Da Sardegna Quotidiano di oggi

Fa caldo. Proprio nei giorni in cui torna un’estate bollente, i mercati – questi sconosciuti!- si sono incaricati di bocciare tutte le previsioni dei mesi passati. La crisi, a quattro anni dalla sua esplosione, si ripropone con tutta la sua profondità. E’ di queste ore la constatazione che l’Europa intera si trova in piena recessione, e che le prospettive a breve, perfino per il gigante cinese, sono negative. Le misure prese fin qui sono state, nel migliore dei casi, un’aspirina. La malattia del capitalismo finanziario e speculativo, che in questi giorni fa volare il prezzo dell’oro, è grave, forse incurabile. L’Europa, che ha creduto solo nelle leggi del mercato e nella supremazia della moneta, rinviando ad un secondo tempo la sua coesione politica, è colpita al cuore da questa malattia. Basti pensare alle giuste anche se tardive proposizioni di Angela Merkel e di Nicolas Sarkozy a proposito dell’istituzione della Tobin Tax (la tassazione delle transazioni finanziarie internazionali, vera base di una democrazia sovranazionale) e al modo negativo con cui sono state accolte, proprio perché due governi, di paesi pur messi meglio del nostro, non possono surrogare l’assenza politica dell’Europa unita.

La riforma del capitalismo di cui c’è bisogno riguarda il suo divorzio dalla speculazione finanziaria, e il suo tornare ad un compromesso globale col lavoro: mettendo un tetto ai privilegi e alle ricchezze, e legandosi a valori della realtà, come la fatica, l’ingegno, l’operosità umana, il rispetto per la dignità della persona.

L’impressione è che anche Obama, costretto dai rapporti di forza sfavorevoli ad un accordo al ribasso con l’opposizione repubblicana, possa rilanciare la spinta propulsiva della sua Presidenza solo promuovendo un accordo internazionale che colpisca come crimine la speculazione finanziaria e individui gli strumenti -in Europa, ha ragione Tremonti, gli Eurobond, titoli europei comuni e stabili- per sostenere le fasce più deboli, per rilanciare la crescita, per costruire un nuovo welfare sostenibile.

E’ anche per questo che la strada imboccata in Italia sembra la più miope. Già nella manovra di luglio, che rinviava i numeri importanti a dopo il 2013, era chiaro il corto respiro. Oggi, premuti dalla speculazione e dai vincoli europei, e da un’opinione pubblica sempre più stanca della democrazia rappresentativa e dei suoi istituti, si fanno scelte dolorosissime, inique, inefficaci. I Comuni sono spogliati. In cambio di un contributo di solidarietà che colpisce solo chi non evade le tasse si riformula l’idea di smantellare l’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori e la forza collettiva dei sindacati. E potremmo proseguire, fino all’ipotesi di un nuovo scudo fiscale. Con ogni probabilità, tutto ciò non basterà a fermare la crisi della Borsa e la forza della speculazione -anche perché, come detto, la crisi non è solo italiana-, e avvilirà ancor più le forze vive, tante, della nostra società , che andrebbero chiamate a una collaborazione che abbia un senso e uno sbocco.

Ecco perché la via maestra, la vera riforma italiana, è quella senza timori di votare prima possibile, se ci si riesce correggendo la legge elettorale e dando ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Esattamente quello che ha deciso di fare Zapatero in Spagna, con l’effetto di frenare gli aspetti più dirompenti della crisi. Un governo diviso e non più legittimato dal consenso -come si è visto con le recenti elezioni amministrative-, dilaniato da lotte personali ed intestine, è il fattore principale di peggioramento della situazione.

Oppure, ma questa è una soluzione secondaria, perché non sorretta da una legittimazione popolare più vasta, i partiti facciano un passo indietro, e diano il loro consenso a un governo degli onesti, composto da personalità fuori dalla mischia, con un programma di coesione sociale.

Quello che non si può fare è continuare in un’agonia così lunga e così profonda. A uscirne colpita non sarebbe solo la maggioranza, ma la democrazia. Già si sentono umori populisti e antipolitici. Non si può aspettare che si coagulino attorno a qualcuno che prospetta non si sa quale avventura.


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