Intervista tratta dal Manifesto del 29 giugno 2005

L’ex Ds lancia «Uniti a sinistra» e replica a Diliberto: «Non serve un partito del ‘900»
di COSIMO ROSSI
«Le primarie si faranno: perciò sarebbero una splendida opportunità per ragionare, con tutti coloro che vogliono partecipare, su come costruire non un partito novecentesco ma una soggettività democratica di tipo nuovo, non di qui al 2006 ma guardando al futuro». Dalla terra di mezzo scelta per domicilio dopo l’addio ai Ds, Pietro Folena insiste su un punto di vista eccentrico rispetto alla diatriba sull’unità a sinistra e le sue formule. Quello cioè di un movimento politico – ‘Uniti a sinistra’ il nome per il battesimo fissato il 9 luglio – che raccoglie anche chi è militante attivo di differenti formazioni politiche, sindacali, associative.

Proprio ieri il leader del Pdci Oliviero Dilibero ha offerto a Bertinotti il proprio impegno sulle primarie, chiedendo però che Rifondazione apra le porte a una lista unitaria di sinistra nel 2006…
Dico a Diliberto: se vuoi votare Bertinotti, prendiamo per buono questo. Non è uno scambio. Uniamoci in questi comitati per Bertinotti in quanto si ritiene che lui è quello che ha una massa critica che può rivelarsi condizionante, e apriamo porte e finestre a chi ragiona in questo senso.

Ma per condizionare serve anche un peso da far valere nella bilancia della rappresentanza.
Verissimo. Ma l’idea di una federazione rossa è un accordo sostanzialmente di potere che non tiene conto della grave crisi dei partiti. Che Rifondazione e Pdci abbiano militanti è cosa certa. Anche i Ds sarebbe sbagliato liquidarli come un partito sostanzialmente moderato nel suo corpo militante. Ma guai, oggi, a dire che esiste una classe o un gruppo dirigente legittimato a decidere questo. Non si può mettere insieme un’alchimia dall’alto: riprodurremmo la distanza tra élite e popolo. E a me l’autonomia presuntuosa del politico non interessa. Serve un processo federativo caldo, non freddo; dal basso, non dall’altro; che mescoli e meticci. Non un’alchimia astrusa che poi si sedimenta solo nella spartizione di poltrone e incarichi.

La qual cosa, però, non risolve la dialettica con i «riformisti» dell’Unione. Perché, per quanto possa essere fallita la lista unitaria, la «competition» rischia solo di centrifugare le sinistre.
Questo è un problema. Il fatto che sia saltata l’ipotesi Fed riformista effettivamente non toglie il fatto che il gruppo dirigente Ds stia facendo la sua corsa quasi tutta al centro.

Quindi i Ds, in vero, li dai per persi…
Nient’affatto. Ma, per fare un esempio, mi viene in mente come la sinistra stia a guardare la competizione tra Ricucci e Tronchetti Provera, tra diverse forme del potere immobiliare. Questo per me accentua il bisogno di una sinistra trasversale. Da questo punto di vista la sinistra Ds ha ottenuto un risultato importante con il fallimento della lista unitaria. Nello stesso tempo si apre per loro – come per tutti – il problema di mettere nuovamente a tema la questione della sinistra nel futuro. Ecco perché è utile un tentativo diverso.

Con quale formula magica?
Nessuna magia. Semmai provare a muoversi come su un’altra lunghezza d’onda: quella che non vuole far precipitare le cose oggi, con processo dirigistico; che non declina un’identità in negativo in contrapposizione a quella della componente moderata; in cui non si guarda al 2006 e al voto proporzionale come punto di approdo della storia. E’ un’iniziativa che nasce dopo qualche mese di travaglio: mio, di Francesco Martone fuori dai Verdi, di Antonello Falomi fuori dai Ds e di tante altre persone impegnate non solo a Roma ma sul territorio. Perché la sensazione che c’è nelle periferie è quella di una sinistra romana legittimata solo in un salotto ristretto. Invece vogliamo far nascere una rete che fa della convinzione che le appartenenze partitiche, pur importanti, sono secondarie rispetto a un convincimento più largo.

Che tipo di convincimento?
Il fatto che l’identità più importante non è il partito, bensì riconoscersi nel la critica al liberismo dei movimenti di questi anni e provare a declinarla. Secondo me il punto è che si spalanca la grande questione della democrazia a livello globale: il tema della democrazia, della sua orizzontalità, della partecipazione a ogni livello; l’idea che il vero e solo contrappeso a questa enorme concentrazione di poteri finanziari e militari nelle mani di pochi è data da una radicale estensione della democrazia a ogni livello. Nel posto di lavoro, ad esempio: come il fatto storico che i metalmeccanici abbiano stabilito un’intesa di base alla quale alla fine si dà la parola ai lavoratori. E’ la democrazia come base di una costruzione e riunificazione: nei luoghi di studio, negli enti locali, nelle nuove forme di sovranità territoriale. Fino al tema delle primarie. Primarie di programma, certo. Ma anche per fare in modo che, contro ogni personalizzazione, ci sia un meccanismo democratico di selezione del personale politico sottratto a forme oligarchiche. La maggior parte di noi vuole creare la basi perché non entrino in gioco solo forze politiche organizzate, ma anche altre componenti lavorino per una nuova soggettività politica, di tipo federativo, con pratiche radicalmente nuove della politica, Così che dopo il 2006 si creino le condizioni per una sorta di nuova Epinay. Quella fu la ricostruzione dei socialisti francesi dopo la tragedia algerina. Oggi il problema non è una ricostruzione socialista, ma la consapevolezza che 1e idee e le forme del ‘900 sono bruciate dal neoliberismo. ‘Uniti a sinistra’ è un canale per permette a tanta gente di dire: oggi non rimango nella mia parrocchia, mi contamino e lavoro non per costruire un partito novecentesco ma una soggettività democratica radicalmente nuova.

E in concreto?
Mi auguro che il 2006 sia un inizio. non una fine. Ma è possibile fìn da ora dire che si fa un patto di collaborazione per il parlamento? E che offriamo tutti insieme ai movimenti alcune candidature per le politiche? Non facciamo invece l’errore di pensare che con una mossa politicista il popolo seguirà. Io sono convinto che al giorno d’oggi la delega non può più essere in bianco: serve un processo attivo di cittadinanza politica e di partecipazione che le forme date della politica allo stato attuale non consentono.

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