Da Saredgna Quotidiano di oggi

Il 12 novembre 2011, comunque la si voglia vedere, rimarrà una data importante della storia dell’Italia Repubblicana. Non finisce solo un Governo, e con esso la premiership più lunga dalla Costituzione ad oggi. Ma, con ogni probabilità, termina la Seconda Repubblica, come fu definita in opposizione alla Prima, la stagione che dopo l’89 e dopo il terremoto di Mani Pulite, vide la scomparsa di tutti i partiti costituzionali. Finisce il bipolarismo tra guelfi anticomunisti e ghibellini paracomunisti, così come è stato rappresentato nell’immaginario collettivo, divenendo senso comune. E finisce con un disastro economico e sociale che neppure la Cassandra più pessimista avrebbe potuto preconizzare.

Ora molti benpensanti rimbrottano coloro che hanno vissuto la serata del 12 come una festa. Intendiamoci: c’è ben poco da festeggiare, rispetto alle condizioni in cui si trova il Paese. E per la mia cultura politica non amo molto quel di più di crudeltà e di volgarità che c’è in alcuni aspetti di queste manifestazioni, anche se rivolte nei confronti del più acerrimo avversario politico. Ma occorre cogliere anche la verità interna -e dovrebbero farlo anche quei benpensanti- che c’è in questi moti del tutto spontanei: un sentimento di sollievo, rispetto all’incubo delle ultime settimane, e alle preoccupazioni, probabilmente esagerate, a proposito di cosa potesse fare “il Caimano” -come ho scritto su queste pagine qualche giorno fa- alla fine del suo ciclo politico. Tutto è stato più lineare, e nella debolezza del Cavaliere e del sistema politico, ha letteralmente giganteggiato la figura del Presidente della Repubblica: non solo arbitro ma, nella contingenza che vedeva a rischio la dignità e l’unità della Patria, attivo regista e pilota della crisi più difficile.

Silvio Berlusconi scrive a Francesco Storace, riceve -dopo le dure contestazioni della piazza- alcuni fans, forse prepara un videomessaggio: ma questa volta non è come le altre. La magia, l’incantesimo, la fascinazione che per quasi diciotto anni si sono prodotti con una larga parte dell’opinione pubblica sono andati in frantumi. E il vecchio capo stenta a rendersene conto. E’, in qualche misura, travolto dagli stessi ingredienti con i quali egli, nel passato, aveva travolto la vecchia classe dirigente dei partiti.

Se è facile dire ciò che lasciamo, non è facile dire ciò a cui andiamo incontro. Si profila un Governo Monti tecnico, con l’intento di durare fino al 2013. Non si sa ancora se il Pdl rimarrà unito nel sostenerlo, o esploderà definitivamente nel corso di quest’esperienza nuova. Il Partito Democratico e Pierluigi Bersani, che avrebbero avuto tutto l’interesse -politico e perfino personale, in termini di leadership- ad un rapidissimo voto anticipato, hanno avuto il merito, senza esitazioni né sbavature, di indicare la strada che poi si è seguita. L’auspicio è che Italia dei Valori e Sinistra, Ecologia e Libertà mantengano anch’esse questa direzione, senza cedere -come sul versante opposto farà la Lega- alla tentazione di un’opposizione politica dura che veicoli la protesta sociale.

Certo è che per Mario Monti l’impresa di tessere un dialogo permanente con le parti sociali, e in primis con la CGIL -contro la quale il Governo Berlusconi ha scatenato un’offensiva senza precedenti- è di quelle fa far tremare le vene ai polsi, e compito del Pd, nella sua azione parlamentare, sarà quello di aiutare Monti in questo obiettivo. Se nel programma ci saranno la patrimoniale, l’ICI per i redditi alti, la lotta all’evasione fiscale, allora la transizione dalla Seconda Repubblica prenderà la giusta direzione. Si potrà immaginare, col dimezzamento dei parlamentari e la semplificazione istituzionale -tagliando i costi della politica- un bipolarismo meno ingessato, o perfino un sistema che, come in Germania, permetta la competizione tra quattro-cinque grandi formazioni politiche. Se invece si volerà più basso, il Governo è destinato a non durare molto, e gli umori più radicali che corrono nella pancia della società italiana cercheranno nuovi ras o nuovi cacicchi per farsi rappresentare.

L’augurio a Mario Monti è di avere la capacità, con semplicità, di mettere l’orecchio a terra per sentire i rumori della società italiana, e per interpretare la voglia di equità, di cambiamento e di dinamismo che, malgrado tutto, la percorre in modo tanto forte.


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