Da Lettera43 di oggi

Ora che anche Sergio Chiamparino sostiene l’alleanza con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, si può proprio dire che Pierluigi Bersani ha tutte le condizioni per vincere la sua sfida. Certo, si può osservare che una tale strategia non potrebbe avere vita facile definendo gli interlocutori in modo caricaturale, a partire dall’etichetta di “sinistra populista” data dall’ex-sindaco di Torino a Di Pietro. Anche perché quest’etichetta non dà conto della recente svolta del leader di Italia dei Valori, responsabile, moderata, a sostegno di Bersani. Dettagli. Ma che la componente liberal del Pd modifichi il suo indirizzo è il segno del vento nuovo che spira nell’opposizione.

Certamente quest’alleanza non può prendere la forma di un partito o di un soggetto politico comune. Il tema è su quale contenuti e su quale programma un’intesa si possa realizzare. La terza via tra due populismi a me sembra uno slogan un po’ vuoto. Cosa sia il riformismo oggi, e su quali politiche ci si possa incontrare con i propri alleati, è una questione che il Pd deve definire. Un passaggio in avanti sulle questioni del lavoro è stato compiuto in questi giorni, con la linea che il responsabile economico del Partito, Stefano Fassina, ha dettato, lontana dalla visione liberale di Pietro Ichino. Ma occorre accelerare su questa strada. E i referendum, che certo non risolvono i problemi, ma indicano una strada, non possono essere equivocati. Dietro il no al nucleare e il no alla privatizzazione dell’acqua, sostenuta nel passato anche dal Pd e da molti sindaci, c’è il convincimento che i beni comuni abbiano bisogno di forme di gestione differenti tanto dallo statalismo sprecone quanto dall’ideologia del mercato come risolutore dei problemi. In fin dei conti quello che mette insieme le primarie, le vittorie di Pisapia e degli altri candidati di centrosinistra e i referendum è un’idea di democrazia partecipata. I ragazzi dei forum per l’acqua hanno presentato anni fa in Parlamento una legge di iniziativa popolare, da cui per rispetto del voto referendario ora bisognerebbe ripartire, che prevede meccanismi inediti e originali di gestione partecipata, nei quali gli investimenti sulle reti sono a carico della tariffa e della fiscalità generale. Si può discutere, ma non sono slogan: è una proposta di vera “terza via” tra statalismo e mercatismo.

La questione quindi non è quella di inventarsi un nemico immaginario a sinistra, ma di declinare un riformismo forte e innovatore, in cui il pubblico non è solo lo Stato. Semmai, il centrosinistra si troverà il problema, se le cose procedono così -con un governo minoritario nel paese ma maggioritario nel Palazzo-, di affrontare quando (presto, speriamo) si giungerà alle elezioni, una situazione finanziaria e di credibilità internazionale dell’Italia drammatica. Il tema del consenso da avere, in una situazione sociale difficilissima per milioni di persone, per un risanamento che sia anche crescita e sviluppo -senza due tempi distinti-, e frenando le speculazioni internazionali sul nostro Paese, fa tremare le vene ai polsi. Ci vorrà una solida maggioranza elettorale e parlamentare e una politica che chieda ai forti e ai ricchi un contributo consistente per rimettere l’Italia, in cui operano tante energie positive, sulla strada giusta.


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