Oggi Liberazione ha pubblicato questo mio editoriale. Intanto 15o.000 metalmeccanici sfilavano per le vie di Roma per il contratto e Andrea Pininfarina parlava alla Conferenza dei Ds a Firenze. Il problema della rappresentanza politica del lavoro è oramai ineludibile.

Sì, è il momento di dire sì. Il sì è il segno di un’unione, è la breve, forte, impegnativa parola di una volontà comune. E’ il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo. La proposta di Bertinotti e del Comitato Politico Nazionale –costruire un nuovo soggetto politico, cominciando fin da ora, come sezione italiana della Sinistra Europea- è generosa. Avevo auspicato, dopo le primarie, questo coraggio. Ora tocca a noi, ai tanti, associati e singoli, che da Genova in poi hanno intrapreso un cammino comune: ricambiare generosità con generosità, coraggio con coraggio.
Sento dire da molti –che rimangono scettici e talvolta altezzosi sulla riva del fiume- : “sì, ma dopo”. Dopo le elezioni, s’intende. Quante volte, in questi anni, anche nella splendida esperienza del “correntone” Ds –fucina e laboratorio di nuova cultura politica-, ci siamo detti “sì, ma dopo”. E così tanti esponenti della sinistra alternativa ci hanno ripetuto “sì, ma dopo”. C’è sempre un “dopo”.
Per me quel “dopo” è stato dopo le ultime regionali. Per altri è venuto prima. Per i dirigenti di Sinistra Romana è stato in questi giorni. Ma per avere la speranza che “dopo” le politiche possa davvero crescere una nuova grande sinistra alternativa occorre cominciare con un “sì, ora”.
In questi mesi è cambiata la legge elettorale. Si sono consumate tutte le ipotesi politiciste di confederazione dall’alto della sinistra, con un dibattito lacerante. In questi mesi quasi quattro milioni e mezzo di cittadini hanno invaso la politica degli stati maggiori, per un giorno, solo perché è stata data loro la possibilità. 630.000 hanno scelto Bertinotti come simbolo di quel “voglio” e di quel “vogliamo” (e chissà quanti potranno votare per Rita Borsellino o per Dario Fo). In questi mesi è cresciuta l’ipotesi neocentrista, accompagnata dalla Grosse Koalition tedesca. In questi mesi, infine, è risorto il partito democratico-riformista (per la verità ai miei occhi mai tramontato) e si manifesta una nuova combattività dei moderati dell’Unione.
Si apre quindi, qui ed ora, un vuoto. Intendiamoci: se si apre è perché le esperienze socialdemocratiche classiche hanno mostrato il proprio esaurimento, le ipotesi redistributive entro i confini nazionali non funzionano più e il movimento socialista è a un bivio, tra liberismo temperato e nuova radicalità. Voglio cioè dire che non basta ricostruire il “vecchio” –socialista, comunista che sia- per riempire quel vuoto.
In questi mesi è anche cresciuta, in silenzio, una rete di esperienze riunita in Uniti a Sinistra. E’ una rete variegata, la cui missione è creare le condizioni perché, all’indomani delle elezioni, si apra la costituente del nuovo soggetto. La rete discuterà, nei prossimi giorni, la proposta di Bertinotti. Sicuramente non sarà neutrale. Soprattutto verso il processo che si è aperto in Europa, e che ha visto, dalla WASG tedesca e da Lafontaine a Respect e a Galloway in Gran Bretagna, un nuovo processo di aggregazione nella Sinistra Europea. Il cuore dello sforzo fin qui fatto, che dovrebbe essere assunto anche dalla sezione italiana della Sinistra Europea come costitutivo, è quello di dare voce a chi non ha voce, visibilità a chi non ha visibilità, rappresentanza a chi non ha rappresentanza. La nostra rete ha denunciato i dati sulla visibilità TV della lotta dei metalmeccanici (dodici minuti in sette mesi, a fronte delle ore dedicate ad Albano e alla Lecciso). L’Italia del 25 novembre e quella del prossimo 2 dicembre, quando i metalmeccanici invaderanno Roma, è un’Italia forte, grande, solidale: ma che non ha ancora una forza politica adeguata. E così gli studenti, o le comunità della Val Susa, o i migranti che saranno in piazza il 3 dicembre, o i senza casa che hanno sfilato il 29 ottobre. Chi connette queste soggettività? Chi dà ad esse potenza? Chi le difende e chi apre –con spirito maggioritario e egemone- nuove sfide per l’Unione e per il futuro governo? I moderati dell’Unione –coi loro big talk- sono all’offensiva. I radicali dell’Unione, consapevoli che rappresentano orientamenti ben superiori alla propria forza elettorale, con le parole dei movimenti, devono essere come minimo altrettanto ambiziosi: siamo la voce di chi non ha voce.
Gli “invisibili” sono oggi la maggioranza delle società contemporanee. E pongono questioni non solo materiali, ma di “senso” di questa civiltà. Il tema, al cuore della sfida aperta per noi, è la soggettività politica di quelli che Pasolini, nel 64 (in Alì dagli occhi azzurri), chiamava i “sempre umili, deboli, timidi, infimi, colpevoli, sudditi, piccoli” e della loro capacità di diventare “classe”, di immaginare il proprio riscatto, di porsi il problema del potere.
Due sono le necessità perché quest’operazione funzioni. La prima è il suo fondamento etico, la sua idealità. E cioè la critica all’esistente come motore di democrazia e di progresso: il conflitto tra portatori di diritti e detentori di potere, tra i lavori globalizzati e le grandi ricchezze mondiali. Parte dal lavoro, dalla critica alle forme attuali di alienazione, dal bisogno di riappropriarsi democraticamente di ciò di cui si è espropriati. Questo fondamento ci parla di una politica che nasce dalla vita, che lì trova il suo fondamento, e che nella nonviolenza, nei beni comuni, nella conoscenza come motore di un’altra idea di economia incontra i nuovi paradigmi.
La seconda necessità è quella di far crescere nuove pratiche politiche. Penso a quella che Don Tonino Bello chiamava, con espressione magica, “convivialità delle differenze”. Anche le forme della politica non possono essere estranee alla vita, e per la prima volta a sinistra la pluralità di storie, di percorsi, di esperienze deve diventare un valore aggiunto. Penso alla gratuità, al servizio, alla coerenza, alla generosità, a nuovi “stili” della rappresentanza politica. Penso infine alla circolarità e alla partecipazione –“estremisti della democrazia”, ci siamo definiti-: nei posti di lavoro (dovrebbe far riflettere il successo degli emendamenti Rinaldini nei congressi Cgil), nelle amministrazioni locali, nei partiti e nelle coalizioni, cominciando dalle primarie e da altre pratiche partecipative.
Solo così “dopo” le elezioni sarà davvero aperto, anche con la costituzione di gruppi parlamentari della Sinistra Europea-PRC, il cantiere della rifondazione della politica e della sinistra.
Pietro Folena

2 Risposte a “Coi metalmeccanici o con Pinifarina?”
  1. Andrea scrive:

    Sarà bene, secondo me, chiarire sin da subito se sarà possibile un tesseramento diretto alla sezione italiana della SE, distinto rispetto ai partiti aderenti, e se un tesseramento ai partiti aderenti comporta automaticamente l’adesione alla SE.
    Saluti

  2. salvo scrive:

    bene Folena…mi sembra ora che a sinistra si abbia il coraggio di aprire una fase “ricca” di partecipazione, idee e coraggio…il coraggio di costruire una grande sinistra, nuova e che (permettimi) faccia anche a meno dei tatticismi di Mussi, Salvi & c. troppo legati ad uno sterile politicismo forse vero responsabile della scomparsa della grande sinistra in Italia…ciao e buon lavoro