Sono positivamente colpito dall’andamento delle primarie on-line organizzate da Il Manifesto. Non è il primo sondaggio (ricordo quelli de La Repubblica e di Aprile), ma per la testata che lo propone, e per il momento in cui avviene quello del Manifesto è particolarmente significativo. Vorrei, con amicizia e stima per chi sostiene questa tesi, che si riflettesse in particolare sul modestissimo 8% di lettori che dichiarano che non andranno a votare, essendo quella dell’astensione una posizione autorevolmente sostenuta su queste pagine, e comunque essendo fortemente radicate due tesi: quella dell’inutilità del voto (cosa si deve decidere) e quella della sua pericolosità (perché, si dice, le primarie aprirebbero la strada a un modello di americanizzazione della politica e a un’involuzione autoritaria della forma di governo).
Perché non funziona questo ragionamento, neppure in un’area giustamente sensibile ad entrambe le tesi? Cominciamo dal fondo: le primarie sarebbero pericolose. Vorrei osservare che è abbastanza grottesco dire che le primarie siano responsabili di un’americanizzazione della politica. I processi di involuzione della politica –di cui si è discusso in modo interessante nel seminario di lunedì 12 settembre organizzato da Tortorella e da Chiarante- non nascono certo ora. La questione morale del 2005 non è la telefonata di Fassino a Consorte, ma il dominio dell’economia sulla politica, del mercato sulla democrazia –di cui anche la scalata Unipol è un aspetto omologato-. E’ l’assenza di voce e di rappresentanza degli esclusi, degli sfruttati, del lavoro, e il monopolio del capitale (di chi è ricco, o di chi dispone di fortune) sulla politica e sulla comunicazione. Che in Italia il maggioritario abbia accentuato questi processi è vero, e autocriticamente lo deve riconoscere (come chiede Gianni Ferrara) anche chi come il sottoscritto lo ha sostenuto. Ma questi processi hanno la storia di un ventennio –quello turbocapitalistico e deregolamentante-, e per ciò che riguarda la classe operaia e il mondo del lavoro (ben raccontati nell’inchiesta di Paolo Ciofi) è dalla sconfitta del referendum sulla scala mobile, nel 1984, che esiste un drammatico problema di rappresentanza del mondo del lavoro. Solo nel triennio 2001-2004, solo dopo Genova, solo con la soggettività della rete dei movimenti, si è riproposto in modo largo e non minoritario il tema della rottura del cerchio magico che circonda la politica tradizionale, di quella che Gigi Sullo ha chiamato la zona rossa dei partiti. E non abbiamo proprio in questi anni, chi più chi meno –venendo da una cultura che del culto del capo aveva fatto la propria esperienza storica- puntato le nostre carte ora, come voce globale, su Lula (oggi in drammatica difficoltà, scosso da una gigantesca questione morale) ora, come rifondatore della sinistra italiana, su Cofferati (oggi alle prese con le difficoltà e le contraddizioni del governo locale), imboccando scorciatoie personalistiche? Proprio perché sono convinto che bisogna rompere quel cerchio magico, invadere quella zona rossa (stati maggiori di partiti anemici e deboli, leaders convinti della propria indispensabilità), credo che la sinistra e la politica del futuro abbiano una speranza se diventiamo estremisti della democrazia. Mi riferisco alla partecipazione –non nascondiamoci che fin qui i nuovi municipi sono realtà medio-piccole, e solo una Regione, il Lazio con l’assessore Nieri, si sta ponendo il problema a quel livello-. Mi riferisco alla democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici –non solo sindacale, così come la Fiom la sta proponendo nel prossimo Congresso CGIL-. Mi riferisco alle riflessioni dopo la sconfitta referendaria –penso a Maria Luisa Boccia- su come rifondare una pratica politica che muova dalla vita, dai soggetti in carne ed ossa, e ridare senso alla vita con una nuova pratica politica. Perché, su queste basi, dovrebbe avere capacità di attrazione la volontaria rinuncia ad usare lo strumento delle primarie? Centinaia di migliaia di persone, se lo vogliono, potranno registrarsi in un grande albo democratico, decidere chi deve essere il candidato premier, e dal 17 ottobre essere una soggettività ben più larga della somma degli iscritti ai partiti capace di occupare la zona rossa, di incidere sul programma, di chiedere nuove regole alla rappresentanza (tutti i candidati selezionati a voto segreto, limite di mandato, riduzione di stipendi e di privilegi degli eletti). Sì: di dire fin d’ora a chiare lettere che vogliamo la centralità del parlamento e siamo contrari ad ogni forma diretta o indiretta di elezione del premier. La storia del movimento operaio ci racconta di come spazi democratici ben più ridotti di quello che si può aprire il 16 ottobre siano stati occupati e riempiti, travolgendo i giochi di palazzo e le intenzioni di ristrette oligarchie. E’ stato così anche in Puglia dove, senza le primarie, l’Unione –ne ho la certezza, come eletto in quel territorio- avrebbe perso le elezioni regionali. Mi sarei aspettato qualche polemica in più sul numero di seggi (che i moderati dell’Unione vogliono non a caso ridurre) piuttosto che sul presunto cedimento all’americanizzazione della politica.
Veniamo all’altra tesi, quella dell’inutilità delle primarie. Questa è più insidiosa, perché è vero che qualche mese fa tutte le forze dell’Unione avevano indicato Prodi. La questione, non bisogna dimenticarlo, è stata riaperta dalla crisi del progetto del partito riformista –su cui i DS hanno svolto due congressi consecutivi-, e dall’aperta sfida di Rutelli verso Prodi. La questione della leadership è quindi stata riaperta dalla litigiosità dei moderati della coalizione. Alcune candidature (come dimostra il sondaggio del Manifesto), anche di area alternativa sono di pura rappresentanza e contrattazione proporzionale. Legittime, intendiamoci, ma effettivamente inutili, visto che sarebbe incredibile pensare di stabilire seggi e equilibri della coalizione attraverso questa via. Quella di Bertinotti, piaccia o non piaccia, non è inutile. E’ l’unica che può concorrere con speranze nei confronti di Prodi, come dimostra ancora il sondaggio del Manifesto. La sostengo perché sono convinto che sarebbe un bene per il paese la sua candidatura contro Berlusconi, perché sono convinto che vincerebbe, perché sono certo che la sinistra non possa più avere complessi di minorità, sentirsi figlia di un dio minore (per poi magari convincersi, passati gli anni, che è bene cambiare famiglia e entrare in quella del dio maggiore). E’ una tesi contestabile, e tuttavia già ora si vede –dalla guerra ai Pacs- come questa concorrenza solleciti Prodi a uscire dalla gabbia riformista. Sul fondo si confrontano due strategie: quella espressa con coerenza e lucidità da Veltroni del partito democratico, e quella di una sinistra unita nuova che, in sintonia con quanto avviene in Germania e in altri paesi, superi l’insostenibile divisione tra riformisti e radicali. Un successo di Bertinotti aiuterebbe in modo formidabile questa seconda strategia.
Devo dire invece che ho trovato un po’ ipocrita, in queste settimane, il corto-circuito comunicativo tra lista arcobaleno, bisogno di unità, primarie. Quasi a dire: se Bertinotti accetta una contrattazione politicista con il PdCI e i verdi, lo si può votare. Per fortuna l’accordo in via di definizione tra PdCI e verdi per una bicicletta rosso-verde aiuta a chiudere le polemiche. Ci saranno due liste alla sinistra dei DS, e quella rosso-verde si proporrà utilmente di evitare dispersione di voti e di raggiungere il quorum. Ora si può più facilmente chiedere, a chi condivide quest’esigenza, di usare il 16 ottobre per spostare più a sinistra l’asse della coalizione. Il modo più efficace per farlo, mi sembra, è il sostegno a Bertinotti.
Insomma: non credo che dobbiamo rifare in provetta e dall’alto il PCI. Dobbiamo lavorare –ed è un’impresa di lena più lunga, a cui la rete Uniti a sinistra, con tante aree sindacali e di movimento, si sta dedicando- per una sinistra radicalmente nuova, del lavoro, dei beni comuni, della partecipazione. Oltre quell’orizzonte statuale che ha segnato la sinistra del 900, verso un’idea di pubblico, di sociale, di politico che trovi il suo fondamento nella vita delle donne e degli uomini.

Una Risposta a “Perché votare Bertinotti”
  1. fr scrive:

    Scusa ma è una battuta?!Spero di si