Da Lettera43 di oggi

La sacralità del primo maggio – una giornata in cui quasi nessuno lavorava, salvo assicurare i servizi più indispensabili- appartiene alla memoria della nostra infanzia e della nostra giovinezza. Gli autobus fermi, i negozi tutti chiusi, le grandi manifestazioni unitarie dei lavoratori. Quella sacralità rispecchiava la sacralità del lavoro nella società di allora. Di un’idea di progresso fondata sul lavoro e sul suo riconoscimento.

Poi è arrivato il concertone a San Giovanni, a Roma, quasi a trasmettere per nuove vie la forza di quei valori antichi. E ancor oggi ha questa funzione.

Ora, in piena santificazione del consumo – anche la domenica, come dì di festa, non esiste più, sepolta nei centri commerciali e negli outlet – c’è poco da stupirsi se è partita in grande stile l’offensiva per l’apertura delle attività commerciali il primo maggio. A Roma, addirittura, la festa del lavoro viene oscurata dai festeggiamenti senza precedenti per la beatificazione di Papa Woytila: c’è da chiedersi quanto il pontefice polacco sarebbe stato lieto di una celebrazione che, sia chiaro senza un intento voluto, svuota la festa del lavoro. Beatificarlo una settimana dopo non sarebbe stato uno scandalo.

Ma sono le scelte del sindaco di Firenze, Renzi, e di quello di Milano, Letizia Moratti, a costituire le lance infuocate dell’offensiva anti- primo maggio. E sì che quest’anno, per via degli scherzi del calendario, si erano sommate festività, per la gioia delle imprese: Pasquetta col 25 aprile, la domenica primo maggio. Proclamare l’apertura di tutte le attività -in nome di un principio “liberale”: come si fa a rinunciare agli affari che si possono fare con tutti gli eventi, a partire dalla beatificazione di Woytila, previsti per quella data?- è un manifesto ideologico contro l’articolo 1 della Costituzione. A parte che c’è da domandarsi cosa ci sia di “liberale” nel sottrarre ai lavoratori .-specialmente a quelli precari di tanta parte della grande distribuzione, già spremuti fino all’ultima goccia- un giorno di riposo, continuo a pensare che sottrarre ai consumatori un giorno dedicato, per chi può, a spendere o a indebitarsi per farlo, sia un atto giusto. Richiederebbe uno sforzo collegiale per rimettere il lavoro al centro, per rispettare chi lavora, per impegnarsi contro gli infortuni e le morti bianche. Che la destra milanese sia poco sensibile all’argomento, è naturale. Ma che l’uomo nuovo della sinistra, il sindaco di Firenze, sposi questa posizione, è segno di una grande omologazione del ceto politico, da cui discende tanta disaffezione alla politica.

Bisognerebbe che la posizione della CGIL, ora condivisa da tante altre sigle sindacali, diventasse una posizione politica e culturale di fondo, a partire dal partito di Renzi. Non c’è nulla di retrò nel ricordare il primo maggio 1886, quando iniziò in modo drammatico la lotta operaia per le otto ore. Cercando e ricercando il nuovo, stiamo invece scivolando a ritroso, prima delle grandi conquiste dei lavoratori.

Commenti chiusi.