Archivio per gennaio 2021

Nella mia esistenza il PCI, di cui oggi si celebrano i cento anni, è stato soprattutto un sentimento. Intendo dire che appartiene al mondo delle emozioni, degli affetti, dei legami familiari. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia biologica colta, progressista, speciale. Di mio padre -Gianfranco Folena, grande umanista del secondo Novecento- stiamo celebrando il centenario della nascita. Ecco: di seguito viene questo padre morale, il PCI, che è stato anche madre, nella capacità di cura e di amore, e fratello, nell’essere comunità di compagni e compagne, di “fratelli” (come dicono gli africani, e gli afroamericani: brotherfrère).

Sarà banale, quindi, ma per me il PCI è stato una famiglia, anzi “la” famiglia, che in certi momenti della giovinezza e dell’età adulta ha soppiantato la famiglia biologica, addirittura sottovalutando -e non me lo sono mai perdonato- la necessità di “curare” alcuni dei miei affetti originari.

Dire questo non vuol dire ridurre ad una sfera emozionale o sentimentale la storia del PCI, e quella delle nostre vicende individuali e collettive nel PCI. Ci sono nodi complessi da studiare, per comprendere le ragioni storiche della fine del comunismo italiano, rispetto ai quali mi sembra del tutto semplicistico riaprire un dibattito antico, se il PCI dopo la “svolta di Salerno” è stato una forza riformista, oppure se semplicemente aveva ragione il socialismo e il nuovo partito, il 21 gennaio del 1921, è nato da un errore politico.

A me sembra che solo chi è accecato da antichi rancori possa negare il fatto che il PCI sia stato una forza autenticamente democratica, dalla Resistenza e dalla Costituzione in poi. E che, malgrado i gravissimi ritardi maturati nel giudizio sull’esperienza sovietica e con quel mondo, la scelta democratica -chiamata in modo un po’ ambiguo “via italiana al socialismo”, e poi con Enrico Berlinguer “eurocomunismo”, e terza via, tra il vecchio riformismo e il mondo comunista sovietico- sia stata netta e radicale.

Il cuore del pensiero dell’ultimo Berlinguer -che come qualcuno sa a me appare culturalmente e idealmente il più interessante e innovativo- è quello di ripensare una forza di trasformazione, capace addirittura di agire a livello globale (ricordate il berlingueriano “governo del mondo”), perché il mondo socialdemocratico e riformista, col quale c’era una prossimità crescente (si pensi al rapporto con Willy Brandt, capo della socialdemocrazia tedesca, e con lo svedese Olof Palme), appariva chiuso nei confini nazionali. La morte di Berlinguer interruppe, o frenò quella ricerca, aprendo la strada a un pensiero riformista più classico, fortemente intriso di visioni neo-liberali, e poi segnato da una visione governista (come in tanti, a partire da Emanuele Macaluso, che oggi ricordiamo, hanno denunciato).

Oggi si fa fatica a intravedere un pensiero di sinistra che abbia questo respiro e questa forza, e si trova invece nella visione del mondo e delle cose di Papa Francesco un’impressionante sintonia col tentativo dell’ultimo Berlinguer. Tre anni fa ho cercato plasticamente di raccontare questa sintonia, lavorando sui testi messi a confronto, in Enrico e Francesco, pensieri lunghi (ed.Castelvecchi).

Il PCI è stato una forza del popolo, radicato, non a caso, nelle Case del popolo, che ha contribuito a alfabetizzarlo (nelle sezioni c’erano gli unici libri a disposizione per lavoratori e famiglie che non ne avevano) e a educarlo alla democrazia. E’ vero che c’erano antiche velleità rivoluzionarie, vecchia maniera, così come nuovi fermenti giovanili, negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Ma è stata condotta una lotta politica e culturale senza quartiere contro le scorciatoie violente e rivoluzionarie, culminata nel decisivo contributo dato dai comunisti italiani nella lotta contro il partito armato e contro il terrorismo.

Il nodo che mi sembra si presenti alla riflessione è quello del valore della libertà, come fondamento, e non come effetto, di una visione basata sull’uguaglianza e sulla fraternità. La trasformazione della società non può avvenire solo con necessarie riforme di struttura e cambiamenti del modello di sviluppo: deve avvenire anche attraverso una liberazione individuale. Più leggiamo Antonio Gramsci, e più si coglie questa ispirazione, che tuttavia non ha trovato lo spazio adeguato nel programma politico e nell’organizzazione del PCI. A partire dal tema del protagonismo femminile. La questione di genere è molto di più della questione dell’altra metà del cielo: chiama in causa un’intera storia patriarcale e maschilista della società, e il bisogno di immaginare un nuovo inizio. Anche la nostra storia è stata, pur coi cambiamenti realizzati, e malgrado l’opera coraggiosa di donne come Nilde Iotti, una storia prevalentemente maschile e a tratti maschilista.

Saranno le donne, e le ragazze di oggi le protagoniste del mondo che viene, altrimenti dalla crisi di civiltà in cui siamo non si potrà uscire. Il lavoro, la sua dignità, la retribuzione, lo studio, il rispetto per le specie e una nuova armonia con la natura verranno cambiati, e sottratti alle ingiustizie e alle disumanità del tempo presente solo dall’affermarsi della rivoluzione femminile come fondamento di una nuova epoca. “Non può essere libero un uomo che opprime una donna”, aveva detto Berlinguer.

La cosa più significativa di questo centenario è il riaffiorare della memoria, anzi, delle memorie, attraverso fotografie, immagini, volantini e manifesti, canti, testimonianze. In tutto il paese sono nati comitati, si sono raccolti materiali presso i centri di ricerca, si sono moltiplicate le iniziative. Tutto questo avviene senza un partito che neppure si candidi a coltivare la memoria, le memorie. Ma avviene. Si dimostra palesemente quanto il sentimento, di cui ho parlato, sia stato forte, e abbia attraversato la società in tutte le sue pieghe. Abbia avuto un senso politico, e non solo emozionale. In qualche modo, sotto questo punto di vista, il comunismo italiano ha vinto, e addirittura una parte della sua forza si manifesta, trent’anni dopo il 1989, ancora oggi, in molti aspetti culturali e civili della società.

Si può essere forza del popolo, ora? Penso che l’unico modo per frenare le derive populiste, che corrono verso sbocchi nazionalisti, xenofobi, reazionari, sia proprio ripartire dal popolo. Dalla questione sociale. Dalla vita delle persone. Dalle donne e dagli uomini. Dalla saggezza della terza età. Dagli adolescenti e dai giovani che soffrono il vuoto in questa pandemia. Dalla cura e dall’amore, come la resistenza alla pandemia ci racconta.

Io spero. Ma intanto ringrazio le migliaia di comunisti e di comuniste italiane, il cui nome non va sui libri di storia, che mi hanno dato la possibilità di riconoscermi in una comunità così accogliente e formativa, in una scuola in cui ho imparato a rispettare il prossimo, l’altra, l’altro e a condividere un destino comune.

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Oltre alle varianti del virus, si stanno configurando anche le varianti della
lotta al virus. Sono stato ieri, per necessità urgenti, all’Ikea. Era una
giornata “arancione”. Una folla grandissima, senza controllo e senza alcun
contingentamento del numero dei presenti, si aggirava per questi spazi
chiusi, poco areati. Questa è la dimostrazione plastica della “variante
commerciale” della lotta al Covid-19. Intendiamoci: del tutto giusta per
piccoli esercizi commerciali, e quando ancora la ristorazione funziona solo
a singhiozzo, la mattina nelle giornate “gialle” e con l’asporto serale.
Potremo forse, con più precisione, chiamarla variante della grande
distribuzione. Guardavo la gente, e avvertivo che molti erano lì non tanto
per comprare qualcosa, ma per uscire, per fare qualcosa. Qualcuno un
giorno ci dirà quanti contagi si sono prodotti in questi non-luoghi di
aggregazione popolare.
Vi è poi, tra le altre, la “variante culturale”. Essa contempla che i musei e
le esposizioni, chiusi dai primi di novembre scorso, rimangano chiusi,
anche dopo il 16 gennaio. E così i teatri, e tutte le attività di musica, di
concerti, di danza, di spettacolo dal vivo. Solo le biblioteche, bontà del
Governo, sono rimaste aperte. Tutto questo succede dopoché l’estate
scorsa tutto il settore aveva investito per creare le condizioni,
perfettamente realizzate, di distanziamento e di sicurezza. Ma la variante
culturale, anche se non un caso di contagio da Covid-19 è stato segnalato
come avvenuto negli spazi culturali, prevede che tutto rimanga chiuso,
sine-die. Certamente: ci sono i ristori, che aiutano molti a sopravvivere, e
magari abituano a assistenzialismo e mance. Ma sta morendo il settore,
come dimostra la vicenda tristissima della Villa Reale di Monza, col privato
che la gestiva che lascia e fa causa, e addirittura utenze staccate e gli
arredi di Michele de Lucchi messi all’asta. E’ un caso limite, di una
situazione che non ha bisogno solo di sostegno economico, ma di una
politica che creda nella salvaguardia e nella valorizzazione dei beni
culturali. I musei civici di Venezia hanno addirittura deciso la chiusura fino
ad aprile. I lavoratori e le lavoratrici della cultura -spesso precari e
intermittenti-, accanto a quelli del tursimo, pagano un prezzo altissimo.
Molte associazioni, piccole società, realtà di territorio chiudono i battenti e
non li riapriranno più.
Alla “variante culturale” va ascritto anche l’incredibile balletto sulle scuole,
con annesse lacrime di coccodrillo sulla condizione adolescenziale
all’epoca del lockdown. Il Governo decide (giustamente) la riapertura,
salvo in modo ponziopilatesco affidare alle regioni la decisione. In
Toscana le superiori torneranno domani in presenza, in Lazio no: qual è il
criterio di queste scelte? Ho una figlia che va a scuola con la mascherina,
in presenza alle medie, fanno lezione non solo in classe ma nel territorio, e
non c’è stata alcuna emergenza pandemica. Un altro figlio che va al liceo
a distanza, e che non vede l’ora -come giustamente ha segnalato la
Ministra Azzolina-, finite le lezioni e lo studio individuale, di uscire con gli
amici.
La cultura è stato finora l’ultimo dei problemi per chi deve decidere.
Si può chiedere in extremis al primo ministro Giuseppe Conte, e con lui al
Ministro Dario Franceschini e alla Ministra Lucia Azzolina una
resipiscenza? Perché non permettere l’apertura con numeri contingentati -
se necessario più stretti rispetto a quelli dell’estate scorsa- dei musei, dei
teatri e degli spazi culturali almeno nelle zone arancioni e gialle, dove il
virus è meno forte, e solo per quegli spazi che rispettano rigorosamente il
protocollo e se la sentono? E perché non procedere con coraggio sul
ritorno della scuola in presenza, con la gradualità necessaria, per tutti?
La politica non può essere ottusa, e fare di tutte le erbe un fascio. Non
fosse altro che per spingere le famiglie a passare qualche ora oltreché
nell’affollatissimo centro commerciale anche in un museo, in un teatro, in
uno spazio culturale. Per riportare le ragazze e i ragazzi nelle scuole, che
sono luoghi di crescita collettiva.
Anche la cultura è vaccino. Battete un colpo, se ci siete.Oltre alle varianti del virus, si stanno configurando anche le varianti della lotta al virus. Sono stato ieri, per necessità urgenti, all’Ikea. Era una giornata “arancione”. Una folla grandissima, senza controllo e senza alcun contingentamento del numero dei presenti, si aggirava per questi spazi chiusi, poco areati. Questa è la dimostrazione plastica della “variante commerciale” della lotta al Covid-19. Intendiamoci: del tutto giusta per piccoli esercizi commerciali, e quando ancora la ristorazione funziona solo a singhiozzo, la mattina nelle giornate “gialle” e con l’asporto serale. Potremo forse, con più precisione, chiamarla variante della grande distribuzione. Guardavo la gente, e avvertivo che molti erano lì non tanto per comprare qualcosa, ma per uscire, per fare qualcosa. Qualcuno un giorno ci dirà quanti contagi si sono prodotti in questi non-luoghi di aggregazione popolare.

Vi è poi, tra le altre, la “variante culturale”. Essa contempla che i musei e le esposizioni, chiusi dai primi di novembre scorso, rimangano chiusi, anche dopo il 16 gennaio. E così i teatri, e tutte le attività di musica, di concerti, di danza, di spettacolo dal vivo. Solo le biblioteche, bontà del Governo, sono rimaste aperte. Tutto questo succede dopoché l’estate scorsa tutto il settore aveva investito per creare le condizioni, perfettamente realizzate, di distanziamento e di sicurezza. Ma la variante culturale, anche se non un caso di contagio da Covid-19 è stato segnalato come avvenuto negli spazi culturali, prevede che tutto rimanga chiuso, sine-die. Certamente: ci sono i ristori, che aiutano molti a sopravvivere, e magari abituano a assistenzialismo e mance. Ma sta morendo il settore, come dimostra la vicenda tristissima della Villa Reale di Monza, col privato che la gestiva che lascia e fa causa, e addirittura utenze staccate e gli arredi di Michele de Lucchi messi all’asta. E’ un caso limite, di una situazione che non ha bisogno solo di sostegno economico, ma di una politica che creda nella salvaguardia e nella valorizzazione dei beni culturali. I musei civici di Venezia hanno addirittura deciso la chiusura fino ad aprile. I lavoratori e le lavoratrici della cultura -spesso precari e intermittenti-, accanto a quelli del tursimo, pagano un prezzo altissimo. Molte associazioni, piccole società, realtà di territorio chiudono i battenti e non li riapriranno più.

Alla “variante culturale” va ascritto anche l’incredibile balletto sulle scuole, con annesse lacrime di coccodrillo sulla condizione adolescenziale all’epoca del lockdown. Il Governo decide (giustamente) la riapertura, salvo in modo ponziopilatesco affidare alle regioni la decisione. In Toscana le superiori torneranno domani in presenza, in Lazio no: qual è il criterio di queste scelte? Ho una figlia che va a scuola con la mascherina, in presenza alle medie, fanno lezione non solo in classe ma nel territorio, e non c’è stata alcuna emergenza pandemica. Un altro figlio che va al liceo a distanza, e che non vede l’ora -come giustamente ha segnalato la Ministra Azzolina-, finite le lezioni e lo studio individuale, di uscire con gli amici.

La cultura è stato finora l’ultimo dei problemi per chi deve decidere.

Si può chiedere in extremis al primo ministro Giuseppe Conte, e con lui al Ministro Dario Franceschini e alla Ministra Lucia Azzolina una resipiscenza? Perché non permettere l’apertura con numeri contingentati -se necessario più stretti rispetto a quelli dell’estate scorsa- dei musei, dei teatri e degli spazi culturali almeno nelle zone arancioni e gialle, dove il virus è meno forte, e solo per quegli spazi che rispettano rigorosamente il protocollo e se la sentono? E perché non procedere con coraggio sul ritorno della scuola in presenza, con la gradualità necessaria, per tutti?

La politica non può essere ottusa, e fare di tutte le erbe un fascio. Non fosse altro che per spingere le famiglie a passare qualche ora oltreché nell’affollatissimo centro commerciale anche in un museo, in un teatro, in uno spazio culturale. Per riportare le ragazze e i ragazzi nelle scuole, che sono luoghi di crescita collettiva.

Anche la cultura è vaccino. Battete un colpo, se ci siete.

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