Oggi “il manifesto” ha pubblicato questo mio articolo con il titolo “Venature di sinistra nel partito democratico” in cui affronto soprattutto le vicende che stanno scombussolando i Ds, a partire dal “no” del Correntone e dell’area socialista di Cesare Salvi al seminario di Orvieto. Auspico che presto i nostri cammini si uniscano – nel mio caso personale che si ri-uniscano – nella formazione di un nuovo soggetto della Sinistra.

Quando, oltre un anno fa, abbandonai non senza sofferenza i Ds, scrissi in una lettera a Piero Fassino i motivi che mi spinsero a quella scelta. Tra questi, la convinzione che il processo che portava al partito democratico era oramai irreversibile. Allora molti non mi capirono perché non credevano a questa previsione. E in effetti nei mesi successivi non sono stati pochi gli alti e bassi. Ma se uno si allontana un attimo dalle contingenze del momento, è facile comprendere che quel progetto ha una sua forza che va al di là della volontà dei singoli dirigenti, i quali possono riuscire a rallentarne il percorso, ma non a fermarlo. Il Partito democratico è la logica conseguenza di un cammino. Non quello che parte dalla Bolognina – come sostiene Fassino – e neppure quello che parte dal “compromesso storico” – come ha affermato D’Alema -. Neanche quello che nasce con l’Ulivo del ’96, come sostiene Prodi. Tutte e tre queste cose sono ben diverse dal Partito democratico, che invece trova a mio parere la sua origine non in un momento preciso della storia degli ultimi anni, quanto in un “filo rosa” che l’ha percorsa: l’introiezione graduale, da parte della sinistra riformista, del liberalismo e persino del liberismo. E così l’ipotesi, in un certo senso ragionevole e non priva di fascino, che in Italia si possa costruire un grande partito liberale democratico, con venature progressiste, si è fatta strada. Non si tratta di una “anomalia italiana”: Blair in Gran Bretagna, ma anche l’ultimo Schroeder in Germania non sono più “a sinistra” dei Ds. Anzi. La “left of the center” della Terza Via, il Neue Mitte dei socialdemocratici tedeschi e molti contenuti e toni della campagna di Ségolène Royal in Francia, sono forme diverse, in contesti diversi, per indicare lo stesso obiettivo del partito democratico: il superamento della sinistra verso quell’approdo liberal-democratico. E’ pur vero che negli altri paesi resiste un certo invidiabile attaccamento alla parola “socialismo”, ma nei contenuti c’è un’identità sostanziale. Anzi, si potrebbe dire che nel Partito democratico permangono venature di sinistra – per fortuna, perché così si rende possibile la grande alleanza dell’Unione – più visibili di quelle del New Labour o dell’Spd, almeno di quella dell’Agenda 2010.
Oggi credo che la mia previsione trovi una clamorosa conferma nei fatti. Il seminario ulivista di Orvieto, lungi dall’essere “solo” un seminario su qualcosa di futuribile e incerto, ha assunto i tratti di un vero e proprio atto pre-fondativo. Una carta dei valori, una discussione sulle forme organizzative, persino la calendarizzazione dei congressi dei due soggetti fondatori. A questo atto le minoranze dei Ds hanno deciso di dire no, disertandolo. Si tratta di una posizione molto interessante per chi crede nella costruzione di un nuovo soggetto della sinistra. C’è un’area consistente che non vuole essere portata verso i lidi del liberalismo (ben) temperato, ma che ritiene necessaria la presenza di una sinistra riformatrice. Per chi come me ha compiuto già da tempo una scelta di separazione, non può che far piacere vedere che anche il gruppo dirigente della Sinistra Ds ha maturato la convinzione che non vi siano spazi residui per combattere una battaglia quando l’esito è già scontato, dopo che nei mesi scorsi aveva aderito ai gruppi unici del Partito democratico. Numerosi dirigenti locali della Sinistra Ds avevano in precedenza segnato la loro distanza e credo che non sia stato indifferente che mentre procedeva il cammino del Partito democratico, a sinistra nasceva il cantiere della Sinistra Europea e a Orvieto tre associazioni davano vita ad una riflessione sulla futura sinistra. Un cantiere per il quale una parte della Sinistra Ds – quella “per il socialismo” di Cesare Salvi – ha mostrato subito interesse anche in virtù della sua critica costante al Partito democratico.
Ognuno fa le sue scelte. Rispetto lo scetticismo di una parte del gruppo dirigente della Sinistra Ds nei confronti della Sinistra Europea. E’ legittimo e forse persino salutare per noi, perché ci spinge a dimostrare che questo cantiere è migliore di quanto appaia ai loro occhi. O, se non lo è, a renderlo migliore. Sicuramente occorre prendere atto che parti crescenti della Sinistra Ds si sono avvicinate in questi mesi. Alcuni hanno preso anche la pala e si sono messi a lavorare. Altri ci hanno incitati a proseguire. Rifondazione – con Bertinotti e Giordano – ha compiuto un grande atto di generosità, mettendosi in discussione, accettando di essere un partner alla pari degli altri. Certo non tutto è luce, e vi sono delle ombre che vanno diradate. Come in tutti i percorsi politici ci sono resistenze, ma come per il Partito democratico credo che oramai siamo di fronte ad un processo irreversibile che porterà in futuro ad avere un soggetto della sinistra di trasformazione, socialista, pacifista e libertario (mai liberale).
Nessuno, ora, chiede alle Sinistre Ds di aderire alla Sinistra Europea. Ma alle compagne e ai compagni più scettici dico che il nostro incontro forse non è per domani mattina, ma sicuramente ci sarà e credo presto. Non ha senso, infatti, nel 2006 (per me neppure negli anni ’90), sventolare una bandierina – ieri il comunismo, oggi il socialismo -: ha senso invece ragionare su quale socialismo, quale società, quale lavoro, quale trasformazione. Lo chiedono i fatti, lo chiede il popolo della sinistra, per il quale sarebbe incomprensibile avere un nuovo piccolo partito quando c’è l’occasione di fare insieme un soggetto più grande, competitivo con i riformisti. E l’occasione c’è perché le nostre culture politiche sono oramai largamente coincidenti, altrimenti io e tanti compagni che vengono dalla Sinistra Ds mai avremmo potuto dare il nostro contributo, così com’è nell’esperienza di Uniti a Sinistra, alla Sinistra Europea.
Se perdessimo un’occasione come questa saremmo tutti puniti. Giustamente.

Pietro Folena

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