Care compagne e cari compagni di Rifondazione,
da compagno di strada di una comune battaglia, e con tutto l’affetto per un partito che ho cominciato a conoscere e a cui mi sento legato, vi voglio esprimere qualche preoccupazione di queste ore. Le primarie del 16 ottobre rappresentano infatti un punto di svolta per la politica italiana. Anche per la sinistra. 630.000 voti per Bertinotti non meritano una discussione chiusa, di partito, come alcuni cominciano a fare. Quando andremo a analizzare il voto piu’ profondamente, scopriremo quanto voto esterno, d’opinione, nuovo si sia espresso per Bertinotti.
Mi paiono tre i punti salienti.
Il primo riguarda l’esplosione, al di là di ogni legittima aspettativa, della partecipazione. Hanno contato il bisogno di una risposta all’arroganza berlusconiana, nei giorni della nuova legge elettorale. Ha contato la forza organizzata dei partiti (anche se non bisogna dimenticare che gli iscritti al complesso dei partiti dell’Unione sono meno di un milione). Ma più di ogni altra cosa ha contato il bisogno di partecipazione, la necessità di non delegare ai partiti la propria vita, l’ affermazione, dopo anni di liberismo e di decisionismo, della propria irriducibile soggettività. 4 milioni e duecentomila cittadini si sono iscritti a un albo democratico e progressista, e non vogliono essere spettatori, anche domani. E’ lo sbocco di quattro straordinari anni di lotte e movimenti, a partire da Genova. E’ la rivolta contro la riduzione di democrazia e di diritti operata dalle destre. Ma è anche una potente critica alla logica oligarchica e autoreferenziale delle forze politiche (la maggior parte delle quali –tranne Rifondazione- ha subìto le primarie). E’ la domanda di una politica che prenda forma dalla vita, e di una vita che acquisti senso con la politica. Per questo, quindi, abbiamo vinto. L’io voglio della campagna per Bertinotti è diventato un collettivo noi vogliamo. La zona rossa delle oligarchie è stata invasa. Come usare questo voto? Sono ben consapevole che una parte della leadership dell’Unione non crede che questo nuovo modello partecipativo possa divenire sistema politico. Noi dobbiamo invece partire dai 4.200.000, chiamiamoli così, primaristi, dal loro bisogno di contare: da come possono partecipare al programma (perché non proporre, al termine della convenzione di gennaio sul programma, un referendum autogestito su alcuni punti qualificanti?) a come possono scegliere, con primarie di partito aperte ai simpatizzanti, a voto segreto i candidati alle elezioni. Voglio cioè dire che se questo popolo verrà riconosciuto nella sua soggettività (anche del suo sentirsi o ritrovarsi comunità, davanti ai seggi), anche l’azione di governo –se riusciremo con questa forza a cacciare Berlusconi- avrà proprio in questo popolo la propria polizza di assicurazione. Oggi con questa emersione di soggettività –snobbata da tanti salotti romani della sinistra radicale- ha vinto chi in questi anni, dopo Genova, si è davvero messo in discussione. Un candidato di partito, chiuso e autoreferenziale, sarebbe stato spazzato via da questa domanda partecipativa (a qualcuno, infatti, è successo). Il secondo riguarda il successo di Prodi. Le sue dimensioni sono molto grandi, e sicuramente in questo voto si esprime più una voglia di unità per battere le destre che un consenso alle componenti moderate dell’Unione. Ma è un fatto positivo che il candidato premier –oggi un moderato che guarda a sinistra, domani una personalità della sinistra- non sia la mera espressione di un’alleanza fra partiti. La forza di base evocata da Prodi –con le primarie-, lo legittima, riducendo il condizionamento che su di lui esercitano i partiti che lo hanno proposto: ma non è una cambiale in bianco. Con quella forza di base Prodi dovrà fare i conti. E nel braccio di ferro di questi giorni sulla lista dell’Ulivo è evidente il suo tentativo di usare la forza dal basso per dare forma a un soggetto politico di cui abbia la leadership. E’ confusa questa prospettiva (partito democratico? Partito del socialismo europeo? Partito riformista?), ma è abbastanza inevitabile. I Ds, col Congresso e con le primarie hanno consegnato a Prodi una leadership indiscutibile. La Margherita, anche a causa della nuova legge elettorale, diventa più disponibile. Quando lasciai i DS –altri l’hanno fatto prima di me, altri dopo- avevo chiara la percezione di un approdo di questa natura, e dell’aprirsi di una voragine a sinistra. E qui, sul come riempire politicamente e culturalmente quel gigantesco vuoto, c’è il terzo punto saliente. Già i 630.000 per Bertinotti voti non sono solo voti di Rifondazione. In queste circostanze partecipative eccezionali, la percentuale, con buona pace di Fassino e di Cossutta, va al di sopra di quasi due punti rispetto al miglior risultato degli ultimi anni (quello delle europee): ma soprattutto, con le primarie, è nata una singolare e nuova soggettività politica. Non un partito, ma col partito, o comunque con le sue parti maggioritarie, una galassia di comitati, gruppi, singoli, aree autogestite –di cultura cristiana, socialdemocratica e laburista, ambientalista e dei movimenti. Ci sarebbe certo piaciuto avere qualcosa in più, per essere più forti nella discussione sul programma –comunque tutta da fare-, e per creare un ulteriore effetto aggregativo in questa sinistra diffusa. Un qualche freno è venuto dalle chiusure settarie, dalle resistenze conservatrici, dalla sufficienza élitaria con cui –dentro e fuori Rifondazione- si è guardato a quest’opportunità. Ma insisto: è già nata una soggettività. La galassia Bertinotti è una forma, ancora primordiale, non più solo un embrione, di una nuova pratica politica, di una nuova domanda democratica, di un’idea di partito oltre la tradizione gerarchica del 900.
Care compagne e cari compagni di Rifondazione, discutete, perché la discussione e le differenze sono il sale della democrazia. Ma fatelo con questa galassia, non frenate, magari inconsapevolmente, il cambiamento che avete contribuito a promuovere. Per quello che mi riguarda –ma so che riguarda non solo me- credo che dobbiamo con lucidità e determinazione dimostrarci non solo a parole all’altezza della domanda di politica, di democrazia e di sinistra del 16 ottobre.

Pietro Folena (da Liberazione, 19 ottobre 2003)

7 Risposte a “Care compagne e cari compagni di Rifondazione”
  1. gianluca poscente scrive:

    Caro compagno,
    stanno aprendo una voragine a sinistra, vero.
    Se Fassino e D’Alema seguiranno Rutelli li dove neanche Boselli è più disposto ad andare metteranno in liquidazione il partito e a quel punto il cammino si farà ancor più interessante.
    Ho chiesto a Fassino se domenica abbiamo votato per il candidato premier dell’Unione o per il segretario del partito democratico succursale di quello USA. Attendo risposta.

  2. Enrico Manfredi scrive:

    bella la tua analisi sulla galassia bertinotti, lascerei solo perdere i soggetti cristiani, socialdemocratici, laburisti ed ecologisti, altrimenti potrebbe sembrare che tu abbia lasciato i DS solo per trovare una collocazione meno “affollata” per proseguire il tuo percorso politico, pensando però ad uno spazio che nei prossimi anni sarà comunque occupato dal tuo precedente partito. Se io fossi un dirigente di rifondazione (ed io non sono nemmeno un elettore) mi seccherebbe alquanto che qualcuno appena arrivato a casa mia mi venisse a spiegare che c’è là fuori una galassia che vuole una nuova rappresentanza, poichè, se ha ancora un senso per quel partito definirsi comunista, dovrebbe differenziarsi e non di poco sull’analisi della società rispetto a chi, come te, continua ad essere un socialdemocratico liberale e riformista (senza intenti polemici). ci sono percorsi che vogliono la loro coerenza, finchè rifondazione continuerà a chiamarsi comunista, avrà un proprio progetto di società ed una propria dignità, e per fortuna non si dovrà basare sugli opinabili disfacimenti degli altri soggetti politici.

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