Riprendo il blog dopo la pausa natalizia con la pubblicazione della mia introduzione allo splendido seminario che si è tenuto al Centro Congressi di via Cavour, a Roma, lo scorso 22 dicembre, e che ha avviato il cantiere della costruzione della Sinistra Europea in Italia.

Il carattere seminariale di questo incontro –nel quale esperienze molteplici e plurali si mescolano, forti della consapevolezza di aver camminato insieme in questi anni- mi spinge, nel raccogliere la sfida che il PRC lancia (costruire fin da subito la sezione italiana della Sinistra Europea), a porre alcune domande.
La prima domanda riguarda il vuoto che c’è a sinistra, se e come si possa riempirlo. Che un vuoto ci sia, è palese. Che l’esaurimento delle esperienze socialdemocratiche classiche –basate su politiche redistributive su scala nazionale- ponga il movimento socialista di fronte a un inedito bivio tra liberismo temperato e nuova radicalità, pure. Che il capitalismo ipercompetitivo e selvaggio della Cina comunista c’entri poco con le aspirazioni di libertà e giustizia dei comunisti, anche. Ed è palese infine che di fronte a Blair che fa la guerra, a Schroeder che fa gli affari col gas, e ad alcuni eredi del mutualismo italiano che scalano BNL quel vuoto non si riempie ricostruendo il “vecchio” ordine della sinistra –socialista o comunista che sia-. Theo Anghelopoulos, all’indomani della sconfitta della sinistra nel suo Paese, ha scritto che “la sinistra ha perso perché da tempo ormai le mancano le parole che parlano del futuro, dell’avvenire del mondo. La sinistra è muta”. E ancora: “quando finiscono le parole che parlano di speranza, quando i sognatori tacciono arrivano i manager”.
Ma il vuoto evoca due aspetti, al di là della superficie. Il primo è un vuoto più profondo che riguarda l’esistenza concreta delle persone: una domanda di senso che investe la vita. Che parla alla schiavitù del tempo digitale, del lavoro precarizzato, dell’ostentazione trionfante del consumo. Questa domanda investe persino la vita di un neonato, quando sua madre, non potendo allattare, non sa più neppure se è sano il latte che compra. La ricerca di senso è ricerca di valori, certezze, spiritualità, ideologie. Il secondo aspetto riguarda la frattura della politica dalla vita, dai soggetti, dai corpi, dalla cultura. La politica, e una parte della sinistra, si è smarrita perché da anni è appiattita su quella che Tonino Perna chiama il Tac-Tec, Tattica e Tecnica della gestione dell’esistente. Ma l’autoreferenzialità della rappresentanza politica, lo schiacciamento sulla sola gestione istituzionale, la formazione di un ceto chiuso –di cui anche chi parla è parte-, la perdita di riferimenti sociali, territoriali, civili sono patologie strutturali. Oggi si dice “classe politica”, purtroppo non a torto, perché comunque la politica ha l’aspetto, anche fisico di una “classe”; ha cioè un segno di classe, di genere, di etnia. Benestante, maschio, bianco. E questa classe –come spiegava Bourdieu- è ormai “classe dirigente”: rappresentanti politici, imprenditori, finanzieri, professionisti, manager, giornalisti. In Italia più di 200.000 persone vivono con la politica, e difendono con i denti il proprio status. Si ripropone un tema antico: governanti/governati, dirigenti/diretti, élites/popolo. Ma se i grandi partiti di massa della Resistenza hanno rappresentato, con crescente insufficienza, poi contestati e condizionati dai movimenti e dai conflitti, il più serio tentativo di riduzione di quella distanza, negli anni del turbocapitalismo la gerarchizzazione delle decisioni, la verticalizzazione della politica, la sua autonomizzazione –cinicamente teorizzata anche a sinistra- hanno scavato un fossato gigantesco. La politica sa poco della vita: di come si vive, dell’affitto, dei pendolari, della precarizzazione, del free software, della fatica a vivere i propri orientamenti sessuali e ad essere, in questa società, davvero liberi. Oggi gli invisibili –con gradazioni diverse: dai migranti fino ai metalmeccanici, – sono una maggioranza, che fa difficoltà a riconoscersi in una politica inguardabile. Gli invisibili richiamano la metafora di Pasolini, in Alì dagli occhi azzurri: i “sempre umili, deboli, timidi, infimi, colpevoli, sudditi, piccoli” che, arrivando dall’Africa in Calabria e salendo a Roma, immaginano la loro capacità di diventare classe, di pensare al proprio riscatto, di porsi il problema –ci torno- del potere.
La seconda domanda è se quel vuoto parla solo di una sconfitta, o parla anche di una vittoria. E’ importante capirlo: se cioè dobbiamo attrezzarci solo a resistere o a difendere, oppure se si sia già aperta una fase creativa e innovativa. Sono sempre più convinto che le lotte, i movimenti, le forme comunitarie che hanno scosso il pianeta in questi anni, e in Italia hanno avuto uno degli epicentri, abbiano un corso lungo. Il capitale si è globalizzato, nel ventennio liberista, e il potere si è concentrato: ora il lavoro, le comunità, la vita, la cultura stanno organizzando un punto di vista comune, producono democrazia e nuovo potere. Si apre un nuovo conflitto, carico di contraddizioni, tra titolari di diritti e detentori di potere. Insomma: le idee nuove della sinistra sono popolari, condivise, maggioritarie. Vanno del tutto al di là della geografia politica e elettorale del 900. Se vogliamo dare a queste idee una rappresentanza politica corrispondente non servono a nulla confederazioni dall’alto o assemblaggi di ceto politico. Dobbiamo dare a questa sinistra politica un fondamento, una Carta, una radicalità ideale che guardi ai problemi di fondo del pianeta. Il Partito della Sinistra Europea è già divenuto, in due anni, un laboratorio che procede in questa direzione. Pensare a una “sezione italiana” –termine che richiama la filologia della politica degli albori del movimento operaio- vuol dire lavorare a questo fondamento. Si può dirsi comunisti, socialisti, ambientalisti, cristiani o altro, o tutto insieme, solo se si ha una comune radicale critica a questo mondo, all’organizzazione capitalistica della produzione, alla privatizzazione del pianeta e alla concentrazione del potere in poche mani. Scrivere questa Carta vuol dire connettere i movimenti, le soggettività, le pluralità e le esperienze tra cui già una tavola di un sentire comune è stata abbozzata. Penso –rispetto alla storia delle sinistre del secolo scorso- al passaggio dalla violenza come levatrice della storia al rifiuto della guerra e alla nonviolenza. Penso al passaggio dall’economicismo al nuovo dizionario dei beni comuni, primo fra tutti l’acqua, sulla base del quale riscrivere la relazione tra l’uomo e la donna, il vivente non umano, la biosfera. O al passaggio dallo Stato delle nazionalizzazioni alla res-publica dei beni comuni, alla loro gestione partecipativa, alla Rete dei nuovi municipi. O al passaggio dal concetto di masse popolari a quello di comunità territoriali. O al passaggio dalla idea di crescita progressiva a una riscoperta dei valori d’uso. O al passaggio dalla nozione di sviluppo sempre più veloce e competitivo al senso del limite, al principio di precauzione, alla critica dell’asservimento del sapere al capitale. In queste e in altre idee si realizza la possibilità che i lavoratori e le lavoratrici, le loro vite, la loro fisicità, la loro intelligenza costruiscano una nuova stagione di diritti universali, sulla base del paradigma di giustizia sociale. Quella che tutti gli esseri umani, sulla base della rivoluzione delle donne e dei movimenti per i diritti civili –a partire da quello gay, lesbiche e transessuali-, possano esistere difendendo consapevolmente la sacralità della vita, l’autodeterminazione del corpo, la libertà della mente dall’aggressione proprietaria, predatrice, maschilista. Quella, infine, che le culture, le religioni, le comunità facciano di comuni e eguali diritti di cittadinanza, e del meticciato come valore, nel rispetto delle differenze, la base di un patto di convivenza. C’è una parola significativa, nel vostro vocabolario, compagni del PRC, che dobbiamo assumere come cuore di questa visione, ed è liberazione.
Qui sorge l’ ultima domanda. Quale idea del potere dobbiamo praticare per costruire una nuova sinistra? Se pensiamo di seguire un’altra strada da quella della “confederazione” dall’alto, è perché Rifondazione –un’altra parola importante, che ci parla anche, o prima di tutto, di rifondazione della politica- si è messa in gioco, da Genova in poi. Lì ci siamo incrociati e incontrati. Lì, appunto, siamo divenuti meticci. E oggi, da sans papier quale sono (letteralmente, senza tessera di partito), oso dire che c’è un sentire comune che ci fa essere tutti sans papier, e cioè dentro una lotta di cittadinanza, ricercando partecipazione, rappresentanza aperta, nuova politica. Abbiamo usato, all’inizio della straordinaria esperienza della rete Uniti a sinistra (che ha deciso di divenire osservatore della SE), l’espressione estremisti della democrazia per dire della nostra scelta radicale. La sezione italiana della SE, per divenire il primo passo di un’impresa che non può essere misurata solo o subito con le prossime elezioni, deve diventare un laboratorio di nuove pratiche politiche. L’ARS recentemente ha fornito in questa direzione un contributo di qualità. I ragazzi della nostra rete promuovono il 13 gennaio un’assemblea a Napoli su questo tema: su come le pratiche dei movimenti –dalla disobbedienza della rete sud ribelle e dei centri sociali all’orizzontalità di rete lilliput, dal nuovo mutualismo di banca etica alla partecipazione dei nuovi municipi, dalle forme comunitarie della Val di Susa e di Scanzano ai referendum tra i lavoratori sugli accordi sindacali- possano entrare anche nella dimensione politico-partitica, politico-istituzionale. Ecco perché l’immagine della costellazione, della galassia sembra rispondere a quest’idea. L’esperienza dei comitati Bertinotti è stata un primo esperimento in questa direzione, e ha permesso –dai treni pendolari al costo degli affitti- di avviare la ricostruzione di una relazione tra politica e vita. Lavoriamo su questo: penso ai bilanci partecipativi e alla rete dei nuovi municipi; penso alle nuove forme di democrazia nei territori, a partire dalla rivendicazione alla salute e al futuro; penso, se si chiuderà il contratto dei metalmeccanici, al referendum sull’accordo fra i lavoratori; penso alla straordinaria esperienza delle primarie, da Vendola alla Borsellino, e a quanto rimettano in discussione gerarchie ed élites. Dobbiamo anche pensare a come l’Unione, se vincerà, abbia procedure democratiche partecipative che evitino il dirigismo e il decisionismo degli stati maggiori.
Don Tonino Bello usava un’espressione magica, “convivialità delle differenze”. Potremmo anche semplicemente dire che bisogna immaginare una “convivialità della politica”: anche le forme della politica gandhianamente non possono essere estranee alla vita. Gratuità, servizio, coerenza, generosità non sono solo buoni sentimenti ma pratiche mutualistiche e democratiche. L’altro entra nella politica. La politica dell’altro, la politica altra. Con Ricoeur si può affermare che “l’incorporazione tenace, via via, di un grado supplementare di compassione e di generosità in tutti i nostri codici –dal codice penale alle norme di giustizia sociale- costituisce un compito perfettamente ragionevole, benché difficile e interminabile”.
Il punto vero su cui da Genova in poi ci siamo incontrati –lo voglio dire in particolare a Fausto che è stato un protagonista di questa rottura- è il rovesciamento di un’idea del potere: dalla conquista del potere alla cessione del potere. Sinistra Europea, sezione italiana, oggi, la nuova Sinistra domani al fondo muovono da una critica radicale al potere. Riscopriamo i tentativi di porsi il problema della “riforma dello Stato”, del cambiamento del potere –penso al CRS di Pietro Ingrao-. Abbiamo invece assistito ad una sinistra che si proponeva di cambiare e che ha finito con l’essere cambiata dal potere. E’ cronaca dei quotidiani. Che pensa che governare sia comandare, non ascoltare, partecipare, coinvolgere, decidere. “Il potere non mi cambierà”, ha detto ambiziosamente Zapatero il giorno successivo alla sua elezione. Non so se si possa dire che quell’impegno è stato mantenuto: so che quel leader si è almeno posto il problema. Non basta affidarsi, tuttavia, ad una persona, per quanto sensibile. Ora, che siamo raccolti nell’Unione, che vogliamo mandare a casa le destre, battere Berlusconi e il berlusconismo, noi dobbiamo produrre un’idea di governo come mezzo, che chiede più conflitto, che non è il “governo amico” che tacita i movimenti. Il programma dell’Unione si realizzerà, e si sposterà verso soluzioni più radicali, solo se ci sarà più democrazia, più conflitto, più partecipazione.
Penso ad una nuova soggettività, federativa e pattizia, di cui la generazione dei movimenti sia la protagonista, fondata su tre pilastri. Un luogo che connette esperienze e movimenti. Al quale possano aderire in quanto tali, se lo vogliono, e se condividono i valori di fondo, associazioni, movimenti, strutture sociali, esperienze sindacali, reti. Oppure, se non lo vogliono, loro esponenti che portano dentro questo luogo politico, la forza della propria differenza. Un luogo che connette donne e uomini. Individui che si mettono in rete, a partire da chi l’ha fatto coi Comitati Bertinotti, che si associano, che fondano circoli della SE –già ce ne sono tanti-, e che sperimentano pratiche di partecipazione, di primarie sulle persone e sui programmi. E infine un luogo che connette partiti –a cominciare dal PRC-, pezzi o aree di partito, esperienze politiche innovative.
Nel prossimo Parlamento si dovrebbero così formare gruppi della Sinistra Europea-PRC; e su quella base, con Uniti a Sinistra e con tutti coloro che ci vorranno stare, la nuova Sinistra potrà prendere forza e allargarsi. Oggi, se si manifesta una volontà comune, potremmo dare vita a due gruppi di lavoro –uno sulla Carta, l’altro sulle pratiche politiche- che avviino quest’azione costituente.
C’è un problema di tempi. Per la mia storia –e per il legame di affetto che conservo col mondo profondo da cui vengo- lo sento acutamente: non esitare, non lasciare che quel vuoto diventi un baratro. Ma non esitare vuol dire includere, ascoltare, tessere i nodi di una rete, far maturare convinzioni e condivisioni. Trovo efficace quel detto indio, nei giorni in cui festeggiamo Evo Morales, che mi ha suggerito Francesco Martone, che dice “vado lento perché ho fretta”. Partiamo subito, senza rinvii. Ma con quel passo che ci permetta di affrontare un cammino lungo, di mettere insieme tutti quelli che ci stanno, di ascoltare le ragioni e le critiche, e di decidere via via, democraticamente e circolarmente, cosa fare, dove andare, dove fermarsi, quando ripartire.

2 Risposte a “Nuovo anno, nuova sinistra”
  1. Giampaolo scrive:

    Caro Pietro, tutto ok. Ma i post, più sintetici e brevi, per favore: il web non è un saggio accademico :-P

  2. v scrive:

    dgdfgf