Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, ha aperto una discussione sul giornale interpellando Nichi Vendola sul rapporto tra governabilità e identità di una forza di sinistra. Anche io ho voluto dae un mio contributo che oggi è stato pubblicato da Liberazione.

La governabilità è tutto? Occorre sacrificare parte del proprio bagaglio di idee ed immolarlo all’altare del potere? Il governo è una subordinata della cultura politica o è il contrario? Queste, mi pare, siano le domande di fondo che Piero Sansonetti si pone e pone a Vendola nella polemica “originale e insolita” che ha lanciato su Liberazione.
Non vorrei iscrivermi al partito del “benaltrismo” e dell’ “altropuntismo”, di quelli cioè che non sapendo rispondere ad una domanda stringente cercano di sviare il discorso su un altro terreno. Ma, davvero, mi sembra che sia fuorviante porre la questione in questi termini. Il governo non è né una variabile subordinata né la variabile principale. E’, volendo usare ancora una metafora matematica, un parametro nell’equazione della politica, una costante che determina (almeno in parte) il segno della tua politica. Per due motivi: 1) a seconda del suo valore moltiplica, divide o persino inverte la tua azione politica; 2) il governo c’è, e con esso il tema della governabilità, che tu lo voglia o meno. Non puoi far finta che non esista.
Fuori dalla metafora noi ci troviamo di fronte ad uno spartiacque che può portarci ad una meta o verso il suo opposto. O magari verso un baratro. Qui ed ora stiamo decidendo una parte fondamentale dell’identità politica della sinistra (senza aggettivi). Abbiamo davanti fondamentalmente due strade: una è quella della costruzione di una (possibilmente grande) forza della sinistra, una formazione che abbia come bussola il nuovo socialismo – quello che alcune forze di governo (sottolineo: di governo) in America latina stanno provando a costruire – e come mezzo la politica e con essa il governo. L’altra strada è quella di un ritorno alla purezza identitaria che dice tra le altre cose che è meglio non macchiarsi le mani con il potere e che preferisce dire no ad un passo in avanti se questo è troppo piccolo. Si chiamava – e si chiama – massimalismo. E sulla questione dei Dico ha raggiunto vette sconosciute negli ultimi tempi. I Dico sono stati criticati come una resa alle ragioni dei cattolici della Margherita quando invece erano chiaramente una nostra vittoria per il semplice motivo che oggi in Italia i conviventi non sono nulla, domani potrebbero diventare titolari di diritti e dopodomani, dopo aver aperto questa strada, possiamo conquistare altri obiettivi. Quello che però mi preme sottolineare è che ora, quando i Dico paiono e forse sono in pericolo, essi sembrano l’ultima speranza. Non si può, non si deve oscillare così bruscamente. Una forza politica non può permetterselo.
E cosa c’è di male se per fare i Dico ci alleiamo anche con pezzi del mondo cattolico (penso alla disponibilità della Dc di Rotondi)? E cosa c’è di male se – come suggerisce Vendola – tentiamo su alcuni terreni di spaccare il fronte avversario, dialogando anche con l’Udc di Casini? Vendola ha ragione quando vede che nel centrodestra è aperta una crisi profondissima. Che interesse avremmo invece a ricompattarlo? Se c’è chi, da quella parte, vuole costruire una destra decente ed europea, non abbiamo forse noi tutto l’interesse a che questo progetto si realizzi? Certo che ce l’abbiamo. Non so Piero ma io vorrei vivere in un paese in cui (come accade ad esempio in Francia) se vince il centrodestra la Costituzione e le libertà fondamentali rimangono intatte. E, ma questo è forse un sogno, rimangono intatte persino alcune “conquiste repubblicane” perché parte di un patrimonio comune. Bertinotti ha colto molto bene questo tema: occorre che noi creiamo depositi nel senso comune. Prodi ha parlato della precarietà come un dramma. Questo è uno slogan efficace, dice una verità lampante, eppure noi siamo ancora nella condizione in cui dire che la legge Biagi va ribaltata genera l’orticaria a molti, persino nella nostra parte. Dobbiamo prendercela solo con le soverchianti forze del liberismo o anche con noi stessi per non essere stati capaci di fare egemonia su questo come su altri temi?
Anche io, come Piero, vengo dal Pci-Pds-Ds. Me ne sono andato per i motivi che anche Sansonetti ha esposto nel suo articolo: all’altare della conquista del potere si è sacrificata persino la propria identità più radicata, il socialismo. Per questo mi sono ben chiare le difficoltà e i pericoli insiti nel diventare un “partito di governo”. Ma l’altra strada ci porta nella direzione opposta al cammino che finora abbiamo percorso. Ci porta all’inutilità politica. La sfida – allora – è essere partito di popolo e di governo. Rientrare cioè in sintonia con i sentimenti del popolo che oggi ci chiede di far continuare, possibilmente bene, questa esperienza. Dismettere l’armamentario del massimalismo per passare a quello dell’efficacia della propria azione politica.
Franco Giordano, che sta guidando egregiamente la fase più difficile della storia del partito, è pienamente impegnato in questa sfida. Ma, e questa è una cosa che i giornali non raccontano, anche nella base c’è la medesima consapevolezza. Ho seguito i forum sul sito di Rifondazione. C’è una domanda fortemente maggioritaria a favore del governo e della nostra presenza dentro questa maggioranza e questo esecutivo. C’è la consapevolezza che il voto dei due dissidenti ha fatto il gioco dell’avversario e danneggiato il partito. E – questo mi ha fatto davvero piacere – una altrettanto forte aspettativa che la Sinistra europea sia quel nuovo soggetto che ci permetta di acquisire una credibilità e una forza che Rifondazione da sola oggi non è in grado di esprimere.
Questa domanda e questa responsabilità io la sento fortissima anche rispetto alle tante e ai tanti che nell’ultimo anno e mezzo si sono raccolti intorno ad “Uniti a sinistra” e agli altri soggetti che vogliono fare la Sinistra europea, così come anche nei riguardi di quanti – e sono davvero tanti – sono oggi ancora alla finestra e aspettano che nasca una forza di sinistra “credibile”, cioè in grado davvero di cambiare gli equilibri dentro il centrosinistra e nel paese. Quanto accaduto ha deluso molte aspettative, dobbiamo saperlo. Oggi il nostro compito è più difficile, ma la domanda è persino più forte che in passato, dentro e fuori il Prc.

5 Risposte a “La sfida è costruire una forza di popolo e di governo”
  1. Lucia scrive:

    Attendiamo l’istituzione del Partito Democratico, si spera portatore di buon senso e forza equilibratrice, più umana e meno “lontana” dal popolo

  2. Alessio scrive:

    non posso assolutamente dare ragione a Lucia, credo che l’unica cosa buona che possa portare il partito democratico alla sinistra è il fatto che le dispersissime forze della sinistra si riuniscano in un altro partito, a sinistra di quello democratico, che sia la seconda gamba dell’Unione.

  3. Lucia scrive:

    Anacronismo puro!Sono chiacchiere. Ciò di cui c’è bisogno oggi è non di parlare di politica, ma di FARE politica

  4. Luka scrive:

    Perchè con il PD si sta faccendo politica?

  5. Lucia scrive:

    Non c’è ancora alcun pd, purtroppo. Date tempo al tempo! Anzi, perchè non vi preoccupae di informarvi sulla questione? Partecipate agli incontri, prima di parlare a vanvera.