Da Epolis di oggi

L’assenza vera o presunta di un’agenda stringente da parte italiana per il prossimo G8, e le polemiche interne e internazionali sul nostro premier, non mettono in ombra le quattro grandi novità che, nell’era Obama, accompagnano il vertice de L’Aquila. La prima novità, addirittura sconvolgente per la portata che riveste, è l’accordo sul disarmo nucleare tra Usa e Russia. Viene ripreso e accelerato potentemente un cammino che per quasi vent’anni si era frenato e persino congelato, fino a ipotizzare in tempi recenti la ripresa della guerra fredda. Di fronte al nanismo politico dell’Europa, che ha avuto margini tattici di inziativa solo di fronte allo spirito guerrafondaio di Bush, Usa e Russia gettano le basi di un nuovo sistema di relazioni multipolare. La seconda novità è il dialogo che l’Occidente di Obama ha impostato con l’Islam, spazzando via in un colpo solo Guantanamo, Abu Graib, lo scontro di civiltà e il razzismo antimusulmano che dilaga in una parte d’Europa e in Italia. La terza novità, dopo anni nei quali le grandi democrazie avevano più difficoltà a parlare di diritti umani – proprio perché a suon di bombe ne facevano macerie – , è il riemergere nei sistemi totalitari e repressivi di una grande domanda democratica, dietro cui non è difficile scorgere la speranza suscitata dal primo Presidente nero degli USA. La rivolta dei giovani iraniani, che ha conosciuto una feroce repressione, ma che per la prima volta incrina dall’interno il regime teocratico; la strage di uiguri musulmani nello Xinjiang, che scuote la dittatura comunista cinese come già avevano fatto i tibetani, fino alla solidarietà internazionale quasi totale col Presidente del piccolo Honduras rovesciato da golpisti reazionari, sono eventi distinti ma che, in qualche modo, incrociano la vicenda del nuovo inquilino della Casa Bianca. La quarta novità è la riforma radicale avviata da Obama degli organismi di controllo sull’economia e sulla borsa negli USA, a cui dovrebbe seguire quella del FMI, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Mondiale del commercio. Si disegna così un mondo più multilaterale, meno armato, un po’ più democratico. Rimane la domanda fatta dal Pontefice – anche fra le righe della nuova enciclica sociale – e ripresa dal figlio di un immigrato keniota negli Stati Uniti, oggi Presidente: per l’Africa, contro la povertà, per la giustizia sociale, per la salute quanto i grandi sono disposti a investire? Quanto si metterà mano alle ragioni strutturali di ingiustizie e povertà nel pianeta? Siamo in attesa – pur senza illusioni – di una novità sociale. E curiosi di capire se, accanto al giaccone a vento firmato personalmente da Berlusconi per i colleghi del G8, il Governo italiano si presenterà con qualche proposta e con qualche idea convincente.

Una Risposta a “I grandi imparino da Obama”
  1. Dare Devil scrive:

    Un’analisi davvero cristallina. Grazie Folena. Sarebbe il caso che, guardando alle traiettorie sociali intraprese dagli USA e addirittura dal Vaticano, la Sinistra italiana anzichè guardarsi l’ombelico e pensare al passato, ritrovi nel concreto una rinnovata capacità di interpretare il presente e progettare un futuro più giusto, solidale e sostenibile. Per tutti.