Da Hong Kong una corrispondenza sul WTO dall’ amico e compagno Francesco Martone.

15 dicembre 2005

“Qui si parla di commercio, non di politica” così ha cercato di liquidare
lo stato delle trattative all’OMC uno dei negoziatori dell’Unione Europea
intervenuto ad una tavola rotonda sul commercio equo e nuove regole per il
commercio internazionale che ha visto tra gli altri la partecipazione di
Wolfgang Sachs del Wuppertal Institute. Come se cercare di imporre ai
governi dei paesi in via di sviluppo la svendita dei propri servizi
pubblici, non fosse in realtà una questione politica, che impatterebbe
sulle scelte di politica economica e sociale dei paesi che si vorrebbero
beneficiari. Il riferimento del negoziatore europeo era rivolto a quello
che potrebbe rappresentare il vero elemento di novità di questa
Ministeriale. Ovvero il processo di consolidamento di un blocco negoziale,
politico ed economico intorno ai G20. Il G20 è quel gruppo di paesi
emergenti tra cui India, Brasile e Sudafrica, che fu tra i principali
artefici della “rottura” negoziale di Cancun. Inizialmente vista come un
tentativo di India e Brasile di legittimare posizioni negoziali controverse
(dalla riduzione ai sussidi ai prodotti non agricoli, alla richiesta di
agevolazioni per la circolazione di lavoratori migranti) la “cosa” che sta
prendendo forma potrebbe essere la premessa di una vera rivoluzione nel
nella governance globale. Sono già due gli incontri tra il G20 ed il resto
dei paesi “in via di sviluppo” o poveri, che si sono susseguiti qui ad Hong
Kong. Incontri “storici” qualcuno ha voluto definirli, il primo passo per
ricostruire una sorta di movimento dei non-allineati per altri. Certo è che
oggi, con l’Europa in grande difficoltà, intenta a subìre i colpi degli
Stati Uniti e del resto del mondo, un nuovo soggetto plurale spinge
prepotentemente per entrare in scena. Coloro che a Cancun avevano rotto un
difficile equilibrio, ora stanno cercando di costruirne un’altro intorno
all’urgenza di dare rappresentanza alle istanze della stragrande
maggioranza della popolazione del pianeta. Deve preoccupare non poco la
strategia di India e Brasile, se l’unica cosa che l’Europa sta cercando di
fare è di indebolire la tenuta di questa nuova alleanza “leggera”,
attraverso promesse di aiuti economici, o argomentando circa
l’impossibilità di ricondurre ad unità paesi con situazioni economiche
diverissime tra loro.
Una goffa strategia di “divide et impera” che viene respinta al mittente da
India e Brasile, Nel corso di una affollata conferenza stampa Celso Amorim,
Ministro degli esteri brasiliano e la sua controparte Indiana hanno
illustrato con grande cipiglio e risolutezza la strategia politica dei G20
parlando anche a nome dei G90 (I paesi più poveri). E’ la prima volta che
ciò accade. Amorim ha tenuto a specificare che non esiste alcuna spaccatura
tra India, Brasile e gli altri, ammettendo che esistono differenze ma anche
che c’è tutta l’intenzione di comprenderle ed affrontarle costruttivamente.
Con grande ironia il Ministro degli esteri indiano ha stigmatizzato la
posizione europea rappresentata dal commissario Mandelson che fin
dall’inizio avrebbe puntualizzato che le ristrettezze di bilancio ed un
mandato rigido non gli avrebbero permesso di andare oltre le proposte fatte
sulla rimozione dei sussidi. Proposte già rigettate da tutti. Dagli
americani che con una mossa che sa tanto di “bluff” hanno tirato la volata
promettendo la riduzione dei sussidi agricoli (ma non dei crediti
all’esportazione dei prodotti nazionali) e lo stanziamento di ingenti somme
di denaro per aiuto al commercio. Ai paesi più poveri che chiedono almeno
di fissare una data entro la quale si riuscirà a terminare il difficile
processo di eliminazione dei sussidi agricoli, al fine di costruire la
premessa per un mercato veramente libero. Ecco, sotto sotto, il vero
paradosso. Non si discute se sia necessario o meno aprire uno spazio
politico per assicurare la tutela degli interessi delle classi contadine,
attraverso strumenti di incentivo o protezione ad agricoltura di qualità o
di sussistenza. Si cerca invece di applicare alla lettera il dogma
liberista del “level playing field” , del mito dell’eguaglianza delle
condizioni di partenza sulle quali poi ognuno potrà giocarsi le sue carte
per conquistare il predominio del mercato. Qualcuno dovrà poi spiegare su
quali basi di parità si troverebbero Nestlé ed un piccolo produttore di
caffé organico. Il paradosso è ancor più evidente se si considera che chi
pagherà il prezzo della creazione di un soggetto plurale che possa rompere
il duopolio di USA ed UE nella governance globale saranno coloro che vivono
in condizioni di povertà ed esclusione. Già, perché le disponibilità date
da India e Brasile sui NAMA (prodotti non agricoli) – e non solo – non
riflettono certamente bisogni delle classi più povere. Del resto questa è
la conseguenza di un’adesione al dogma del “trickle-down development” ,
ovvero della crescita di alcuni settori economici come garanzia per la
redistribuzione dei benefici a tutti. Allora, il vero paradosso di questi
giorni è quello del Giano bifronte. Da una parte c’è un processo che apre
possibilità insperate per una redistribuzione del peso politico di alcuni
stati o blocchi regionali rispetto ad altri, in termini di
democratizzazione della governance internazionale. Dal’altra questo
processo si regge sull’applicazione fedele delle teorie di libero mercato,
che la stessa Banca mondiale ha rivelato non essere in grado di garantire
un’equa redistribuzione della ricchezza su scala globale, Semmai è stato e
sarà il contrario. E’ quindi evidente che questi grandi giochi di strategia
politica rischiano di scontrarsi con la resistenza legittima di chi qui a
Hong Kong è venuto a difendere il proprio diritto alla sussistenza, alla
vita, alla salute o al cibo. Così la grande retorica di due paesi che hanno
deciso di ergersi a paladini del resto del mondo potrebbe sgonfiarsi nelle
sue stesse contraddizioni, visto che non è fondata sull’urgenza di un vero
e definitivo cambiamento di rotta dal paradigma dominante di sviluppo.
Altra impressione corrente è quella secondo la quale la mossa brasiliana
starebbe facendo il gioco degli Stati Uniti. Brasile ed India hanno voluto
specificare di non essere contenti neanche delle proposte USA, troppo
povere per quanto riguarda le offerte sulla rimozione dei sussidi, ma per
lo meno – a loro dire – gli USA avrebbero un atteggiamento più disponibile
alla trattativa.
Non è però questo il punto. Forse qui ad Hong Kong si sta giocando la prima
partita politica “post-coloniale”, e le chiavi di lettura e di valutazione
che vengono date a questo sviluppo restano ancorate a modelli culturali
d’altri tempi. L’India oggi è anche l’India di pensatori post-coloniali
come Chakrabarty che teorizzano la necessità di “provincializzare l’Europa”
quell’Europa che resta nelle menti delle classi dirigenti dei paesi
ex-colonie che oggi a fatica cercano di costruirsi unapropria identità. Il
Brasile è anche quello di Lula che per la prima volta ha spiegato che il
suo paese ha un debito sociale e storico con l’Africa, quello della
schiavitù, che va restituito sostenendo le ragioni di quell martoriato
continente. Argomentazioni che non possono essere semplicemente liquidate
con ragioni di politica interna o reinterpretazioni della politica di
potenza.

Per quanto riguarda i negoziati, quelli nelle “green room” o nei corridoi,
la versione ufficiale è quella di un persistente irrigidimento delle
posizioni, come dei lottatori di Greco-romana che continuano a studiarsi e
colpirsi, guardandosi di sbieco, e scivolando senza punti di appiglio.
Dietro le quinte però iniziano ad emergere i contorni di una soluzione, che
potrebbe impedire la rottura eclatante di Cancun. I negoziatori iniziano a
dare i numeri: il 2010 sarebbe la data entro la quale si devono rimuovere i
sussidi, accettabile dai paesi in via di sviluppo, in quanto espressione di
autentica disponibilità nei loro confronti. Un 7% in più per l’offerta di
riduzione dei sussidi europei, 2 miliardi di dollari per un pacchetto di
sviluppo proposto dall’Unione Europea per addolcire i paesi in via di
sviluppo – forse anche questo un bluff visto che finora il bilancio UE non
è stato ancora approvato. Si dànno i numeri e si cerca di alleggerire la
zavorra per provare a far decollare la trattativa. Così l’Europa
sembrerebbe aver messo da parte la priorità sul negoziato sui servizi
accontentandosi di qualche concessione sulla riduzione dei sussidi ai
prodotti non agricoli (NAMA) . Le insidie però restano. Gli USA non hanno
intenzione di cedere sulla questione del cotone, cruciale per i paesi
africani produttori di fibra che ne fatto giustamente la bandiera del loro
tentativo di riscatto. In tutta risposta l’India ha fatto circolare una
dichiarazione in sostegno alle iniziative africane sul cotone, definendole
prioritarie per i negoziati. Sulla rimozione delle quote di importazione e
l’accesso fuori quota per le esportazioni dei paesi meno sviluppati
l’Unione Europea ha ribadito gli impegni presi con la sua iniziativa
“Everything But Arms” cercando di rilanciare verso gli altri paesi,
invitandoli a fare lo stesso. Finora il gioco del cerino ha comunque finito
per bruciare le dita dei tecnocrati di Bruxelles, gli stessi che pensano
che qui ad Hong Kong non si stia facendo di politica. Avrebbero dovuto
ascoltare alcuni degli interventi fatti da parlamentari di paesi in via di
sviluppo e paesi industrializzati sulla necessità di restituire sovranità
ai parlamenti in materia di politiche commerciali ed economiche che sono il
nocciolo duro del concetto stesso di sovranità economica. L’occasione è
stata quella della Conferenza Parlamentare sull’OMC convocata da Parlamento
Europeo e Unione Interparlamentare. Un appuntamento che si è ciononostante
dimostrato essere l’ennesimo esercizio di democrazia di facciata, con una
bozza di risoluzione preparata dagli uffici dell’UIP anzitempo, poi rivista
da un comitato ristretto e fatta passare per adottata con il consenso di
tutti senza neanche la possibilità di apporre alcun emendamento. Un testo
che rischia di essere molto più indietro di quello che il negoziato
potrebbe partorire, e comunque scollegato da processi parlamentari a
livello nazionale e da articolazioni comuni con i movimenti sociali. La
dichiarazione riafferma la centralità del modello neoliberista, ed esorta i
governi a fare passi in avanti su tutti i dossier in maniera del tutto
acritica e senza tener conto delle preoccupazioni di sindacati e movimenti.
Anche questa però è politica, rituale ed antica, quella che insegue i
processi negoziali e non vuole, non può o non riesce a porre le condizioni
e le priorità degli stessi. Quella politica che nelle parole di uno dei
presidenti dell’Assemblea liquida le proteste dei movimenti contadini
presenti a Hong Kong come mero “escamotage” per richiamare l’attenzione
della stampa.
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13 dicembre 2005

Francesco Martone – “La questione commerciale non è questione per tecnici,
ma politica, e va affrontata con gli strumenti della politica” così ha
concluso il suo appassionato intervento un ospite sudafricano, parlamentare
dell’African National Congress, invitato dal GUE/NGL, gruppo parlamentare
della Sinistra Europea a Strasburgo, ad un incontro-confronto tra movimenti
sociali e parlamentari progressisti del Nord e del Sud del mondo.; Molti
gli interventi interessanti, tra questi quello di Susan George, e quello di
Mario Aroyo, del partito Akbayan filippino con un occhio alla platea ed uno
all’orologio per fuggire al parco della Vittoria e partecipare alle
manifestazioni di apertura delle iniziative della società civile e dei
movimenti sociali di mezzo mondo. “Derail WTO: facciamo deragliare la WTO”,
questa la parola d’ordine comune di centinaia di realtà sociali e di
movimento che hanno ben chiaro come quest’organizzazione, non democratica,
ed ispirata alla pura dottrina neoliberista debba essere esclusa da
questioni di importanza cruciale per la stessa sopravvivenza. Tra le
centinaia di bandiere e striscioni multicolori che ravvivavano il catino
del parco della Vittoria, stretto tra palazzoni grigi e decrepiti e
modernissime forme di architettura di vetro ed acciaio, scorrevano le
rappresentanze di movimenti di base, contadini quali la Via Campesina, per
la giustizia economica come Jubilee South o la Freedom from Debt Coalition
filippina. Dietro un enorme palco spicca uno striscione con ideogrammi
cinesi e scritte in inglese: giustizia, dignità, sussistenza, e sicurezza.
Parole chiave per riaffermare i diritti fondamentali d’ ogni essere umano,
diritti declassati a puro impedimento al libero commercio dai tecnocrati
dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Alla fine saranno stati oltre
10mila principalmente asiatici, coreani, indonesiani, filippini,
thailandesi nei loro costumi tradizionali. Chiedono che l’OMC esca
dall’agricoltura, che non si tratti sulla liberalizzazione dei servizi, o
che i migranti non vengano trattati come merci. Sono arrivati con ogni
mezzo per commemorare il “patriota” Lee, che cercò e trovò la morte due
anni prima tra le barricate di Canuan, ed ora è presente con una
gigantografia posta su un altare circondato di fiori bianchi. Quelli del
lutto. Hanno attraversato strade isolate da un forte cordone di polizia, le
strade dello shopping selvaggio e del turbocapitalismo che hanno fatto di
Hong Kong il simbolo, l’ immagine senza sostanza, dell’ideologia del libero
mercato che ha fatto da queste parti più vittime dello tsunami. In molti si
sono gettati nelle acque torbide del porto di Hong Kong, a migliaia hanno
pressato incessantemente gli schieramenti di poliziotti antisommossa, di
guardia ai cancelli del palazzo delle conferenze, una testuggine argentea
che ospiterà i delegati di questa VI conferenza ministeriale. Hong Kong è
un un appuntamento da non mancare, stavolta, dopo le debacle di Seattle e
Cancun. Un gioco il cui esito sembra già essere chiaro ai più attenti
osservatori. La ritrosia europea di concedere di più ai paesi in via di
sviluppo per garantire accesso ai mercati per i loro prodotti agricoli, e
l’ inaspettata disponibilità di India e Brasile a contribuire alla
conclusione positiva del negoziato, hanno finito per stravolgere le carte e
ridimensionare notevolmente le aspettative. Già si parla di un nuovo
appuntamento per la primavera del prossimo anno per riprendere le fila di
un dialogo interrotto ben prima di Hong Kong. Certamente l’Unione Europea,
per bocca del Commissario al Commercio Peter Mandelson, ce la sta mettendo
tutta per rafforzare la percezione che l’OMC non riuscirà a garantire un
accordo equo e giusto per tutti i contendenti. Allo stop alle concessioni
sui prodotti agricoli (sarà finalmente il caso di togliere questo delicato
dossier dalle competenze dell’OMC e restituirlo alle agenzie specializzare
ONU) fa da contraltare la richiesta pressante ai pasi in via di sviluppo di
aprire i loro settori produttivi e dei servizi.

Se negli accordi presi nel 2001 ai paesi in via di sviluppo veniva lasciata
la necessaria discrezionalità e flessibilità nel scegliere quali settori
liberalizzare e in quale maniera, ora l’Unione Europea ed altri paesi
industrializzati hanno proposto l’introduzione di nuovi metodi di negoziato
che indebolirebbero il sistema bilaterale rendendolo di fatto vincolante.
Si vorrebbe introdurre un sistema di “benchmarking” secondo il quale i
paesi in via di sviluppo si dovrebbero impegnare a liberalizzare alcuni
settori. Altra proposta è quella secondo la quale i paesi che vengono
invitati da altri partecipino obbligatoriamente a negoziati plurilaterali e
settoriali.

Anche se nell’ultima bozza negoziale presentata il 1 dicembre scorso alcuni
di queste trappole sembrano essere scomparse sussiste il rischio che
l’Unione Europea possa reintrodurle sotto altro nome. Le altre parti
controverse quali il cosiddetto approccio plurilaterale restano nel testo
di negoziato sui servizi, in quello che tecnicamente di chiama annesso C.

Unione Europea ed USA spingeranno pertanto per la liberalizzazione dei
servizi attraverso la trasformazione della natura dei negoziati. Potrebbero
essere quindi i servizi il terreno di scontro di Hong Kong, com’è stato a
Strasburgo ed altrove in Europa sulla direttiva Bolkestein. Già, quella
direttiva Bolkestein, che grazie al principio del paese d’origine
causerebbe un’inaccettabile corsa verso il ribasso dei diritto sociali e
del lavoro. Sa molto di Bolkestein il negoziato in corso sul Mode 4 del
capitolo sui servizi, tanto caro all’India e che riguarda i lavoratori
migranti non temporanei. Se dovesse passare la proposta in agenda, i
migranti diventerebbero merci da scambiarsi sul mercato del lavoro, con
permessi temporanei di lavoro e soggetti alle normative del loro paese
d’origine. Tutto questo sarebbe in palese contraddizione con ciò che
stabilisce la Convenzione ONU sui diritti dei lavoratori migranti e le loro
famiglie.

Altro tema scottante è quello dei cosiddetti NAMA (Non agricultural market
access) il diritto all’accesso ai mercati di prodotti industriali,
attraverso la rimozione delle tariffe nazionali e degli strumenti di tutela
per la produzione di valore aggiunto, Insomma un colpo mortale per quei
paesi in via di sviluppo che cercano di costruirsi un modello industriale
in grado di competere a livello mondiale, o per lo meno regionale, e
ridurre la pressione sulle risorse naturali attraverso la produzione di
valore aggiunto. Dalla bozza che è da oggi sul tavolo dei delegati (ma c’è
da scommetterci che già circolano altri documenti più o meno informali nel
tentativo di smussare le divergenze che potrebbero portare ad un nuovo
fallimento qui ad Hong Kong) sembrerebbe che sui NAMA come anche
sull’agricoltura, ci si limiterà a prendere atto dei “progressi” fatti nel
negoziato, senza alcun altro riferimento ad impegni articolari da parte dei
governi , laddove è sui servizi che la bozza contiene degli impegni
vincolanti o semivincolanti. Sui NAMA resterebbe però in piedi la
cosiddetta Swiss Formula, un trabocchetto per forzare i paesi in via di
industrializzazione a ridurre drasticamente le loro tariffe, a tutto
vantaggio dei paesi industrializzati. In precedenza, i paesi in via di
sviluppo avevano la possibilità di scegliere il tasso di liberalizzazione
delle importazioni di prodotti industriali

Sull’agricoltura il testo negoziale specifica che “molto resta da fare per
stabilire le modalità di liberalizzazione e concludere il negoziato- Ci
impegniamo ad intensificare il lavoro sui temi in sospeso…” Insomma quasi
un nulla di fatto.

Forse sarebbe meglio così visto che la maggior parte delle proposte sul
tavolo, obbligherebbero i paesi in via di sviluppo a tagliare le loro
tariffe industriali a tassi più elevati di quanto previsto nel corso
dell’ultimo round. Di conseguenza si avrebbe in realtà un ulteriore
peggioramento delle ingiustizie presenti nel sistema attuale. Non è detto
però che alla fine qualcosa di più stringente non esca nel documento finale
approvato. Già circolano voci su un possibile accordo tra Brasile e Stati
Uniti che metterebbe l’Europa alla corda.

Anche Pascal Lamy ci mette molto di suo per irritare i delegati. Secondo le
denunce di alcuni delegati ed ong, nel documento bozza di discussione
circolato ai primi di dicembre sarebbe scomparsa una nota introduttiva che
specificava la parti del documento sulle quali esisteva un accordo o meno.
Questa nota è stata trasformata in lettera d’accompagnamento, rendendo
difficile distinguere su quali parti c’è accordo e su quali parti il
linguaggio e prodotto dei coordinatori dei gruppi di lavoro.

Ad oggi l’unico possibile passo in avanti, prontamente sminuito ed a
ragione, dalle ONG presenti ad Hong Kong è quello sui Diritti di proprietà
intellettuale e la possibilità per paesi poveri di accedere a farmaci
generici per le cure di malattie endemiche. Il General Council della WTO ha
adottato una proposta di trasformare l’eccezione contenuta in un documento
già prodotto il 30 agosto 2003 in emendamento permanente nonostante il
fatto che tale approccio non sia stato ancora testato e – comunque sia -
molto complicato da applicare per quei paesi senza capacità di produrre
generici. In linea di massima l’idea è di rimuovere la clausola che obbliga
la vendita solo sul mercato nazionale per prodotti generici prodotti in
paesi coperti da licenza e quindi permettere l’esportazione di quei farmaci
in paesi con emergenza sanitaria. Restano molto vaghi i criteri con i quali
si definisce l’esistenza di un’emergenza sanitaria, e quindi la capacità di
un governo di poter prevenire epidemie mortali. Alla fine, tutto si riduce
all’autorizzazione alle transnazionali del farmaco di fare ancora più
affari esportando i loro prodotti in altri paesi. E se ciò non bastasse, ci
pensano i G8 con il loro piano pilota di IFF (International Financial
Facility) sulle vaccinazioni, affidato di recente all’Italia e secondo il
quale i paesi del g8 si impegnano per un acquisto futuro di farmaci da
donare poi ai paesi bisognosi. Un grande affare per le transnazionali, non
c‘è che dire….Alla fine restano sempre e solo le transnazionali a
beneficiare dei negoziati all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Anche
se forse stavolta per addolcire i paesi più poveri, si reintrodurrà un
riferimento al cotone ed ad un non meglio specificato “pacchetto di
sviluppo”, visto che del Round di Sviluppo di Doha resta ben poco. Un tale
pacchetto dovrebbe prevedere molti soldi per agevolare la liberalizzazione
e l’apertura dei mercati (il Giappone ha appena annunciato l’intenzione di
donare 10 miliardi di dollari in due anni per il cosiddetto “aid for
trade”). Così i paesi in via di sviluppo potrebbero essere resi più
malleabili per imporre loro accordi capestro sui servizi, Cosa che fa gola
a molti principalmente in Europa. Un’incognita stavolta è rappresentata da
India e Brasile. Se la sentirebbero di guastare la festa alla Cina che
ospitando la Ministeriale entra di diritto nel gotha dei capitalismo
globale? Quella Cina che rappresenta la chiave di volta per costruire
rapporti commerciali, economici e politici Sud-Sud e che con il suo enorme
potenziale di mercato aiuterebbe non poco l’America Latina (lo sta già
facendo in realtà) a perseguire una sua via alla giustizia economica e
sociale?

Una Risposta a “Hong Kong e il sud-sud”
  1. Farid scrive:

    sto cercando di esportare i farmaci nei paesi del sud america o qualsiasi paesi che hanno disogna,cosa devo fare?