Nella mia esistenza il PCI, di cui oggi si celebrano i cento anni, è stato soprattutto un sentimento. Intendo dire che appartiene al mondo delle emozioni, degli affetti, dei legami familiari. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia biologica colta, progressista, speciale. Di mio padre -Gianfranco Folena, grande umanista del secondo Novecento- stiamo celebrando il centenario della nascita. Ecco: di seguito viene questo padre morale, il PCI, che è stato anche madre, nella capacità di cura e di amore, e fratello, nell’essere comunità di compagni e compagne, di “fratelli” (come dicono gli africani, e gli afroamericani: brotherfrère).

Sarà banale, quindi, ma per me il PCI è stato una famiglia, anzi “la” famiglia, che in certi momenti della giovinezza e dell’età adulta ha soppiantato la famiglia biologica, addirittura sottovalutando -e non me lo sono mai perdonato- la necessità di “curare” alcuni dei miei affetti originari.

Dire questo non vuol dire ridurre ad una sfera emozionale o sentimentale la storia del PCI, e quella delle nostre vicende individuali e collettive nel PCI. Ci sono nodi complessi da studiare, per comprendere le ragioni storiche della fine del comunismo italiano, rispetto ai quali mi sembra del tutto semplicistico riaprire un dibattito antico, se il PCI dopo la “svolta di Salerno” è stato una forza riformista, oppure se semplicemente aveva ragione il socialismo e il nuovo partito, il 21 gennaio del 1921, è nato da un errore politico.

A me sembra che solo chi è accecato da antichi rancori possa negare il fatto che il PCI sia stato una forza autenticamente democratica, dalla Resistenza e dalla Costituzione in poi. E che, malgrado i gravissimi ritardi maturati nel giudizio sull’esperienza sovietica e con quel mondo, la scelta democratica -chiamata in modo un po’ ambiguo “via italiana al socialismo”, e poi con Enrico Berlinguer “eurocomunismo”, e terza via, tra il vecchio riformismo e il mondo comunista sovietico- sia stata netta e radicale.

Il cuore del pensiero dell’ultimo Berlinguer -che come qualcuno sa a me appare culturalmente e idealmente il più interessante e innovativo- è quello di ripensare una forza di trasformazione, capace addirittura di agire a livello globale (ricordate il berlingueriano “governo del mondo”), perché il mondo socialdemocratico e riformista, col quale c’era una prossimità crescente (si pensi al rapporto con Willy Brandt, capo della socialdemocrazia tedesca, e con lo svedese Olof Palme), appariva chiuso nei confini nazionali. La morte di Berlinguer interruppe, o frenò quella ricerca, aprendo la strada a un pensiero riformista più classico, fortemente intriso di visioni neo-liberali, e poi segnato da una visione governista (come in tanti, a partire da Emanuele Macaluso, che oggi ricordiamo, hanno denunciato).

Oggi si fa fatica a intravedere un pensiero di sinistra che abbia questo respiro e questa forza, e si trova invece nella visione del mondo e delle cose di Papa Francesco un’impressionante sintonia col tentativo dell’ultimo Berlinguer. Tre anni fa ho cercato plasticamente di raccontare questa sintonia, lavorando sui testi messi a confronto, in Enrico e Francesco, pensieri lunghi (ed.Castelvecchi).

Il PCI è stato una forza del popolo, radicato, non a caso, nelle Case del popolo, che ha contribuito a alfabetizzarlo (nelle sezioni c’erano gli unici libri a disposizione per lavoratori e famiglie che non ne avevano) e a educarlo alla democrazia. E’ vero che c’erano antiche velleità rivoluzionarie, vecchia maniera, così come nuovi fermenti giovanili, negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Ma è stata condotta una lotta politica e culturale senza quartiere contro le scorciatoie violente e rivoluzionarie, culminata nel decisivo contributo dato dai comunisti italiani nella lotta contro il partito armato e contro il terrorismo.

Il nodo che mi sembra si presenti alla riflessione è quello del valore della libertà, come fondamento, e non come effetto, di una visione basata sull’uguaglianza e sulla fraternità. La trasformazione della società non può avvenire solo con necessarie riforme di struttura e cambiamenti del modello di sviluppo: deve avvenire anche attraverso una liberazione individuale. Più leggiamo Antonio Gramsci, e più si coglie questa ispirazione, che tuttavia non ha trovato lo spazio adeguato nel programma politico e nell’organizzazione del PCI. A partire dal tema del protagonismo femminile. La questione di genere è molto di più della questione dell’altra metà del cielo: chiama in causa un’intera storia patriarcale e maschilista della società, e il bisogno di immaginare un nuovo inizio. Anche la nostra storia è stata, pur coi cambiamenti realizzati, e malgrado l’opera coraggiosa di donne come Nilde Iotti, una storia prevalentemente maschile e a tratti maschilista.

Saranno le donne, e le ragazze di oggi le protagoniste del mondo che viene, altrimenti dalla crisi di civiltà in cui siamo non si potrà uscire. Il lavoro, la sua dignità, la retribuzione, lo studio, il rispetto per le specie e una nuova armonia con la natura verranno cambiati, e sottratti alle ingiustizie e alle disumanità del tempo presente solo dall’affermarsi della rivoluzione femminile come fondamento di una nuova epoca. “Non può essere libero un uomo che opprime una donna”, aveva detto Berlinguer.

La cosa più significativa di questo centenario è il riaffiorare della memoria, anzi, delle memorie, attraverso fotografie, immagini, volantini e manifesti, canti, testimonianze. In tutto il paese sono nati comitati, si sono raccolti materiali presso i centri di ricerca, si sono moltiplicate le iniziative. Tutto questo avviene senza un partito che neppure si candidi a coltivare la memoria, le memorie. Ma avviene. Si dimostra palesemente quanto il sentimento, di cui ho parlato, sia stato forte, e abbia attraversato la società in tutte le sue pieghe. Abbia avuto un senso politico, e non solo emozionale. In qualche modo, sotto questo punto di vista, il comunismo italiano ha vinto, e addirittura una parte della sua forza si manifesta, trent’anni dopo il 1989, ancora oggi, in molti aspetti culturali e civili della società.

Si può essere forza del popolo, ora? Penso che l’unico modo per frenare le derive populiste, che corrono verso sbocchi nazionalisti, xenofobi, reazionari, sia proprio ripartire dal popolo. Dalla questione sociale. Dalla vita delle persone. Dalle donne e dagli uomini. Dalla saggezza della terza età. Dagli adolescenti e dai giovani che soffrono il vuoto in questa pandemia. Dalla cura e dall’amore, come la resistenza alla pandemia ci racconta.

Io spero. Ma intanto ringrazio le migliaia di comunisti e di comuniste italiane, il cui nome non va sui libri di storia, che mi hanno dato la possibilità di riconoscermi in una comunità così accogliente e formativa, in una scuola in cui ho imparato a rispettare il prossimo, l’altra, l’altro e a condividere un destino comune.

Una Risposta a “Il PCI come sentimento”
  1. mario pellegrino scrive:

    condivido pienamente il contenuto dell’articolo sul PCI come sentimento.Per me è stato una scuola di vita dove oltre la dialettica politica imparavi il rispetto per gli altri ,l’agire onesto, la condivisione di una idea del mondo basata sull’eguaglianza , la solidarietà e la libertà per tutti gli oppressi.

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