Per cause tecniche il mio blog è rimasto bloccato quasi due mesi. Me ne scuso. Oggi Epolis esce con questo mio editoriale

Nel luglio di otto anni fa, il G8 che si stava per aprire a Genova annunciava un periodo nuovo e drammatico. Nel settembre di quell’anno venivano colpite dai terroristi le Torri Gemelle, e nel 2003, dopo l’invasione dell’Afghanistan, veniva scatenata una guerra pretestuosa e perdente in Irak. Se in Europa sembrava prevalere una sinistra moderata in corsa verso il centro – simboleggiata da Blair e Schroeder -, e se in Italia, tanto per cambiare, aveva appena vinto Berlusconi, il mondo sembrava dominato dalla destra al governo dell’Impero americano e da Bush, divenuto Presidente per decisione dei giudici dell’Alta Corte.

Oggi la situazione appare rovesciata. Ai ragazzi che protestavano allora per l’arroganza del potere economico mondiale – e a cui il nostro Paese rispose con una violenza che non appartiene alle sue tradizioni costituzionali – hanno primadato conto il Brasile di Lula e l’America Latina, poi l’India di Sonia Gandhi, e infine, in modo clamoroso e inaspettato, gli USA di Barack Hussein Obama. E così, il prossimo vertice dell’Aquila vede a capo dell’ex-Impero il simbolo del progressismo e di una nuova sinistra, e l’Europa invece dominata da una destra incapace di coltivare una speranza. Siamo al punto che un Ministro svizzero ha ieri dichiarato che il suo paese non è disponibile a superare il segreto bancario, perché “Obama è inaffidabile”. Personalmente non ho grande simpatia per questo genere di riunioni che hanno fatto il loro tempo, e meglio sarebbe dedicare ogni sforzo organizzativo e finanziario all’implementazione dell’ONU e degli organismi internazionali riconosciuti, per democratizzarli e renderli efficaci. Ma non si può negare che la prima di Obama si carichi di un significato particolarissimo: al’indomani delle elezioni europee, dove la destra ha vinto, e nel pieno della rivoluzione-repressione iraniana che mette a dura prova la sacrosanta politica di apertura degli USA all’Islam e al resto del mondo, il primo presidente americano nero è chiamato a dar prova di abilità senza pari e di concretezza. Può contare su Benedetto XVI°, come ha riconosciuto, nello sforzo di dedicare ingenti risorse alla lotta alla povertà e alla fame, e nel sostegno al lavoro. Ma può contare soprattutto sulla sua determinazione di riformare gli organismi economici statunitensi e globali, a costo di entrare in tensione con le lobbies potentissime della speculazione finanziaria. Pare difficile che possa contare sull’Italietta di oggi, che si occupa di escort e di festini. Ma perché sia un G8, e non un G 7 e mezzo, sarebbe necessario che la voce dell’opinione pubblica si facesse sentire forte a fianco di chi intende con decisione riformare un mondo ingiusto.


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