Soldati italiani in IrakQualche giorno fa suona il cellulare. E’ il Ministero della Difesa che mi domanda se voglio andare a Nassiriyah a trovare i soldati. Molti mesi fa avevo chiesto, con altri colleghi del Forum dei deputati pacifisti – Elettra Deiana, Silvana Pisa, Paolo Cento -, di fare visita al contingente italiano. Ci volevamo rendere conto, al di la’ delle polemiche parlamentari sulla vicenda irakena, di cosa realmente succede nella provincia di Dhi Qar, posta sotto il controllo italiano. E, perche’ no, spiegare al di fuori delle aule parlamentari e delle manifestazioni pacifiste, le ragioni del ritiro. Ci avevano detto di no, per ragioni di sicurezza. A Nassiriyah non viene una delegazione parlamentare dal 2003, qualche settimana prima della strage del 12 novembre. Ora, dimostrando una importante sensibilita’, le Forze Armate invitano noi, conoscendo bene le nostre opinioni, insieme a una delegazione ufficiale della Commissione Difesa del Senato e a Antonio Di Pietro che recentemente ne aveva fatto richiesta.

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Potremo stare a Camp Mittica solo mezza giornata. Bisogna arrivarci la mattina con la luce alta e ripartire nel primo pomeriggio, prima che si alzi la sabbia e la polvere fino all’imbrunire. La via e’ quella di Kuwait City, dove arriviamo lunedì sera. Il Kuwait, come altri paesi del Golfo, sta conoscendo un impetuoso sviluppo dopo la guerra irakena. La sua americanizzazione -mi riferisco agli stili di vita- è imponente, e convive abbastanza tranquillamente con aspetti arcaici e medioevali. La città è un immenso cantiere, e quasi il 60 per cento della popolazione è immigrata (agli stranieri i datori di lavoro ritirano il passaporto!).
Il comando aereo kuwaitiano è in realtà una grande base americana. Sulla pista sono fermi cinque o sei giganteschi aerei da trasporto dell’US Air Force. Una lunga teoria di autobus passa vicino loro. Sono carichi di soldati americani (tornano finalmente a casa, chissà? o vanno a quel fronte maledetto in cui duemila loro coetanei e concittadini hanno già perso la vita?). Da questa base intermedia si raggiungono le grandi basi “avanzate” costruite in questi due anni e tre mesi dalla coalizione. Tra cui, appunto, quella gigantesca di Tallil, dove noi dobbiamo andare.

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La giornata è pulita, ci dicono meno ventosa di quelle dei giorni precedenti. Sono 45 gradi. Un caldo secco e forte, ma non opprimente. Arriviamo viaggiando nella pancia di un C-130 dell’Aeronautica Militare. Ci accoglie il generale Pietro Costantino, comandante dei parà della Folgore e del contingente italiano. Ci trasferiamo, sempre all’interno della base di Tallil, a Camp Mittica. Para’, carabinieri e militari di altri reparti, oltre gli onori ufficiali, ci salutano con evidente simpatia. Siamo i primi parlamentari che arrivano qui, dopo quasi due anni. Costantino, accompagnato da ufficiali e collaboratori, ci tiene un interessante briefing. Ne usciamo con una duplice impressione. La prima è che dalla battaglia dei due ponti in poi, era la primavera del 2004 (e penso anche dopo lo scandalo di Abu Graib) il contingente italiano abbia rimodulato la sua presenza rendendola meno ingombrante, più defilata, e accelerando, soprattutto col costituirsi di un potere civile locale, il passaggio di compiti alle forze irakene. Gli italiani pattugliano e sorvegliano le zone nevralgiche, addestrano gli irakeni, portano aiuti umanitari. Non compiono arresti, non fanno operazioni militari da soli. Dice a un certo punto il generale, con orgoglio: “In questi mesi non abbiamo sparato neppure un colpo”. Insomma: gli italiani sanno che presto andranno via, e si stanno predisponendo.
La seconda impressione è che la (molto) relativa quiete di questa provincia a larghissima maggioranza sciita può rapidamente terminare. Oggi la quiete è determinata dall’elezione a governatore di un esponente del Sciri, partito sciita, Al Ogheli. Pare che sia un ex-partigiano che per vent’anni ha combattuto nelle paludi contro Saddam, molto vicino al regime iraniano. Incontriamo il suo vice, perche’ lui è a Bagdad. Moqtada al Sadr per il momento ha scelto la via politica, e ha lasciato le armi. Gruppi di irriducibili (che chiamano gli “splinters”) non hanno accettato e continuano a combattere. Ma quanto durerà la quiete ? Quando Moqtada chiederà il suo potere, cosa faranno le altre fazioni? Si prevede già un rinvio dei tempi previsti (il prossimo agosto) per la Costituzione. Nei giorni precedenti i responsabili italiani hanno intelligentemente incontrato gli sceicchi -il Tg3 ne ha dato notizia- per sentire il polso, e hanno trovato insoddisfazione verso il governatore. E come inciderà lo sviluppo delle vicende nel vicino e influentissimo Iran, dopo l’elezione del nuovo Presidente?

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Vado a vedere l’addestramento degli irakeni. Gli altri colleghi sono andati a vedere in un villaggio un’attivita’ umanitaria. Indossiamo tutti obbligatoriamente, per uscire dalla base di Tallil, il giubbotto antiproiettile d’ordinanza e il casco. La brigata irakena della Provincia è comandata da un generale ex-colonnello dell’esercito di Saddam. Un uomo con grandi baffoni, dallo sguardo astuto e intelligente. E’ un esercito alle prime armi, appena organizzato. Questi ragazzi in addestramento, con divise un po’ approssimative, mi fanno una certa impressione. Nei loro volti, magri e scavati, c’è la storia dell’Irak di questi anni. Sono il bersaglio preferito degli attacchi degli insorti. Al poligono incontriamo i nuovi reclutati: molti sono ex militari di Saddam. Stanno evidentemente riaprendo le porte al vecchio esercito. I carabinieri collaborano con la polizia, la aiutano a radicarsi nel territorio. Delle prigioni invece si occupano solo gli inglesi, e non riusciamo a sapere nulla.

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Torniamo a Camp Mittica. Andiamo a mangiare alla mensa coi militari. Sono al tavolo con otto ragazzi della Folgore. Gli altri parlamentari sono agli altri tavoli. Parliamo di qui, dell’Irak, del paragone con le altre missioni. Sento una forte consapevolezza democratica. Parliamo di Londra, della difficoltà a difendersi da un terrorismo di questo tipo. Mi domandano cosa succede in Italia. Ne parlo. La prossima settimana voteremo contro il decreto, non contro di loro. Vogliamo il ritiro, non perché larga parte delle loro attività non sia positiva, ma per dare all’Italia un ruolo nuovo, più credibile, non schiacciato, per colpa di Berlusconi, sulla politica statunitense. Questo pranzo è un bel momento.
In una tenda araba, poco dopo, ci salutiamo con Costantino e coi suoi collaboratori. Cento, che coordina il forum dei deputati pacifisti, rinnova le nostre ragioni per il ritiro e la nostra amicizia. “Noi siamo pacifisti”, dice il Generale. Sì, gli dico, per come vi state comportando ora. Ma sono pacifisti tutti gli italiani delle bandiere arcobaleno. Non ce l’ hanno con voi. Ce l’hanno con la guerra. Ce l’hanno col terrorismo. Ce l’hanno coi macellai di Londra. Ce l’hanno con chi ha spianato Falluja. Non vogliono più doppie morali. Vorrebbero che lavorassimo insieme per un mondo migliore.
Così, con la consapevolezza che i nostri militari fanno, nelle condizioni date, un lavoro importante e al tempo stesso che in Irak c’è un’occupazione militare, che la democrazia non si può esportare con la forza, ripartiamo sul nostro C-130, verso la nostra lontana e inquieta Europa.

PIETRO FOLENA

5 Risposte a “Il mio viaggio a Nassiriyah, Irak”
  1. Gianluca Poscente scrive:

    Grazie per questo racconto.
    Finchè ci sarà incontro e dialogo ci sarà speranza di soluzione dei problemi.
    All’Iraq gli eserciti ormai possono dare poco, è il momento della politica, e non solo li..
    A presto.

  2. mariagrazia scrive:

    dobbiamo fermare la guerra come risposta al terrorismo, oltretutto si è visto quanto in fondo sia inutile questa strada.
    mg

  3. . scrive:

    vaffanculo feccia comunista e pacifista..muori ammazzato cane

  4. Aerei da Guerra scrive:

    Beh … con la tecnologia … si riesce a vincere qualsiasi guerra oggi…