L’assemblea promossa da Sinistra Romana è stata un grande successo. Oltre quattrocento persone hanno partecipato, e si sono messe buone basi per il futuro. In me prende sempre più corpo l’idea di promuovere un grande trasversalismo di sinistra, che non tocchi le appartenenze partitiche, ma lavori per l’avvenire, e cioè per un nuovo soggetto politico di una sinistra senza aggettivi.Ecco di seguito una sintesi del mio intervento al Teatro Colosseo

Oltre il Novecento. Una nuova sinistra globale

Grazie per l’invito e auguri a Sinistra Romana. Un’associazione trasversale, non solo tra DS e Rifondazione, ma con altre aree della sinistra (comunista, socialista, pacifista, verde, dei movimenti) e soprattutto con tanti che sentono stretto, strettissimo il vestito dei partiti, anche di quelli che con convinzione, nel segreto dell’urna, si votano. C’è bisogno di luoghi come questi.
Ho fatto le mie scelte –le ho fatte individualmente, ma sono scelte politiche-. Aderisco come indipendente al gruppo parlamentare del PRC –perché abbiamo percorso sentieri comuni, in questi anni, e ci siamo incontrati, da Genova, da quella ferita in poi, come viandanti-. Non aderisco al PRC non per reticenze ideologiche, né per le differenze che ho su alcune posizioni. Ma perché vorrei mettere la mia persona, la mia vicenda e le mie relazioni al servizio di un progetto più grande, capace di raccogliere e rappresentare le potenti domande di democrazia proposte dai movimenti in questi anni –no-global, pace, art.18 e conquiste sociali, girotondi-. Questo progetto ha a che fare con la svolta del Prc di questi mesi –la svolta sull’Unione e sul Governo, la svolta sull’identità che va oltre i percorsi del 900. E ha a che fare con la tua domanda, Alessandro. Ma fammi aggiungere, prima di dire il mio pensiero su questo punto, che la mia separazione dai DS, dolorosa, è inutile nasconderlo, non è animata da alcuno spirito di rivalsa o di polemica. La civiltà del dialogo pubblico e di quello privato con Piero Fassino –che ringrazio ancora- potrebbe iscrivere questa separazione sotto la categoria di consensuale. Ha vinto un’ipotesi nei DS che concepisce, al di là delle polemiche con la Margherita sul listone, il “riformismo” come una corsa al centro. Dire questo, parlare della costruzione di un soggetto di centro che guarda a sinistra, o di centro-sinistra, non vuol dire pensare che la battaglia nei DS sia terminata. La sinistra del partito la fa, e può continuare a farla con rinnovata efficacia. Ma se al tempo stesso qualcuno non lavora anche fuori dai DS per costruire un ponte, come ho scritto, quella battaglia sarà di testimonianza. Io mi colloco lì, fuori, in mezzo alle linee –sulla frontiera e la trincea- anche a costo di incontrare le incomprensioni o le demonizzazioni (mi riferisco a quanti parlano di Rifondazione come se quella svolta non ci fosse stata) di chi è prigioniero delle storie del passato.
Dobbiamo invece andare oltre i confini di quelle storie, rivendicando la memoria, le radici, la vicenda collettiva della sinistra del 900. Questo oltre lo abbiamo cercato nelle nostre diverse, spesso contrapposte esperienze: l’oltre di Bifo nel 77, l’oltre dei verdi prima maniera, l’oltre della nuova FGCI negli anni 80, l’oltre dell’89 di Occhetto; l’oltre della Rete e dei movimenti contro la mafia; l’ oltre del pacifismo e quello dei nuovi pensieri femminili; l’oltre dei centri sociali, fino a San Precario e al May Day; l’oltre delle nuove lotte sociali dell’ultimo periodo, di una CGIL, di una Fiom, di una FP che hanno acquisito soggettività politica; l’oltre dei migranti e dell’Arci di Tom; l’oltre della svolta di Bertinotti.
Ora abbiamo il dovere di cercarlo insieme, questo oltre. Di ciò ci ha parlato “un altro mondo è possibile”, il movimento che ha proposto per la prima volta su scala planetaria il tema della trasformazione della società e della vita, della collettività e delle singole esistenze.
I nomi del 900 sono splendidi, così i loro simboli. Io, che ancora mi ritengo socialista di sinistra, e che non mi vergogno certo della mia storia di giovane comunista, io, figlio di una cristiana per il socialismo e di un riformista che cominciò a votare PCI quando Craxi divenne segretario, provo ammirazione per chi pensò ai simboli delle nostre origini: il sole dell’avvenire, il libro, la falce e il martello, l’Internazionale. Siamo tutti figli di quelle storie, dei loro successi e delle loro tragiche sconfitte. E tra queste sconfitte io-proprio perché socialista- sento mia quella di un Labour il cui leader promuove la guerra. E ancor più mia quella di una sinistra che ancora non si interroga autocriticamente sugli errori compiuti negli anni della crisi della ex-Jugoslavia.
Ma questi nomi, che vanno onorati, rispettati, non bastano più a parlarci del mondo di oggi. Dell’Aids e dei crimini delle industrie farmaceutiche. Della privatizzazione del sapere e della tecnologia da parte di Microsoft. Del nuovo dominio autoritario televisivo –come non ricordare le splendide pagine di Pasolini-. Di una critica alla modernità, al capitalismo, a questa società, a un modo di vivere che non è ideologica, ma muove da istinti individuali di sopravvivenza e da domande collettive di democrazia e di diritti. Dobbiamo narrare, e poi rappresentare, dare forma, al conflitto globale tra i detentori, sempre più ristretti, autoritari, spregiudicati, delle ricchezze economiche e delle leve dei poteri (poche centinaia di person e fisiche nel mondo), e i soggetti (miliardi di uomini e di donne, nuove potenze politiche del sud del mondo, movimenti della società civile, forme di democrazia locale) che chiedono più diritti, più benessere, più democrazia. Se il vecchio compromesso capitale-lavoro, nel cuore del secolo breve, che ha permesso a milioni di persone dei paesi più ricchi di conquistare diritti, e che si è chiamato democrazia e welfare, è entrato in crisi, oggi quei soggetti che chiedono democrazia debbono costringere, con una lotta complessa e lunga, i detentori del potere a un nuovo compromesso. Come quando si passò dalle monarchie assolute a quelle costituzionali e poi alle repubbliche, oggi occorre passare dal potere assoluto del liberismo al riconoscimento di nuovi diritti sociali e civili, alla democrazia partecipativa.
E’ quindi l’antiliberismo l’identità prima di questo nuovo oltre collettivo. E la scelta di dire “la guerra fuori dalla storia”, “mai più guerre” è da un lato un giudizio su cosa Bush e i neocons hanno promosso nel mondo, e dall’altro un’indicazione sugli strumenti che i democratici, nel pianeta, devono scegliere. Nel discorso a Tbilisi –la rivoluzione viola, così chiama la guerra in Iraq, quella arancione, quella dei cedri, quella delle rose- c’è una visione imperiale che alterna la guerra al condizionamento politico-economico, per garantire che i detentori del potere mondiale e le minoranze che ne beneficiano non debbano rinunciare a nulla. Questo giudizio non può non ispirare, nelle forme dovute, una nuova politica estera dell’Unione e dell’Italia. Altro che mettersi a mezza strada tra Francia e Usa. L’Italia di Prodi deve stare con la Spagna di Zapatero, con la Francia, con la Germania. Ma a Bush che pensa che con questa strategia del bastone e della carota Cina, India e altri nuovi soggetti potranno essere controllati, non rispondiamo con l’idea che la democrazia si esporta se necessario anche con la forza. Non solo perché non è una merce che si esporta, è un bene comune che si promuove. Ma anche perché solo se l’OIL avrà più potere, se avremo un’agenzia ambientale mondiale che sanzioni chi inquina, se sarà un crimine investire e produrre violando diritti umani, se avrà potere cogente la Corte Penale Internazionale, allora la democrazia verrà promossa. Non lascio a nessuno la bandiera della democrazia e dei diritti umani, né tantomeno a chi, magari, è disposto a chiudere un occhio sul Tibet perché con la Cina si fanno buoni affari.
Non solo antiliberisti, quindi, ma pacifisti, universalisti e radicalmente democratici.
Il sostantivo di antiliberista oggi è beni comuni. La definizione dei beni –acqua, aria, spazio, oceani, territorio, salute, sapere- oggetto di assalti speculativi e di gigantesche privatizzazioni, che questo oltre intende sottrarre al mercato. Le vie non sono quelle classiche delle statalizzazioni: ma di forme pubbliche di gestione e di controllo fondate su principi di democrazia partecipativa.
Ma, e qui vi è una profonda discontinuità con le esperienze storiche del 900, la nuova sinistra, andando oltre, deve saper parlare, interpretare, rappresentare individui in carne ed ossa, che grazie alle lotte passate si sono fatti tali, sono usciti da una massa indistinta. Parlo della sfida più complessa che riguarda il lavoro, l’esistenza, i progetti di vita degli individui. Il lavoro è nel cuore del nostro progetto, tra le spinte di liberazione del lavoro e quelle di liberazione dal lavoro. San Precario ci lancia una sfida –a noi, al modo di essere sinistra, sindacato, associazione-: come costruire una moderna coscienza di classe, e di sé di milioni di donne e uomini parcellizzati, impossibilitati a pensare a un matrimonio, a una casa, a una pensione, a un progetto di vita. E’ come se i progetti di vita proposti dalle forme collettive che i lavoratori hanno avuto nel 900 non siano più riproponibili.
E’ dal legame con la CGIL e la sua esperienza che noi intendiamo muovere. Diritti sociali, salario, garanzie e democrazia da un lato, domande di senso, crisi di civiltà, ripensamento delle forme dell’organizzazione della vita dall’altro. Penso agli anziani, considerati da questa società, a differenza da quella africana, non delle biblioteche viventi (quando un anziano scompare è una biblioteca che brucia, dice un proverbio del Sahel). Penso ai giovani, alla precarizzazione come condizione sociale e esistenziale prevalente. Alla ricerca di branco, di gruppo, di identità che dia sicurezze e protegga. A domande di libertà –lo scambiarsi nella rete liberamente la cultura- irriducibili, che non possono essere lette secondo vecchi schemi individualistici
E infine la democrazia. Mi scuseranno gli amici del tavolo della solidarietà se rubo un loro slogan per il prossimo 2 giugno, festa della Repubblica: democratizziamo la democrazia. E’ una sfida globale, come detto. E’ una sfida italiana, dopo i disastri compiuti dalla destra contro la Costituzione. Ma guai a pensare che il problema non riguarda anche noi, sinistra, Unione. Il leaderismo sfrenato, la personalizzazione della politica, la nuova questione morale –cosa avrebbe commentato Enrico Berlinguer di quel sindaco diessino di Giffoni che si è assunto a 5000 euro al mese per gestire la discarica ? -.
Questo nostro oltre riguarda la forma-partito. Badate. Vengo da un partito, e nessuno ha inventato ancora qualcosa di meglio o di diverso nelle democrazie. Oggi chiediamo, come suggerisce Giulio Marcon, pari dignità tra soggetti della politica non presenti nelle istituzioni e i partiti. Ma i partiti di oggi non hanno nulla, o hanno ben poco a che vedere con quelli della Costituente e della Repubblica. Sono spesso e prevalentemente comitati elettorali. Fare della democrazia partecipativa, della riforma della politica –direi: non solo rifondare la sinistra, ma rifondare la politica- la nostra identità e la nostra pratica è forse la sfida più difficile.
Ecco il cruccio. Nel cantiere abbiamo iniziato con Prodi un confronto perché il programma sia aperto a queste istanze, e la decisione di accettare la nostra proposta di una convenzione che voti, e di primarie su alcuni punti del programma è rilevante. Ora stiamo, con Francesco Martone e altri, provando a connettere una rete di sinistre plurali che lavori, oltre l’orizzonte elettorale, per un nuovo soggetto politico della sinistra del ventunesimo secolo.
Siamo impegnati per unire. Per battere Berlusconi. Per essere uniti quando governeremo. Senza mai dimenticare che il fine non è il potere, è il mezzo. Non vogliamo essere cambiati dal potere, ma vogliamo cambiare il potere e la politica per cambiare la società e la vita.

Pietro Folena

7 Risposte a “Nasce qualcosa di appassionante (nel silenzio della stampa, esclusa Liberazione)”
  1. Pierluigi scrive:

    Caro onorevole , intanto complimenti per questo manifesto che condivido e speriamo di essere in tanti a condividere ma mi lasci rinnovare gli auguri per la sua scelta coraggiosa anche perche’ comincera’ a rendersi conto di come i media trattino Rifondazione(dal titolo che ha scritto direi di si). Non solo la carta stampata fa finta di nulla ma anche la nostra cara RAI compresa RAI 3 di centro-sinistra memoria.

  2. Donato di Bari scrive:

    Eccellente! Davvero eccellente! Un’niziativa di questo tipo avrà certamente un grande seguito perchè rispecchia le esigente più genuine del grande “popolo della sinistra”. Grazie di cuore per averci pensato.
    Donato

  3. Pino scrive:

    Ricordo della Resistenza…lo spirito è il medesimo:voglia di combattere un sistema-nemico che va sfaldandosi,e la sfida di superare la “personalizzazione”delle libertà..

  4. Pino scrive:

    Auguri per il nuovo programma dalla “Primavera” di Mattinata!!

  5. Pietro scrive:

    Mi è arrivata questa mail:

    si, credo che vi sia una richiesta di “protezione” di alcune aspettative di vita, che ahimé, sono basilari, che la sinistra ds o prc non riescono a considerare. ecco perchè è necessario mettere in rete tutte queste energie ed intelligenze in modo tale che si possa sviluppare, nelle sedi congrue, un’azione politica necessaria che le strutture partitiche ingessate come sono intorno al consenso puro e semplice, non possono più esercitare.
    abbiamo sentito insieme ad un nutrito gruppo di giovani, il suo intervento ieri a firenze, e volevamo attivarci per realizzare questo progetto.
    grazie folena.

  6. Gianluca Poscente scrive:

    Ero presente all’affollata iniziativa romana (che caldo in sala..).
    Penso che la Sinistra debba ritrovarsi nei contenuti e poi riorganizzarsi per rinascere e guidare il paese ad un nuovo “rinascimento italiano”.
    Se Berlusconi dovesse lasciare come mi auguro al più presto, cambieranno molte cose, nel centro destra e nel centro sinistra.
    La scelta di Folena rafforza le prospettive di unità della sinistra democratica italiana e favorisce il superamento della surreale e mediatica dicotomia tra “riformisti” e “radicali”.
    Attendo di valutare il prodotto della fabbrica di Prodi, spero sia di qualità accettabile. Lavoriamo per questo.

  7. frank scrive:

    vous avex fracais http://taimwailsain.blogspot.com