Da Lettera43 di oggi

Alla vigilia di elezioni amministrative che, a causa del declino di Berlusconi, visibilmente invecchiato e meno lucido, e delle divisioni nella maggioranza e nel PdL (di cui col voto alla Camera sulla missione in Libia è andata in scena una rappresentazione tragicomica: lo stesso Bossi, quasi per autoconvincersi, visto che c’è da nutrire qualche dubbio, assicura che “la Lega ce l’ha sempre duro”), l’opposizione può vincere, nel Pd regna sempre sovrana la confusione. Non si può dar torto a Veltroni, dopo mesi di assalto da parte di Renzi, in puro stile maoista, all’arma bianca al quartier generale, il quale chiede sul Foglio, nei giorni scorsi, di “aprire con il segretario Bersani una discussione seria per capire se il percorso scelto dal partito è quello giusto”. Né si può dar torto al giovane responsabile organizzativo del Pd, Nico Stumpo, incaricato da Bersani di rispondere a Veltroni -secondo una vecchia tradizione stalinista volta a ignorare il proprio avversario interno-, che risponde che dopo le amministrative il Pd si deve occupare di come mandare via Berlusconi, e non Bersani. Certo è che questa discussione, animata dagli eredi del Pci-Pds-Ds, dà il senso di quanto il veilletario progetto pensato in origine di mettere in un solo partito ex-democristiani ed ex-comunisti sia in crisi. Possono vincere le coalizioni di centrosinistra, possono vincere o avere affermazioni sorprendenti candidati “gentili”, come Pisapia a Milano: ma il Pd, come forza coalizionale, larga, aperta, al momento non sembra funzionare.

Dallo sciopero generale del 6 maggio al referendum sull’acqua, da Marchionne alla Fiom non vi è argomento su cui esista una posizione coesa e solida. Solo il disastro di Fukushima ha spinto il Pd a rompere gli indugi contro il nucleare, e solo lo spettacolo patetico della maggioranza sulla Libia ha coperto le divisioni sulla politica estera nel Pd.

Non sarebbe meglio pensare al Pd come a una federazione tra una sinistra nuova, riformista e progressista, e un’area cattolica democratica e liberale, diverse e distinte, ma alleate sulla base della necessità, per citare Moro, di aprire una nuova fase, dopo il ventennio berlusconiano nella politica e nella società italiana? E in generale a raccogliere sull’uno e sull’altro fronte le forze che a quelle due grandi ispirazioni -quella socialista da un lato, e quella cattolico democratica dall’altro- fanno riferimento?

Ora è il momento della campagna elettorale e della raccolta di voti. Ma se davvero le amministrative di maggio dovessero dare un segno tangibile di una crisi del berlusconismo, non sarebbe troppo tardi per aprire una discussione ordinata, in cui il tema non è chi è il leader, ma come operare una metamorfosi del Pd e del centrosinistra capace di dare un’immagine più fresca, più generosa, più solidale di chi si candida all’alternativa.


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