Questo pezzo doveva uscire su Epolis il Primo Maggio, ma Epolis non è uscito per problemi con lo stampatore

Le polemiche, in molte città, sull’apertura dei negozi il 1° maggio, festa del lavoro, raccontano bene di questo tempo. La festa del lavoro, infatti, se ha da essere – e ha da essere, non fosse altro che per rendere onore ai lavoratori che si batterono per le otto ore, nella seconda parte dell’Ottocento – non può essere relegata ad una mera festività. Già, nella contemporaneità, il lavoro domenicale – giorno di riposo, di preghiera, di comunità familiare – è stato violato prepotentemente dalla logica dei grandi centri commerciali, degli outlet, dei luoghi del consumo di massa. Di domenica lavorano più precari, più sfruttati, più sottopagati rispetto ai normali giorni lavorativi. Ma che si pensi che la modernità nasca dall’apertura degli esercizi commerciali il primo maggio, la dice lunga sulla pochezza della cultura politica e dei valori di tanti esponenti e amministratori locali.

C’è forse poco da stupirsi: da anni il lavoro è stato sradicato dal sistema di valori condiviso (quell’ “Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” appare a una gran parte delle forze dominanti e dell’ideologia prevalente un residuo archeologico del passato); e la logica della finanziarizzazione, della furbizia, dell’apparenza hanno travolto il valore di ciò che fai, dei contenuti della tua opera, del riconoscimento del merito. Grecia, Spagna, Portogallo, in questi giorni, i paesi anglosassoni nei mesi passati, rappresentano le parti dell’Occidente più travolte da questa tendenza, e ne stanno pagando un prezzo salatissimo. In Italia l’Istat ci racconta di un tasso di disoccupazione salito all’8,8%, di 236000 persone in cerca di lavoro in più, in un anno, degli occupati calati di 367000 unità. I giovani e le donne sono le principali vittime di questa tendenza.

E tuttavia la forza dell’Italia è ancora costituita dal suo lavoro: quello operaio, quello precario giovanile, il doppio lavoro femminile fuori e dentro la casa, quello del sistema delle piccole e medie aziende che continua a rappresentare, malgrado la crisi e i comportamenti usurari di molte banche, il vero patrimonio del Paese. Il problema politico a sinistra -dovè nato il primo maggio- è quello di rappresentare il lavoro. A destra la Lega, con le sue soluzioni di chiusura territoriale e di protezione, una risposta sembra darla. Ben venga allora – dopo tante punzecchiature senza risposta – la reazione emotiva e appassionata di Bersani, l’altra sera, ad Anno Zero. Non sia solo la reazione di un momento: ma diventi, davvero, la dimostrazione permanente e duratura che è possibile e necessario fondare sul lavoro la politica del futuro. Buon Primo Maggio a tutte e a tutti!

Una Risposta a “L’assedio commerciale al Primo Maggio”
  1. Gianluca Poscente scrive:

    Buon primo maggio a te Pietro!
    Il lavoro resta un orizzonte primario per chi desidera costruire un mondo diverso e migliore. Peccato che per primi i lavoratori spesso dimentichino come dare senso profondo al loro agire.
    Ho davanti a me troppi esempi di italiani che vivono il proprio lavoro furbescamente come semplice gara a fregare il prossimo, sia questo il proprio collega o il cliente o utente o cittadino che ha di fronte.
    Ridare senso morale alto al lavoro è un imperativo che non tocca solo alla politica ( che spesso dà esempi pessimi) ma anche a noi, ai sindacati come alle imprese, a tutti quegli italiani onesti che spesso si caricano sulle spalle tante responsabilità e nel silenzio le portano avanti.
    Un caro saluto.