Da Epolis di oggi

La storia dell’Afghanistan non ha proprio insegnato nulla ai politici e ai generali. In quelle valli, e da quei popoli – in lotta fra di loro, ma fieri e orgogliosi – hanno conosciuto sconfitte dolorose le truppe coloniali inglesi e l’Armata Rossa sovietica. Ora per ragioni politiche – Obama che agli occhi dell’opinione pubblica americana deve compensare il disimpegno dall’Irak, in un momento in cui la sua nuova politica di apertura all’Islam si è fermata a Teheran, e l’Italia che per accattivarsi l’amministrazione USA alla vigilia del G8 ha accettato, pur senza un mandato dl Parlamento, di cambiare natura alla missione militare, trasformandola in missione offensiva e di combattimento -, l’errore degli inglesi e dei sovietici viene ripetuto dall’Occidente, e in primis dal nostro Paese.

E’ inutile nascondersi il fatto che i talebani non sono uno sparuto gruppo di terroristi, ma una fazione potente e armata che gode di un vasto consenso e di un importante retroterra in Pakistan. La scorciatoia militare non risolverà la crisi afghana. Sarà solo la politica, la capacità di aprire una trattativa con tutti, l’avvio di un vero processo di pacificazione col ritiro delle truppe occidentali – insomma, quella che viene chiamata un’ exit strategy – , a impedire un’involuzione ulteriore, con costi umani elevatissimi per le popolazioni civili, e costi crescenti per le forze impegnate, tra cui quelle italiane. La stessa strada che in altri momenti è stata imboccata con successo altrove: negli anni più recenti in Irlanda, per sconfiggere la deriva terroristica.

Obama, di fronte alle difficoltà militari, non potrà che aprire quanto prima la strada della trattativa e del dialogo. E l’Italia? La solidarietà ai nostri ragazzi impegnati in quei territori difficili dev’essere piena. Ma una domanda va fatta ai nostri governanti che con tanta facilità hanno promosso un cambio silenzioso di atteggiamento nella guerra, e che ora – col Ministro Frattini in testa – propugnano l’uso dei Tornado e un’escalation ulteriore. A che pro modificare un profilo che fino ad ora, lì come in Libano – dove operano i radicatissimi Hezbollah – ha permesso all’Italia di svolgere una funzione più politica e diplomatica, e di essere meno invisa proprio perché non aggressiva? Mostrare i muscoletti a Frattini e a qualche generale  (a differenza dal grosso dei nostri stati maggiori) a loro non costa nulla, ma ha un prezzo salato per le popolazioni civili afghane, per tanti giovani militari e per l’Italia, che perde peso e funzione, accodandosi tardivamente agli errori degli altri.

Pietro Folena

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