Da Lettera43 di oggi

Anche se occhi e orecchie di tutti sono in queste ore rivolti verso Milano e Napoli, e le altre città dai ballottaggi al cardiopalma, già si è aperta la campagna referendaria. Era da molto tempo – a causa dell’abuso che si è fatto negli anni dell’istituto referendario- che una competizione di questo tipo non suscitava tanto interesse, per i contenuti sollevati, e non aveva tanto rilievo politico.

Diciamo la verità: in particolare per il Pd -che come ha scritto Paolo Madron dovrebbe in queste ore stare immobile attendendo i continui scivoloni dell’avversario per vincere i ballottaggi- i referendum sono una sorta di benedetta rivoluzione copernicana. In questi anni in cui al centro ci sono stati solo i partiti, i leaders e le formule, e i contenuti sono stati evocati come satelliti destinati a ruotare intorno a chi comanda, e alle forme della politica, e si è allargato a dismisura il fossato con la vita della gente, ora al centro vengono i contenuti, e occorre scegliere, semplicemente, con un sì o con un no. Si dirà: il Pd ha scelto di votare sì a tutti i quesiti. Bene. Se per il legittimo impedimento era scontato, lo era di meno per il nucleare -ammesso e non concesso che con l’imbroglio della moratoria imposta a colpi di fiducia dal Governo si arrivi a votare- e soprattutto per l’acqua. Sul primo punto una politica energetica realmente innovativa, fondata sulle rinnovabili e sul risparmio, non è stata ancora pienamente sposata dal Pd. Ma sul secondo non si può dimenticare che -Bersani, D’Alema, Veltroni in testa- i leaders del Pd sono stati tra i principali propugnatori, per anni, della liberalizzazione -leggi privatizzazione- del servizio idrico. Le conseguenze di quella politica sono sotto gli occhi di tutti: aumento stellare delle tariffe, disservizi, potere smisurato delle ex-muncipalizzate oggi quotate in borsa ma controllate dai Comuni e loro finanziatrici. Scegliere il sì vuol dire operare una svolta netta a favore di un’idea di beni comuni, e di salvaguardia di un patrimonio decisivo come l’acqua. Obtorto collo il Pd, a cui non manca una ricchezza programmatica, ma talmente ampia da prevedere posizioni fra di loro divergenti se non opposte, imbocca ora questa strada. Ed è tanto forte la posizione di merito, da essere la ragione del possibile e probabile raggiungimento del quorum del 50 più uno degli elettori, e da spingere la Lega, in evidente polemica col Pdl anche sul legittimo impedimento, a aprire alle ragioni del sì e della partecipazione al voto.

Certo: dal lavoro al fisco, dalla cultura alla sanità ci vorrebbe qualche altro referendum per far uscire il Pd dalle sue incertezze, e per farlo divenire un grande partito progressista. Non si può farlo, certo: ma si può chiedere a questo partito, e all’intera opposizione, di assumere posizioni chiare e forti, legittimate democraticamente dai propri sostenitori, sui principali problemi del Paese. Così la vita tornerebbe a condizionare la politica, e si farebbero meno vacui discorsi sulle formule o sui leaders.

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