di Pietro Folena – da “Quale Stato” – numero di marzo 2005

“Per attirare imprese come la vostra (…) abbiamo spianato montagne,
abbattuto foreste, prosciugato paludi, deviato fiumi, trasferito paesi (…)
il tutto per rendervi più agevole concludere i vostri affari con noi”
- Annuncio pubblicitario del governo filippino su “Fortune”, 1975

La definizione originaria di “beni comuni” e il problema del loro sfruttamento
Il concetto di “beni comuni” (“common goods”), in economia, indica originariamente quei beni quali le risorse naturali (acqua, la fauna, ecc.) esauribili, ma dal cui sfruttamento nessuno può essere escluso. I beni comuni sono anche definiti più precisamente come “beni di proprietà comune” – il che non va confuso con la proprietà pubblica, cioè dello Stato o altra istituzione pubblica. Si tratta di una distinzione non secondaria, di cui parleremo più avanti, perché presuppone un diverso modello di gestione, al di là della “mera proprietà”.
Il problema originario dei beni comuni era (ed è) quello di stabilire delle regole che permettessero lo sfruttamento tendenzialmente universale della risorsa prevenendone l’esaurimento. Come scrisse il biologo Garrett Hardin, nel noto saggio “The tragedy of the commons”, pubblicato su “Science” nel 1968, il problema della preservazione dei beni comuni è nel loro libero accesso. Prendiamo l’esempio di un terreno destinato a pascolo: finquando gli allevatori avranno poche mucche, non sussiste impedimento allo sfruttamento del pascolo da parte di chiunque. La situazione è di equilibrio: quattro o cinque pastori portano le vacche al pascolo (diciamo dieci ciascuno), queste mangiano l’erba in quantità tale da permetterne la rigenerazione. I loro escrementi concimano il terreno, favorendo la crescita del pascolo. Tutto insomma procede per il meglio, nel rispetto degli equilibri naturali, nonostante il fatto che stiamo esaminando una situazione artificiale, nella quale c’è l’intervento dell’uomo. Si tratta tuttavia di un intervento compatibile con i cicli naturali, che non sconvolge l’ecosistema del pascolo, ma semplicemente riproduce, per trarne profitto, una situazione simile a quella che si sarebbe prodotta spontaneamente.
Se però uno degli allevatori decide un giorno di acquistare altro bestiame, diciamo altri 100 capi, e di lasciarlo pascolare liberamente sul terreno, il consumo d’erba sarà eccessivo ed essa non avrà il tempo di ricrescere. Gli zoccoli degli animali compatteranno il terreno, ostacolando l’insediamento dei semi e quindi la crescita di nuova erba. In breve, il pascolo sparirà, lasciando il posto ad un terreno spoglio, con grave danno per gli altri allevatori, ma anche per il “colpevole”. Ecco quindi la tragedia: un bene comune, in quanto tale, deperisce a causa del suo sfruttamento. Non essendovi regole che possano impedire ad uno degli allevatori di far pascolare solo 10 capi invece che 110, inevitabilmente accadrà che prima o poi qualcuno vorrà approfittare della gratuità del bene, sottraendolo agli altri (ma a lungo termine anche a se stesso). La tragedia è insita, dice Hardin, nella natura del bene comune.
A ben vedere, si tratta di una formulazione del classico “dilemma del prigioniero”. Due detenuti sono rinchiusi in celle separate. Non possono comunicare tra loro. Sanno che se collaborano con la giustizia verrà loro dimezzata la pena, ma se lo fanno dovranno inevitabilmente accusare l’altro e questi verrà condannato ad una pena più dura. Si può dimostrare che egoisticamente entrambi tenderanno a confessare, condannandosi a vicenda. La soluzione più vantaggiosa del dilemma, al contrario, sarebbe quella di non collaborare con la giustizia, ma di essere solidali con il proprio complice-vicino. Così nei beni comuni: approfittare del bene, alla fine, danneggia anche chi lo fa, mentre il comportamento più equo e solidale è quello che assicura forse profitti immediati meno esorbitanti, ma allunga la disponibilità del bene stesso.
Alla provocazione di Hardin si è risposto con la formazione di due scuole di pensiero. La prima, quella che chiameremo liberista, sostiene che la soluzione della tragedia va ricercata nel mercato. Privatizzare i beni comuni, si sostiene, costituisce un freno all’eccesso di sfruttamento. Riprendendo l’esempio del pascolo, si potrebbe privatizzare il terreno, magari dividendolo tra i diversi allevatori. Nessuno di loro, quindi, potrà depauperare le risorse dell’altro e il pascolo rimarrà in equilibrio. E’ facile però obiettare che nessuno assicura che tutti gli allevatori sfrutteranno la loro parte oltre il limite di sopportazione sistema-pascolo. Può al contrario accadere facilmente che uno di loro decida di farvi pascolare 100 capi. Per un breve periodo, fin quando il pascolo non si sarà esaurito, l’allevatore “rampante” guadagnerà dieci volte il profitto dei suoi concorrenti i quali, a loro volta, saranno indotti a comportarsi alla stessa maniera, distruggendo l’intera risorsa. La natura della proprietà, quindi, non pare essere un freno alla “cupidigia” dei singoli. Inoltre c’è una questione che non viene affrontata: quando il terreno era un bene comune, in ogni momento un nuovo allevatore poteva decidere di farvi pascolare la propria mandria ma, una volta diviso tra gli allevatori originari, solo loro e i loro eredi potranno sfruttare l’erba che vi cresce. Del resto “privato” non è forse il participio passato di “privare”?
Si potrebbe anche pensare che il terreno, stavolta indiviso, venga acquistato da una persona esterna al gruppo di allevatori, la quale potrebbe affittare per l’uso pastorizio a chiunque. In tal modo – sostiene la scuola liberista – il proprietario si comporterà in modo tale che il pascolo rimanga sempre florido, poiché esso è la sua fonte di profitto e sarà suo interesse evitarne il depauperamento. Evidentemente non si può pensare che il proprietario ceda gratuitamente l’uso della risorsa, poiché non guadagnandoci nulla sarebbe indotto a lasciarla deperire. Ma anche in tal caso è facile obiettare che la gestione da parte del proprietario non sarà necessariamente la migliore possibile. Egli potrebbe decidere, ad esempio, di concederne l’uso esclusivo ad uno degli allevatori, dietro lauto compenso. Del resto l’allevatore potrebbe essere indotto a pagare anche un prezzo molto alto, pur di sbaragliare la concorrenza. Una volta incassato l’affitto, facilmente superiore al prezzo di acquisto del terreno, il nostro proprietario abbandonerà il pascolo al suo destino, vale a dire quello di diventare un fazzoletto di terra arido e ostile alla vita vegetale e animale. Al contrario, forse animato dal totem liberista della libera concorrenza e della mano invisibile del mercato, il proprietario potrebbe pubblicare un annuncio pubblicitario sui quotidiani dei paesi a valle: “Pascolo fresco a modico prezzo”, nel quale spiegherebbe come il suo pascolo, curato e innaffiato, sia migliore di quelli naturali o di quelli altrui. In tal modo, potrebbe ottenere che i più allevatori gli paghino l’affitto. Molto guadagno, ma anche molto più sfruttamento e deperimento della risorsa. Ancora, il nostro astuto capitalista in erba (erba da pascolo, ovviamente), potrebbe semplicemente proibire l’accesso a tutti: in tal modo il prezzo del pascolo accanto, sempre di sua proprietà, salirebbe vertiginosamente. E’ quel che accade nel mercato immobiliare, nel quale un certo numero di abitazioni viene tenuto appositamente sfitto per drogare il mercato. E ovviamente nessuno può impedirlo, a meno di violare il sacro diritto di proprietà.
Infine (ma gli esempi potrebbero continuare ancora) il proprietario può anche decidere di costruire un bel villaggio turistico tra i monti proprio su quel terreno. Basterà pagare abbastanza un funzionario del Comune per ottenere il cambiamento di destinazione d’uso del terreno.
La seconda scuola è quella che potremmo definire socialdemocratica classica. Essa sostiene che il bene comune va semplicemente statalizzato. Sarà infatti lo Stato a dare in concessione il pascolo ai diversi allevatori, in condizione di parità di accesso, o comunque lo sfrutterà per il bene di tutta la comunità. Non è forse lo Stato (almeno in un regime democratico) il più autentico rappresentante degli interessi generali? Vi sono molte ragioni per sostenere questa tesi, né è il caso qui di preoccuparsi di confutarla in nuce. E, tuttavia va rilevato come l’attuale crisi della democrazia rappresentativa, la sfiducia verso la politica di strati sempre maggiori della popolazione, la corruzione, e altri fenomeni degenerativi che in Italia abbiamo conosciuto fin troppo bene pongono qualche interrogativo sulla sufficienza di un controllo statale dei beni comuni. Né è possibile pensare che ognuno di questi possa essere efficacemente gestito attraverso concessioni che mettono in moto innumerevoli ingranaggi burocratici.
La soluzione – che nasce dall’esperienza della democrazia partecipativa – come vedremo più avanti, è un’originale mix di autogoverno e socialdemocrazia. Una “terza via” tra il “privato” e lo “statale” che disegna una nuova idea di “pubblico” in cui lo Stato è uno degli attori, non l’unico.

Gli obblighi verso i beni comuni
Dicevamo che la tragedia dei beni comuni consiste nella loro esauribilità e nell’accesso indiscriminato ad essi. Tuttavia beni che in origine erano considerati inesauribili sono diventati ben presto risorse scarse. Considerando ad esempio l’aria, essa poteva dirsi inesauribile prima dell’era industriale: oggi, invece, l’inquinamento ne compromette la qualità e la possibilità di “sfruttarla” per la vita, in quanto troppo “sfruttata” come deposito di scorie.
La tutela dei beni comuni, quindi non può ridursi alla mera regolazione dell’accesso. Possiamo indicare alcuni obiettivi, alcuni “obblighi” verso di essi.

• la prevenzione dell’esaurimento;
• il mantenimento della qualità originaria;
• il mantenimento – o addirittura l’incremento – della disponibilità della risorsa, stante l’incremento demografico e dei consumi;
• l’accesso universale;
• la difesa della proprietà comune del bene.

Come si comprende facilmente, prevenire l’esaurimento del bene comune non significa solo normarne l’accesso, ma include anche il mantenimento della quantità e della qualità originaria del bene. Ad esempio, chi concede un bosco ad imprese di legname non può limitarsi ad assicurare l’accesso con criteri che rispettino la libera concorrenza, ma deve occuparsi anche del rimboschimento.

Criticità attuali: acqua e saperi
La maggiore criticità attualmente è rappresentata dall’acqua, bene comune per eccellenza in quanto assolutamente indispensabile alla vita. Difatti, sebbene ovviamente nessuno abbia mai proposto la privatizzazione della risorsa in sé, i processi di privatizzazione che coinvolgono le reti idriche nei fatti compromettono lo status di bene comune: dove gli acquedotti sono stati privatizzati, infatti, la logica del profitto ha portato a consistenti aumenti delle tariffe, ad un peggioramento della qualità dell’acqua erogata, all’esclusione dei morosi e delle fasce sociali più deboli. Inoltre nei paesi più poveri l’accesso all’acqua è divenuto motivo di conflitti armati (“le guerre dell’acqua”). Per non parlare del processo di “colonizzazione” che i paesi ricchi hanno attuato nei riguardi della risorsa nei paesi poveri, dove la maggior parte degli acquedotti è infatti in mano a società europee e americane.
Non sempre è stato così: Adam Smith, ad esempio, sosteneva che sebbene l’acqua abbia un grande valore d’uso, essa non possedeva alcun valore di scambio. Ogni volta che compriamo una bottiglia di acqua minerale contraddiciamo questa affermazione.

Sulla liberalizzazione dei servizi pubblici (tra cui l’acqua) sono in corso accordi internazionali (il GATS – General Agreement on Trade on Services) che tendono a due obiettivi fondamentali:
- rendere i servizi pubblici (compresa l’istruzione, la sanità, la distribuzione di acqua, gas, elettricità, ecc.) aperti alla concorrenza internazionale e, di conseguenza…
- privatizzare i servizi pubblici.

Un cenno d’obbligo merita anche la famosa (famigerata) direttiva Bolkenstein, che impone che un servizio erogato da un’impresa in uno Stato dell’Unione europea venga assoggettato alle norme presenti nel paese d’origine dell’impresa, creando così la possibilità di scardinare il sistema di protezione sociale più stringente dei paesi dell’Europa occidentale.

L’altra criticità riguarda i servizi che assicurano, più che dei “beni comuni”, il “bene comune”: l’istruzione, la sanità, l’assistenza e la previdenza sociale.
Last but not least, un capitolo particolarmente significativo è quello della Conoscenza come bene comune: la brevettazione delle idee (il software, in particolare), l’estensione del copyright ai contenuti digitali, le politiche che più in generale tendono a rendere reato la condivisione delle conoscenze, la brevettazione delle formule chimiche (e quindi dei principii attivi dei farmaci), la brevettazione del codice genetico fino alla cosiddetta biopirateria, pongono un forte interrogativo sul futuro del progresso scientifico e tecnologico, con tutte le ricadute facilmente immaginabili sull’intera umanità. Nei fatti i beni comuni legati all’immaterialità oggi sono sotto attacco almeno quanto quelli materiali. E nella società dell’informazione e della conoscenza, i saperi sono indispensabili quasi quanto l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo.

Il problema della gestione
Si è detto che vi sono due modi “classici” per gestire i beni comuni: uno liberista e l’altro “statalista”. Ma l’esperienza della democrazia partecipativa, in particolare del bilancio partecipato, ci dà una terza possibilità: quella che prevede, accanto alle istituzioni pubbliche, comitati di cittadini e associazioni che dicano la loro sulle regole e sulle scelte concrete riguardanti la gestione del bene.
Non si tratta di una novità tout court. Qualcosa di simile avveniva sin da Medioevo, soprattutto nei paesi anglosassoni, dove il concetto di “beni comuni” (i “commons”) ha valenza giuridica. Ma anche in Italia esiste una tradizione, che oggi va sotto il nome di “usi civici”. Terreni agricoli e pastorali che appartengono a comunità, gestiti da comitati di cittadini interessati al loro utilizzo, spesso in collegamento con l’istituzione del luogo. Un esempio sono le cosiddette “Regole trentine”, riformate in peius recentemente.
Ad esempio, negli Ambiti Territoriali Ottimali per i servizi idrici, è possibile introdurre, accanto al comitato di gestione istituzionale, un comitato formato da cittadini e rappresentanti di associazioni con poteri effettivi di co-decisione. In tal modo il bene acqua cessa di essere un bene “statale” e ritorna alla sua natura di bene “comune”, “comunitario”.

Una legge di tutela per i beni comuni
Da queste considerazioni è partito un gruppo di parlamentari e il Tavolo nazionale dei beni comuni che, in queste settimane, sta elaborando una legge per i beni comuni. La legge individua come beni comuni l’acqua, l’aria, lo spazio, l’energia, la biodiversità, il territorio e il paesaggio, i mari, i fondali e le coste, le risorse agroalimentari, i beni artistici e culturali, i saperi ed in particolare le scoperte scientifiche, la letteratura e le arti, la salute e l’istruzione.
Come si vede il concetto di “beni comuni” si intreccia sempre più con quello di “bene comune”. Pur partendo da riflessioni secolari se non millenarie, queste nuove suggestioni “comunitariste” sono forse tra le idee più moderne affacciatesi nel cosrso degli ultimi anni, soprattutto sotto la spinta del movimenti alter-global. Una riflessione che va oltre i confini sia della socialdemocrazia che del comunismo novecenteschi, riportando alle comunità un po’ di quei poteri che le ideologie della sinistra del secolo scorso hanno assegnato in maniera esclusiva allo Stato. Non per cadere in facili tranelli (la “welfare society”, ad esempio, almeno nella sua versione blairiana) che mirano più che altro alla privatizzazione dei servizi e dei beni. Semmai per indicare un nuovo modo di intendere il “pubblico” non più come emanazione dall’alto dell’entità statale, ma come riappropriazione dal basso del “bene comune” e dei “beni comuni”. In altre parole, oggi la democrazia rappresentativa ha bisogno di forti iniezioni di partecipazione: le istituzioni sono, nel bene e nel male, il luogo dell’agire dei partiti, ma la politica ormai non si esaurisce nei partiti e nelle istituzioni. Per questo – pur con una forte attenzione ai rischi di burocratizzazione della società civile – occorre tuttavia aprire spazi nei quali i cittadini possano esprimersi e decidere, spazi che la politica tradizionale deve avere il coraggio di considerare parte della Politica in senso più generale.
Chi si è fatto promotore di questa iniziativa ritiene che dalla presa di coscienza di questa gigantesca tematica passi non poco della ridefinizione dell’identità della sinistra. O, almeno, delle sue politiche e dei suoi programmi per il governo del paese.

2 Risposte a “Cosa sono i beni comuni e perché sono tanto importanti”
  1. Anonimo scrive:

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  2. Anonimo scrive:

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