Da Sardegna Quotidiano di oggi

L’estate 2011 della Lega verrà ricordata come la stagione del declino. Il Partito di Umberto Bossi, che nell’ultimo ventennio ha rivoluzionato la politica e la società italiana, e che ha conosciuto nel corso di questo periodo fasi di crisi e momenti di tumultuosa crescita, sembra aver imboccato, non senza tristezza, la strada del tramonto. Non si può del resto non riconoscere a Bossi una straordinaria capacità politica e umana, nel “sentire” la società delle aree più ricche del Paese. Non c’è Roberto Maroni, non c’è Roberto Calderoli che abbiano potuto sostituire il leader carismatico della Lega nella sua funzione di “profeta” del credo leghista. E di un vero e proprio “credo” si è trattato, una forma di religione politica e civile, con tanto di mitologia, di simboli sacri e di riti collettivi.

La condizione fisica e personale di Bossi è così diventata una metafora della condizione della Lega. E se poteva sembrare, quando il capo leghista fu colpito da un grave malore, che la Lega fosse destinata ad una rapida e irreversibile crisi, la capacità di Bossi, della sua famiglia e del suo partito di trasformare anche una minorità fisica in un’opportunità politica è stata uno dei fenomeni politici più sorprendenti di questi anni.

Oggi tutto questo non funziona più. Forse perché Bossi ha perso di lucidità, o forse perché un ventennio -anzi, venticinque anni- è un tempo lunghissimo di sopravvivenza politica per una leadership, o forse perché la crisi è troppo strutturale e troppo forte, la Lega non morde più. La Lega appare come un partito romano, capace solo di abbaiare, e nell’ultimo tempo di miagolare. Ma dietro alle vicissitudini personali di Bossi, e alle diatribe interne alla Lega, c’è una crisi più profonda, di un blocco sociale che la Lega, nelle sue alleanze con Silvio Berlusconi, ha rappresentato negli anni in cui è avvenuta la scomparsa della lira e l’integrazione dell’Italia nell’area dell’Euro. Il ceto medio imprenditoriale e professionista , e quello operaio e laborioso del nord per anni, sotto l’ombrello della Lega, hanno cercato la protezione dagli effetti più sconvolgenti dei processi di globalizzazione e di internazionalizzazione. La frontiera interna della lotta contro l’immigrazione e il multiculturalismo è stata istituita a questo scopo. E in molte circostanze è diventata un vero e proprio muro.

Ma tutto questo non è bastato. Ora quei ceti si trovano più poveri e meno protetti di qualche anno fa, e cercano, anche confusamente, nuove strade. Il voto di Milano -ma non era la capitale del centrodestra?- sta lì a dimostrarlo.

Il confuso balbettio di queste settimane tra la Lega e Berlusconi, e il susseguirsi di annunci, promesse, smentite sulle manovre del Governo non sono solo un segnale di difficoltà soggettiva del partito di Bossi, ma rappresentano la manifestazione più palese di un’erosione di consensi e di una crisi di credibilità difficilmente rimarginabili. La vera domanda ora è: chi saprà interpretare questa crisi e rappresentare questi ceti? Il modello Milano sarà riproducibile, o comunque capace di generare una nuova coesione democratica nei territori in cui la Lega è stata di fatto partito unico? E alla mitologia e all’ideologia fabbricate da Bossi, quale speranza e quale credo si potrà sostituire?

Certo. Una leadership a breve di Maroni potrebbe spostare l’asse e aprire una nuova stagione. Ma difficilmente si potrebbe immaginare da parte di Bossi un passo indietro a favore del Ministro dell’Interno. E certo, un passo indietro a favore di suo figlio, una trotizzazione della Lega, non garantirebbe alcuna prospettiva credibile ad uno dei fenomeni politici più singolari e eccezionali dell’ Europa della fine Novecento.


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