condotta tra centrodestra e centrosinistra negli ultimi diciotto anni sia stata determinata solo da un’esasperazione di toni. Oggi nasce un Governo sostenuto da forze e culture politiche che hanno idee molto differenti sulla società, sulle istituzioni, sul mondo: nasce in un’emergenza economica e sociale che sola può giustificare un passo indietro della rappresentanza democratica -fortemente delegittimata per ragioni diverse, e in primis a causa della legge elettorale cosiddetta Porcellum-.

Perché l’operazione funzioni occorrerà un lavoro inusitato tra Governo e Parlamento, e in particolare con chi ha la responsabilità dei principali gruppi politici. Penso di essere facile profeta nel prevedere che in quest’opera alla lunga il Popolo della Libertà avrà difficoltà a reggere, vuoi perché premuto dall’opposizione della Lega Nord, vuoi perché oramai si tratta di una confederazione di gruppi in lotta fra di loro. Ma tutto ciò non potrà minare il Governo, che avrà comunque -con tutto il Pdl o con parte di esso- la maggioranza; né potrà minare la durata della legislatura.

Il Partito Democratico è giunto singolarmente coeso a questo appuntamento. Bisogna dargliene merito, e sicuramente, insieme alle forze del Terzo Polo, rappresenterà il baricentro politico dell’azione riformatrice. Ma, accanto alle insidie delle altre forze di centrosinistra -i tentennamenti dell’Italia dei Valori, le riserve e le critiche espresse da Nichi Vendola e la dura contrarietà della Federazione della Sinistra-, il Partito Democratico si troverà di fronte a un problema nuovo. Non solo perché la caduta di Berlusconi toglie il cemento principale con cui è stato assemblato questo Partito, ma perché sui contenuti la dialettica di fondo nella maggioranza sarà tra una componente moderata, molto sensibile alle istituzioni finanziarie europee e ancora segnata da una visione liberistica -componente presente anche nel Pd- e una componente progressista, più prossima al socialismo europeo e ai sindacati, che chiederà equità e giustizia.

Ecco che i diciotto mesi che ci dividono dalle elezioni anticipate dovrebbero essere dedicati allo stato di salute dei partiti e, per ciò che riguarda il centrosinistra, del Pd. A promuovere un rinnovamento vero e un serio radicamento sociale, e a chiarire il senso di marcia di ciascuno, e in particolare del Partito Democratico come grande forza dei progressisti italiani.

Se invece si facesse finta di niente, temo che la definitiva dissoluzione delle strutture politiche organizzate sarebbe certa, e che si aprirebbe la strada a nuove deboli aggregazioni elettorali incapaci di ricostruire il senso di una missione dell’Italia in Europa e nel mondo.


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