Sabato è stato un bellissimo momento della nostra rete. Nei prossimi giorni troverete sul sito dell’associazione (www.unitiasinistra.it) la registrazione dell’assemblea e le sue conclusioni. Ecco, qui di seguito, il testo della mia introduzione.

ASSEMBLEA NAZIONALE “UNITI A SINISTRA”
Roma, Teatro Colosseo, sabato 25 novembre 2006

Intervento introduttivo di Pietro Folena

I. Il maschio e il capitale
La violenza di genere. Dobbiamo approfittare dello svolgimento dell’assemblea nazionale di un movimento politico, come è Uniti a sinistra, nato per cambiare e unire la sinistra, nel giorno della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, per muovere da qui. La direttrice dell’Istat, nel rapporto sulla violenza di genere, informa che sono dieci milioni le donne dai 14 ai 59 anni che nel corso della vita hanno subito ricatti o molestie sessuali. In Francia ogni quattro giorni una donna muore per le percosse subite dal compagno, e ogni anno ci sono 25.000 stupri. In Italia, in Europa e nel mondo –nelle aree più povere come in quelle più sviluppate- è la violenza maschile la causa principale di morte delle donne tra i 15 e i 44 anni. 1.600 donne l’anno si rivolgono ai Centri antiviolenza di Roma, di cui l’89% subisce violenza in famiglia. Le donne uccise in Italia per mano di partner ed ex partner nel 2004 sono state 120. “L’assassino non bussa: ha le chiavi di casa”, recita un agghiacciante ma veritiero messaggio del movimento delle donne.
Fondare la nuova politica e la nuova sinistra con l’obiettivo di cambiare la società, il lavoro, la vita, vuol dire riconoscere che, accanto alla prepotenza capitalistica e liberistica che spoglia il lavoro e umilia la creatività, c’è la prepotenza di genere che ci consegna questi dati così enormi e così, almeno da parte maschile, rimossi. Saluto l’avvio recente di una riflessione di genere da questa parte, quella dei maschi, che ci interroga non retoricamente sui codici, sui simboli, sui comportamenti della violenza maschile. E l’ “usciamo dal silenzio”, dopo la sconfitta nel referendum sulla fecondazione, apre una stagione nuova.
E’ insufficiente, anche se necessario, parlare di diritti civili, riconoscendo su questo punto la lezione di sinistra che viene da Zapatero. Dobbiamo parlare della vita, e della relazione della politica con la vita. Se è vero che la grande maggioranza delle violenze avviene nelle mura domestiche, è chiaro che ai richiami retorici e strumentali sulla famiglia possiamo rispondere efficacemente non occhieggiando compiaciuti all’individualismo consumistico, ma solo con una critica più radicale a un certo modo di vivere. Diceva Dossetti, qualche tempo prima della sua scomparsa, dieci anni fa: “la notte è notte. Siamo di fronte a evidenti sintomi di decadenza globale. C’è una diffusa inappetenza dei valori che realmente possono liberare l’uomo, e prevalgono invece appetiti crescenti di cose che lo rendono sempre più schiavo. Ognuno è sempre più solo, la comunità è fratturata sotto il martello che la sbriciola”. Ma al di là delle soluzioni –per Dossetti la conversione-, in questo sbriciolamento va nominato prima di tutto il “martello” della violenza di genere, come minaccia primordiale e al tempo stesso attualissima alla vita, al corpo, ai sentimenti, alla libertà femminile, alla riproduzione.
Sotto i colpi di questo “martello” finiscono i diversi orientamenti sessuali. Gli episodi di violenza e di intimidazione nei confronti di gay, lesbiche e transessuali si ripetono e invitano a fare della lotta aperta ad ogni violenza e molestia sessuale il primo discrimine della sinistra.
Il bullismo-liberismo. E’ scoppiata una gran polemica sul bullismo a scuola. Anche di questa violenza (pur non immediatamente identificabile con la violenza di genere), e dell’ideologia che la sottende, dobbiamo parlare. Sul banco degli imputati, guarda un po’, è finita la scuola pubblica. I grandi giornali, da settimane impegnati a dimostrare che gli insegnanti rubano lo stipendio, e che i precari della scuola sono degli assistiti, ora ci dicono che la scuola non funziona. Purtroppo tra i riformisti, veri o presunti, del centrosinistra, il giavazzismo va di moda, e così abbiamo subito la beffa di un maxiemendamento che, sulla cancellazione delle graduatorie, smentisce e colpisce non solo i precari, ma l’intera maggioranza parlamentare che aveva deciso di cassare quella norma. Il problema è l’opposto di quello che ci dice quel genere di riformisti. La scuola pubblica, malgrado il “martello” che le si è abbattuto addosso negli anni passati, è uno dei pochi luoghi di resistenza all’ideologia violenta e iperconsumistica trasmessa ai bambini e agli adolescenti dalla società di oggi (col concorso largo di noi genitori) e dal suo veicolo prediletto, la TV commerciale. Tornano alla memoria le parole di Pier Paolo Pasolini sull’autoritarismo della TV. Allora c’erano due canali, e tutti e due di Stato. Oggi i canali sono tanti, ma il format è sempre lo stesso, quello dell’idiozia Persino alcuni protagonisti della tv-spazzatura si ribellano a questo degrado.
La sinistra ha smesso da anni di fare una lotta sui contenuti culturali, e l’omologazione televisivo-pubblicitaria è quasi totale. Chi frequenta i cartoni animati –e non mi riferisco ai Simpson e neppure ai Griffin- e la pubblicità che si abbatte sui minori, sa come il mercato abbia scatenato un’offensiva senza pari per conquistare la coscienza degli individui fin da piccoli, per farli diventare perfetti consumatori, in un ordine fondato non sul lavoro –com’è quello repubblicano-, ma sul consumo e sulla merce. Il bullismo-liberismo è il prodotto di quest’industria, e di una privatizzazione delle coscienze, delle intelligenze, dei sentimenti. Non dobbiamo ora a gran voce chiedere che almeno un canale Rai sia senza pubblicità, pagato solo dal canone, e che la musica –quella colta come quella giovanile-, il cinema, la scienza, la filosofia, la poesia, la letteratura (che riempiono tanti festival) abbiano un loro canale dedicato?
Oggi il capitale si è dilatato, entra nella vita, la brevetta e la modifica, compra e spoglia l’amore, esalta e rinnova le più arcaiche mitologie machiste. E la violenza diventa sistema, di guerra e di terrorismo, entrando ogni sera nelle case, macinando ideologia, facendo scuola. Questa lotta ai modelli ideologici prevalenti ha a che fare con Napoli, con la lotta alla mafia, con una nuova stagione di legalità.
La nonviolenza evoca quindi il problema non solo del ripudio della guerra, ma di un cambiamento della vita e della società, di altre relazioni sociali e interpersonali, e della libertà dal dominio della merce anche sul corpo e sulla coscienza.

II. La precarietà e la sua rappresentanza
Tiziano Rinaldini ci richiamava, lo scorso 13 maggio, al proposito fondativo della Carta di Uniti a Sinistra: è “il modello economico e sociale che si è venuto imponendo, costruito sull’incompatibilità con il vincolo sociale e sulla riduzione del lavoro a pura merce” che impone di andare oltre i vecchi confini, aggiungo io, del socialismo e del comunismo. E raccontava ancora Tiziano dell’osservazione di Aldo Tortorella sul carattere non scontato, cruciale, perfino drammatico di questo assunto. Abbiamo lavorato nei mesi scorsi –i primi mesi di governo- su questo punto. Il seminario del luglio scorso di Orvieto, copromosso con l’Ars e con Rossoverde, è stato un passaggio importante, e il manifesto che abbiamo presentato nei giorni scorsi, e che qui verrà illustrato da Aldo Tortorella è un contributo impegnativo a una ricerca tutta aperta sui fondamenti e sui caratteri della forza di un nuovo socialismo.
La domanda rimane quella formulata da Tiziano. La sua rappresentazione plastica, sei mesi dopo la formazione del primo governo cui partecipano tutte le forze della sinistra, è avvenuta il 4 novembre. Se il tema della precarizzazione di ogni forma di lavoro era stato posto da noi, fin dalla nostra carta costitutiva e dall’assemblea che tenemmo a Bologna un anno fa, come centrale –leggendo lì la modalità più generale di riorganizzazione capitalistica in atto in Europa e nel mondo-, solo un anno dopo prende corpo un inedito movimento, ancora incompiuto per profondità sociale e radicamento territoriale, di cui la Fiom è parte rilevante, se non decisiva. Ciò che in quel corteo, senza alcun incidente e alcuna violenza, colpiva, era il collegamento tra i meccanici delle zone industriali di ogni parte del paese, i giovani precari –a partire da quelli dei call center- e, soprattutto, i migranti. L’offensiva mediatica tesa a rappresentare quella come una manifestazione antigovernativa, e peggio ancora ambigua sulla violenza (e ora a paragonarla senza alcun fondamento a quella sbagliata e politicamente disastrosa di Roma sulla Palestina) non può cancellare la realtà dei fatti che qualunque osservatore indipendente e libero non può non confermare: che ha preso la parola un movimento, capace di partire dal sindacato e da una sua rappresentanza democratica rinnovata, senza la quale il sindacato stesso diventa un’istituzione, e di riconoscerne i limiti, di porsi il problema di nominare le forme di lavoro parcellizzato e alienato, di difenderle, di organizzarne la rappresentanza. Altre categorie e parti della CGIL, del resto, avevano partecipato attivamente a definire la piattaforma con tutte le forze organizzatrici. A me è apparsa pretestuosa e precipitosa la dissociazione all’ultimo di molti, muovendo dalle inaccettabili ma purtroppo del tutto prevedibili, e certamente non nuove posizioni espresse dai Cobas. La CGIL ha partecipato a manifestazioni, negli ultimi anni, ben più rischiose e contradditorie di quella del 4 novembre. La sua grande tradizione, a fronte di una manifestazione come quella del 4, avrebbe dovuto portare l’intero sindacato ad aprire porte e finestre, a mettere l’orecchio a terra per sentire i rumori del mondo, a riflettere sui propri limiti –oltreché su quelli dell’azione di governo-, a come, con lo stesso spirito con cui il sindacato visse la stagione dei consigli, aprire una grande stagione di autonomia nella lotta per emancipare il precariato di massa dalla propria condizione, per dargli dignità, consapevolezza, organizzazione.
Non è stato così, finora,e per chi di noi aveva creduto che si ponesse in termini nuovi per tutta la CGIL il nesso tra riunificazione del lavoro e sua rappresentanza politica quella di questi giorni è stata una battuta d’arresto. Non voglio entrare nel merito del libero dibattito della CGIL. Loris Campetti ha posto questi interrogativi in modo crudo, domandando se si sia chiusa la stagione che culminò nel 2003 al Circo Massimo. Io so solo che l’idea di un governo amico, di un sindacato molto decisionista e, un po’ gestionale, istituzionale, se dovesse prevalere creerebbe un drammatico corto-circuito nella rappresentanza sindacale e nella democrazia italiana. In ballo ci sono la contrattazione collettiva nazionale, il superamento della legge 30, le pensioni, e spero che nelle prossime settimane si inverta la rotta, come in tanti chiedono nella CGIL.
Da questa condizione di precarietà, dalla capacità di esplorarla e indagarla –anche attraverso il grande film collettivo che abbiamo cominciato in tutta Italia a realizzare-, di offrire le leve concrete che parlino alla vita delle donne e degli uomini precari, e che diano a loro una prospettiva di emancipazione e di effettivo miglioramento, muovono tutto il nostro progetto e la nostra prospettiva. Penso anche a quei settori di lavoro culturale che si sono via via proletarizzati in questi anni, e che abbiamo cominciato ad ascoltare anche col lavoro della Commissione Cultura della Camera (gli insegnanti, che attendono ora dal Senato la risposta promessa alla Camera; i giornalisti, che aspettano il contratto; i musicisti, gli artisti, gli archeologi, gli operatori dei beni culturali, tutti segnati da forme di precarizzazione crescente, anche per colpa delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni). Penso alle professioni, allo scandalo del praticantato e al regime corporativo che le domina, chiudendo le porte a chi non è figlio di qualcuno, pur essendo “capace e meritevole”.

III. Crisi della politica e neocentrismo
Tutto ciò chiama in causa i contenuti dell’azione di governo di questi mesi. Non voglio eludere la questione. Sentiamo le aree di malessere sociale, di segno diverso, accomunate da una grande e trasversale sfiducia nei confronti della politica e dei partiti. Sono stati fatti dal Governo errori di comunicazione talvolta sconcertanti.
Bisogna, tuttavia, riconoscere alla sinistra di governo, e in primo luogo al PRC-SE, di aver puntato i piedi su temi decisivi (le pensioni fuori dalla finanziaria, le nuove aliquote fiscali, le risorse per il settore pubblico, le 150.000 assunzioni di docenti e le 20.000 di ATA nella scuola) senza i quali l’intero sindacato confederale sarebbe in grande difficoltà –anche a pensare, scusatemi il paradosso, proprio perché credo che il sindacato non debba farlo, che questo sia un governo almeno un po’ amico-. Chi parla di “fase-due” oggi lo fa con l’intento di spostare in senso moderato l’azione di governo. La travagliata nascita del Partito Democratico, anche nel suo possibile parto federativo, avviene sulla base della richiesta della fase-due, di interventi che, dalle pensioni alle privatizzazioni dei servizi pubblici locali alla Bolkestein riformata fino al doppio canale nella FP, in una sorta di rinnovato morattismo, sono tutti di segno moderato. E’ curioso che a fronte di tanto attivismo per il partito democratico degli ambienti più disparati facciano scandalo, o siano additati quei sindacalisti che sembrano simpatizzare per la sinistra europea.
E se la CGIL dovesse chiudersi in una fase di recriminazione a sinistra, rischierebbe, con tutto il sindacato, e coi lavoratori di essere –come chiede un giorno sì e l’altro pure Montezemolo- la vittima designata della fase-due. Correzioni occorrono: nel senso di rimettere sempre al centro il programma dell’Unione, quel compromesso articolato fra forze diverse senza il quale l’Italia, in Parlamento ma soprattutto fuori dal Parlamento, non è governabile. Anche l’andamento al Senato dimostra che se il Governo e l’Unione credono di più alla centralità del Parlamento –a differenza da quanto è successo alla Camera, con passaggi talvolta umilianti- ne hanno solo da guadagnare.
Le contestuali difficoltà del centrodestra, pur in un momento per l’opposizione propizio per le tensioni sociali che si sono concentrate, raccontano due problemi della vicenda italiana. Il primo è la crisi della politica, vera e propria crisi di sistema, in cui la fragilità culturale, etica, organizzata, politica dei partiti è drammatica, rendendo le basi della democrazia più fragili. Il secondo, conseguenza del primo, ma possibile suo fattore di ulteriore precipitazione, è la spinta neocentrista, oggi sul piano dei contenuti, domani chissà anche su quello delle formule.
Del resto non è neppure un caso (proprio perché qui la coscienza del Paese è più vasta e si sono prodotti i movimenti più significativi) che sulla politica estera si siano ottenute tra le posizioni e gli atti più sinificativi del governo: il ritiro dall’Irak, la recente riflessione di D’Alema, ancora senza conseguenze, sull’Afghanistan, il nostro coinvolgimento in Libano –dove i pericoli sono tanti, ma a tutti è chiaro che non siamo in guerra con qualcuno-, la recente posizione congiunta con Francia e Spagna sulla cruciale e drammatica questione israelo-palestinese.
Questi sei mesi consegnano quindi a noi, che crediamo in una sinistra nuova, unitaria, europea questo duplice problema: costruire, partendo dalle positive esperienze del PRC, delle sinistre DS, di tante forze vive della sinistra sociale, un forte nesso tra la vita e la politica, tra il lavoro e l’organizzazione, tra i giovani e la cultura e le idee della trasformazione; e cioè costruire un grande soggetto plurale della sinistra antiliberista; in secondo luogo, con questa nuova dinamica sociale e politica, già sperimentata il 4 novembre, incidere sul programma di governo, sui rapporti di forza, sulle scelte da intraprendere, e impedire che si affermi il neocentrismo della fase-due. Non è, quindi, aspettando l’ora x di una qualche verifica di governo che riusciremo a vincere in questa sfida, ma attrezzando, col PRC e con quanti altri saranno disponibili, una grande soggettività che tenga aperta e allarghi le basi popolari e giovanili di una prospettiva di sinistra.

IV. Verso la costituente della Sinistra
Non possiamo allora attendere. L’obiettivo per cui Uniti a Sinistra si è costituita –essere tra i levatori della fondazione di una sinistra del XXI° secolo- si avvicina.
Da un lato negli ultimi mesi abbiamo avuto una forte accelerazione dell’aggregazione a rete di Uas, così com’è stata definita nello statuto approvato lo scorso 13 maggio: contiamo quasi 15.000 aderenti individuali e 250 associazioni o circoli di Uas; in Liguria si è formata l’originale esperienza di Unione a Sinistra, con quasi tutta la sinistra Ds che ha fatto la scelta di quest’associazione legata alla nostra rete; in Lombardia abbiamo siglato un patto federativo tra Unaltralombardia e Uas; così in Sardegna tra il Movimento Sardista, erede di Lussu, e Uas; in Emilia Romagna si è formata la Sinistra er, promossa fra gli altri da Tiziano Rinaldini; in Piemonte è in atto un originale processo di aggregazione; in Abruzzo e in Umbria recentemente ci sono stati spostamenti molto significativi dai Ds. Nelle altre regioni, come è noto siamo partiti prima, e in modo largo. Si configura così un movimento a rete, di carattere nazionale, ma molto federalistico, privo di quell’apparato e di quella rappresentanza centrale che strozzano il radicamento diffuso.
Dall’altro lato abbiamo strutturato il rapporto con l’Ars e con Rossoverde, e oggi siamo chiamati –con la prossima iniziativa congiunta del 10 dicembre sul manifesto comune- a allargare questo rapporto alle associazioni territoriali e locali. La sinistra nuova, infatti, o nasce nei territori o non nasce. Se la sua vocazione è la democrazia e la cessione del potere –non la sua conquista- deve connettersi e radicarsi nel popolo, nelle comunità, nelle esperienze concrete.
Oggi non solo confermiamo l’interesse per la Sinistra Europea, ma apprezziamo il modo in cui il PRC e il suo segretario hanno accettato e voluto che questo processo non fosse preconfezionato e predeterminato nei suoi esiti. Noi oggi accentuiamo la nostra internità a questo cantiere, e la nostra disponibilità ad essere fra i fondatori di una originale esperienza politica di una sinistra unita nei suoi fondamenti e plurale nelle sue forme.
I tre documenti che circolano nella sinistra –la Carta degli Intenti della SE, il nostro manifesto, e il documento congressuale delle sinistre DS- sono un fatto di grande novità. Noi, senza avere la pretesa di svolgere inutili e non richieste funzioni mediane, abbiamo tuttavia la convinzione di poter essere un ponte tra esperienze e culture. Fin dall’inizio è stato il nostro proposito. E perciò considero il punto 12 del documento delle sinistre DS –laddove si propugna un soggetto unitario della sinistra- un punto di grande rilievo e novità. Lo prendiamo sul serio. E non rappresenta un ostacolo il riferimento al socialismo europeo. Quello socialista è un mondo vasto, e profondamente lacerato e diviso: il blairismo belligerante o il moderatismo delle forze social-liberali sono molto diversi dalle sinistre socialiste, e entrambi, a loro volta –come ci spiega Garzia- da Zapatero. A noi interessano i filoni innovativi della sinistra socialista. E anche per questo ci pare opportuno –da movimento che intende fondare la nuova forza della sinistra europea- coltivare relazioni strutturate, come osservatori, nell’ambito del socialismo europeo.
Guardiamo con interesse al socialismo di sinistra: in ultimo a quello olandese. A questo campo intermedio tra comunisti e socialdemocratici coltivando il quale si possono mettere le basi di un soggetto in cui le vecchie identità possano vivere dentro una cultura di trasformazione sociale più grande. In Italia non serve né una confederazione di partiti comunisti divisi su quasi tutto, né un nuovo partitino socialista irrilevante. Serve una forza nuova, che scaturisce dal seno comunista e da quello socialista; che incrocia il pensiero religioso e le spiritualità che intendono cambiare la società, il lavoro, la vita; che viene dal pensiero della differenza e da una visione sessuata della società e della vita; che propone un altro consumo, un’altra economia, una libera circolazione della cultura, della scienza, dell’arte. Serve una forza del lavoro e della sua riunificazione, che produce coscienza di sé e della comune appartenenza al genere umano.
Abbiamo citato più volte, in questo cammino, Riccardo Lombardi. Il socialismo di sinistra, in Italia, è stato fecondo e vitale per il suo spirito antistalinista e libertario. L’idea del socialismo come della possibilità che ogni individuo abbia la massima libertà di decidere la propria esistenza, a partire dal suo lavoro, e la consapevolezza che il potere è un mezzo necessario, ma è un mezzo, da usare con parsimonia e sobrietà –anche dando l’esempio, come faceva Lombardi- sono idee attualissime e feconde. La democrazia nei posti di lavoro, le forme di autogestione e di cooperazione, la partecipazione nelle scelte locali –anche col riconoscimento dell’attualità della critica sturziana (nell’appello “ai liberi e ai forti”) allo “Stato accentratore tendente a limitare ogni attività civica e individuale, a vantaggio di uno Stato veramente popolare” -, il terzo settore, la militanza fuori dai partiti sono concetti familiari per una nuova sinistra del XXI° secolo.
Dalla critica alla politica e ai partiti –che oggi propone nuove forme di disaffezione diffusa- dobbiamo ora passare allo “statuto di una nuova politica” che rompa la zona rossa delle élites politiche, che apra il cerchio chiuso delle classi dirigenti: quote di genere, quote per i lavoratori in produzione, limiti di mandato, taglio drastico alle spese della politica (come ha giustamente proposto Salvi).
Per quello che ci riguarda non abbiamo badato, nel tempo che abbiamo alle spalle, a quanto si diceva da più parti di questa nostra impresa collettiva. Non vi baderemo tanto più andando avanti. Vogliamo infatti praticare su di noi e fra di noi, e con gli altri un’idea alternativa a quella che a sinistra porta a rotture politiche e personali insanabili, a dividere e a scindere in nome della propria Verità. Noi abbiamo molti dubbi, e qualche convinzione, nessuna Verità: se sapremo proseguire una ricerca rigorosa, senza fermarci, se sapremo non badare al potere e alle sue forme ostentate, se sapremo, organizzare la politica del quotidiano, e cioè la presenza, l’ascolto e la lotta, imparando a convivere fra parziali e diverse verità avremo forse contribuito a una delle innovazioni più grandi della sinistra.
Non a caso nel nostro simbolo –in cui campeggia la centralità del parlamento e della democrazia- c’è scritto, a scanso di equivoci, “uniti a sinistra”.

10 Risposte a “Una splendida assemblea”
  1. sergio zampini scrive:

    Bene, grazie del prezioso contributo, bisogna accelerare con il lavoro comune la costruzione del nuovo soggetto nei territori

  2. Arturo Famiglietti scrive:

    Sabato c’ero anche io, e devo ringraziare te caro compagno Pietro, mi hai fatto conoscere grazie alla rete un gruppoi di persone fantastiche. Difficilmente dimenticherò gli interventi dei compagni pugliesi, campani e siciliani…fare politica qui al Sud non è come farla in altri posti d’Italia. Il tuo intervento è come sempre condivisibile e mi sarebbe piaciuto ascoltare anche Cesare Salvi ma evidentemente i tempi non sono ancora matura per una convergenze con i nostri ex compagni diessini. Grazie ancora Pietro, da oggi anche io mi impegnerò di più per Uniti a Sinistra

  3. Anonimo scrive:

    C’e’ un articolo interessante sulle graduatorie permanenti su http://www.scuolamoderna.com

  4. Alessandro scrive:

    Come si concilia la vostra richiesta di diventare osservatori del PSE con il progetto della sinistra europea, che invece fa riferimento ad un altro gruppo parlamentare?

  5. giulia scrive:

    nessun accenno alle GP e alla scuola???!

  6. Pietro scrive:

    per Giulia: leggi bene il testo…

    Ciao

  7. Ata scuola scrive:

    “Il 12 Dicembre 2006 manifestazione nazionale SIT – IN dei lavoratori ATA”

    “Tutti gli ATA davanti al MPI per protestare contro la finanziaria 2007 !!”

  8. Ata-uniti scrive:

    La situazione ad oggi (martedi’ 5 dicembre) indica la possibilita’ che il governo metta la fiducia………e questi bugiardi non hanno fatto proprio alcun emendamento riguardante ll’incremento delle nostre immissioni in ruolo.
    Inoltre il famoso parere della VII commissione del Senato deve passare ancora le forche caudine della Commissione Bilancio( con SCHIOPPA che e’ gia’ pronto a tagliarci….)

    Rivolta totale contro questo governo

    Tutti a Roma il 12

  9. Ata-uniti scrive:

    La situazione ad oggi (martedi’ 5 dicembre) indica la possibilita’ che il governo metta la fiducia………e questi bugiardi non hanno fatto proprio alcun emendamento riguardante ll’incremento delle nostre immissioni in ruolo.
    Inoltre il famoso parere della VII commissione del Senato deve passare ancora le forche caudine della Commissione Bilancio( con SCHIOPPA che e’ gia’ pronto a tagliarci….)

    Rivolta totale contro questo governo

    Tutti a Roma il 12

  10. Giovanna Ata scrive:

    ORA PENSIAMO AL PERSONALE ATA.