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Chianciano chiude un ciclo. Non mi riferisco, per stare alle parole amare di Nichi Vendola, alla storia di Rifondazione Comunista. Ma piuttosto – ed è quello che mi aveva prima intrigato e poi coinvolto – alla stagione cominciata nel 2001, a Genova, e culminata col Congresso di Venezia del 2005. La stagione che aveva immaginato possibile una forza politica oltre la storia del comunismo (si aggiungeva, non so con quanta conoscenza e convinzione, oltre la storia del socialismo), muovendo, a differenza dalla vicenda che ha portato alla fondazione del PD, non da un adattamento rassegnato a questo mondo e a questa globalizzazione, ma da una critica moderna e radicale (“un altro mondo è possibile”).

La sconfitta di Nichi, e l’accantonamento, almeno da parte di questa forza neocomunista eterodossa, dell’ipotesi di una nuova forza politica della sinistra, aiutano un PD già col fiato corto. Dico questo con tutto il rispetto per Paolo Ferrero: un uomo che stimo, che penso coltivi anche taluni propositi revisionisti e innovatori. Tuttavia la maggioranza che lo ha eletto ha innegabilmente una forte connotazione estremista e settaria, e appare mossa da una propensione minoritaria e di testimonianza. Non sottovaluto l’importanza dell’esempio e della lotta controcorrente: ce n’è bisogno. Ma non condivido la propensione a ogni scorciatoia movimentista (già presente nella maggioranza bertinottiana), e soprattutto quello che appare un complesso da orfani degli anni 70: pas d’ennemis à gauche.

Penso che a Ferrero occorre lasciare il tempo perché muti il rigido contesto uscito da Chianciano, e non escludo che possiamo reicontrarlo sulla nostra strada – parlo di chi come me non intende rinunciare alla sfida per costituire una nuova forza della sinistra – . Consiglio a tutti di non riesumare dall’armadio Sinistra Europea, nella versione italiana. Ma penso che vi sia materia di riflessione autocritica anche in chi ha voluto questa conta congressuale sul versante vendoliano. Il mio duro commento sul blog dopo la tragedia politica di aprile fu interpretato come una polemica personale verso Giordano. Nulla di più falso. Dall’estate scorsa alcuni di noi si erano sforzati di indicare una strada alternativa a quella che ha condotto alla sconfitta di aprile, ricevendo contumelie e subendo ostracismi. La strada era quella di proporre allora Vendola, magari con primarie vere e con più candidati, a leader della Sinistra in costruzione. Veltroni avrebbe avuto difficoltà a rompere, la partita avrebbe avuto un altro segno. Un atteggiamento ottuso, burocratico e chiuso ha sbarrato la strada a Vendola allora (ci volle un’insurrezione per farlo intervenire agli Stati Generali di dicembre) e a tutti coloro che chiedevano democrazia e partecipazione ( e che addirittura furono costretti ad autoconvocarsi nella stessa occasione). La conta pro-Vendola dopo il voto è così apparsa tardiva e insincera, e ha finito per aggiungere sconfitta a sconfitta, per creare nuovi problemi all’importante laboratorio pugliese e per sottrarre al popolo della sinistra bisognoso di coltivare una nuova speranza altre energie, risorse, persone.

E ora? Forse le mie parole di aprile, che qualcuno – anche su questo blog – commentò con sarcasmo, andrebbero rimeditate. Suggerivo di imboccare una strada più lunga e faticosa, di non farsi ossessionare dalle scadenze elettorali più ravvicinate. Si è seguita un’altra strada, quella della resa dei conti interna, con gli esiti a tutti evidenti.

Con altrettanta franchezza ora però dico che, a fronte dell’involuzione in atto dentro il PRC (per non parlare del PdCI), è interessante la sfida che propongono da un lato Fava e SD, e dall’altro le associazioni e i movimenti (tra cui il nostro, Uniti a Sinistra). Si può provare a far partire dal basso la costituente di una lista di sinistra per le europee, formata con le primarie e fatta di giovani, lavoratori, donne – non condizionata dal ceto politico sconfitto ad aprile – , che raccolga il testimone della nuova politica, non lo lasci al solo Di Pietro, porti i temi e le idee dei movimenti e dei territori nel Parlamento Europeo, si proponga come erede di un’idea federalista e spinelliana dell’Europa unita? Si possono, con lo stesso spirito, costruire liste civiche democratiche e di sinistra, parte di un nuovo centrosinistra, nelle Regioni e negli Enti Locali che voteranno nei prossimi mesi? Si può immaginare che queste esperienze confluiscano in una grande costruzione comune nel 2009?

Pensiamoci.

4 Risposte a “Cronaca di un esito annunciato”
  1. Riccardo scrive:

    Quello che dici è in parte sicuramente vero, e d’altra parte si legge più o meno lo stesso in tutti i blog/forum sulla sinistra. Vorrei però puntualizzare un aspetto, che secondo me è trascurato. Il congresso di PRC vedeva posizioni contrappoiste che si sono date battaglia in modo molto duro, ma forse le differenze erano più sul leader (Vendola) e, ancora di più, su chi stava “dietro” al leader, cioè i firmatari della mozione Vendola, la “vecchia” dirigenza, che dalla maggior parte del partito è stata ritenuta responsabile della deriva verticistica di PRC che tu stesso critichi. Ferrero forse non sarà da meno, non lo so, e di sicuro la maggioranza che lo ha eletto è composita e, diciamolo, sta insieme a malapena, ma non credo (o quantomeno spero) che sia stata chiusa ogni porta verso l’unità a sinistra. I compagni della mozione 1 (Ferrero, Grassi e via dicendo) si sono sempre dichiarati disponibili a discutere in questo senso e sostengono ora in modo deciso il progetto della sinistra europea. Per questo spero che Vendola e la sua area decidano di partecipare alla gestione unitaria di PRC, per contribuire a spostrare l’asse del partito verso il progetto della sinistra unita. Credo che ci siano ancora buone speranze in Rifondazione e quel partito sarà “perso” per la sinistra solo se Vendola e Ferrero optassero entrambi per il “muro contro muro” anzichè parlarsi e confrontarsi. D’altra parte passa vedere un passaggio fondamentale del congresso: TUTTI hanno applaudito Bertinotti, che ha fatto un intervento abbastanza critico (sembrava quasi che non avrebbe votato Vendola, tanto che ha sentito, evidentemente, il bisogno di ribadire la sua posizione all’atto della votazione). Io credo che lasciare indietro PRC sarebbe un errore, è un partito che ha ancora molto da dare e che i compagni che hanno votato le altre mozioni lavorano e lavoreranno per l’unità della sinistra.

  2. Alessandro Colombi scrive:

    Caro Pietro, le tue parole mi sembrano sensate, le uniche oltre a quelle di Claudio Fava in cui in questo momento ritrovo, almeno in parte, il mio sentire e il mio pensiero.
    Condivido anche io ancora la speranza della costruzione di una nuova sinistra, anche se a dirti la verità ultimamente il pessimismo comincia ad avere la meglio.
    Non vorrei proprio rassegnarmi alla alternativa tra le derive centriste e confindustriali del PD e il rinchiudersi a riccio in una deriva identitarie e di nicchia.
    Auspico, come Riccardo, che un proficuo confronto e dialogo coi compagni del PRC possa continuare.
    Buon lavoro a tutti, ne abbiamo davvero bisogno!

  3. Paolo Bolpet scrive:

    Forse però la crisi della forma partito nella sinistra se da un lato porta a una mancanza di rappresentanza dall’altra costringe la Società a muoversi in modo diverso. Penso a parti dell’intervento di Bertinotti al congresso, nei punti in cui suggeriva il ritorno ad una sorta di Banchi del Mutuo Soccorso e alla elaborazione di forme nuove di rappresentanza e coesione. Cosiglio a tutti la lettura della intervista a marco Revelli apparsa su Liberazione del 31 luglio (http://www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=31/07/2008).
    Paolo

  4. Gianluca Poscente scrive:

    Assolutamente d’accordo. Occorre fare questo, avere il coraggio di rompere tutti questi schemi e i recinti ormai travolti e far nascere una nuova forza politica democratica e di sinistra che sappia parlare a milioni di persone oggi senza rappresentanza politica.