Le notizie che arrivano dal Tibet sono ogni giorno pi¨ inquietanti. Siamo forse sull’orlo di una guerra civile nel Paese che ha vocato se stesso alla nonviolenza. Il Dalai Lama si Ŕ detto disposto a incontrare i leader cinesi, si Ŕ detto disposto a dimettersi da leader politico in contrasto con le frazioni che vogliono usare la violenza in Tibet, ha rifiutato di proclamare il boicottaggio dei giochi olimpici. Eppure il governo cinese parla di “cricca del Dalai Lama”.

Quando non si accetta il dialogo con chi da anni ripete che l’obiettivo Ŕ l’autonomia e non l’indipendenza, quando non si vuole trattare con chi ha fatto della nonviolenza il suo credo irriducibile, inevitabilmente si Ŕ indirettamente alleati dell’altra parte, quella che non crede alla nonviolenza. Ecco l’errore strategico dei dirigenti cinesi. Lo abbiamo visto anche in altri contesti.

Certo il popolo tibetano ha mille ragioni per ribellarsi. Ma esiste una strada nonviolenta, quella indicata dal Dalai Lama, che i cinesi hanno scientemente rifiutato di perseguire. C’Ŕ da sperare che lo facciano adesso ma non sembrano intenzionati.

Per questo le pressioni internazionali devono essere fortissime. Bene ha fatto il nostro governo (che ancora deve farsi perdonare per non aver ricevuto il Dalai Lama) a chiedere osservatori internazionali (mentre il governo cinese ha espulso i giornalisti da Lhasa). Bene, anzi benissimo, fa Gordon Brown ad annunciare che riceverÓ il Dalai Lama. La Cina dev’essere accerchiata, pacificamente accerchiata, deve sentire che questa volta Ŕ l’ultima volta. Deve essere costretta a sedersi ad un tavolo e trattare.

Una Risposta a “L’errore cinese”
  1. Ignazio scrive:

    Nel giugno del 1989 qualche centinaio di ragazze e ragazzi cinesi furono barbaramente uccisi dai carri armati cinesi nella famosa (proprio per questo) Piazza Tien a Men. Oggi, a distanza di 19 anni, assistiamo ad una violenta repressione contro la voglia di autonomia (come dici tu) e non di indipendenza dei tibetani. Cosa facciamo noi, la societÓ civile internazionale, i paesi democratici, l’europa, gli states, per impedire tutto questo? Tutto ci˛, poi, avviene alla vigilia dei giochi olimpici che, oltra a rappresentare una imponente macchina industriale, dovrebbero avere ancora l’antico significato di pace e fratellanza tra i popoli della terra. Io, personalmente, non andrei in Cina per le olimpiadi. Non andrei a sventolare la mia bandiera in un paese che reprime nel sangue ogni tentativo di dimostrazione pacifica e non violenta. Anche in questo caso invece assisteremo al primato dell’economia, del show must go on. Triste. Cosý come Ŕ triste vedere alcuni nostri imprenditori abbandonare l’Italia per produrre i loro prodotti esclusivamente n Cina (dove il costo del lavoro Ŕ pi¨ conveniente e gli operai rompono meno i cogl…). Che tristezza e che schifezza.