Da Epolis del 14 luglio

L’autolesionismo dell’opposizione non sembra avere limiti. Un paragone sì: l’autolesionismo del Presidente del Consiglio, oramai vero oppositore di sé stesso. Nel momento di massima difficoltà di Berlusconi – il quale ha sfoderato il meglio di sé nei giorni del G8 -, e di auto-dissoluzione della sinistra-sinistra, polverizzata in tanti partitini, il PD ha avviato procedure arzigogolate e incomprensibili per un Congresso decisivo e per la scelta del suo leader. Tutto è cominciato con l’autoproclamazione nuovista dell’onorevole Serracchiani, cooptata nel gotha dirigente dalla leadership del partito, e con la piuttosto confusa assemblea di giovani che, in nome di un discorso anagrafico ma senza un percepibile progetto culturale e politico hanno dichiarato la loro volontà di fare piazza pulita di chi c’era prima di loro. E’ stato imboccato un terreno scivoloso: se Obama, per fare un parallelo, avesse detto che voleva vincere perché era nero e giovane, avrebbe perso; ha vinto un nero giovane perché ha detto cosa voleva fare sulla guerra in Irak, sulla disoccupazione, sull’ambiente, sui diritti civili. Imboccata quella strada sdrucciolevole, prima è scivolato Franceschini, proclamando che era costretto a candidarsi per impedire che “tornassero quelli di prima” (!). E’ poi rovinosamente caduto Ignazio Marino, ottima persona e stimabile senatore, talmente nuovo da essere sponsorizzato dai più radicati esponenti dell’apparatnik romano (protagonisti della consegna ad Alemanno delle chiavi del Campidoglio), che – muovendo incredibilmente dalla tragica notizia di cronaca che raccontava dell’iscrizione al PD del sospetto stupratore seriale della capitale – ha dichiarato che nel suo partito “c’è una questione morale gigantesca”. In un sussulto di dignità il PD, infine, ha detto di no alla logica conclusione dell’ossessione nuovista, con la candidatura-beffa di Grillo.

Bersani, con sapienza e prudenza – fino ad ora senza troppo entusiasmo -, ha evitato di imboccare quella strada, e ha fatto bene. Ora però dovrebbe dirci con più chiarezza dove intende andare. Il PD va fondato, culturalmente e socialmente: un partito del lavoro e della conoscenza, con  un’identità paragonabile a quella delle grandi forze socialdemocratiche europee può avere un futuro. Non è questione di cattolici: Rosi Bindi, che sostiene Bersani, è assai più vicina a quelle forze che non ai liberali o ai popolari. E il PD, come Bersani ha riconosciuto, deve avere una politica di alleanze, a sinistra e verso il centro.

Se la competizione congressuale e le primarie riporteranno il dibattito sul terreno delle cose che interessano alla gente sarà una cosa buona. Altrimenti  parlando male di sé stessi e autoproclamandosi nuovi è difficile vincere le elezioni.

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