Archivio per settembre 2020

Voterò No, senza alcun dubbio, al referendum costituzionale di domenica prossima.
Non c’è alcun calcolo immediato di (presunta) convenienza politica che possa venire prima della Costituzione.
La riduzione del numero dei parlamentari è una riduzione del già limitato potere degli elettori. La tendenza è la stessa che si sta perseguendo da molti anni, di concentrare il potere nelle mani di pochi. Si pensi alle Province: si è partiti dicendo che andavano abolite, e il risultato raggiunto è che l’unica abolizione è stata quella del diritto dei cittadini ad eleggerle.
Il numero degli elettori di un deputato e di un senatore, se vincesse il Si, aumenterebbe spropositatamente, diventando uno dei paesi europei dove il rapporto eletti-elettori sarebbe il più alto. Sento dire che Nilde Iotti e Pietro Ingrao erano a favore della riduzione dei parlamentari. Le battaglie condotte dalla sinistra nel passato per le riforme si proponevano di allargare il potere dei cittadini, decentrando le istituzioni, e differenziando i compiti delle camere. Allora esistevano grandi partiti popolari organizzati, che svolgevano una straordinaria funzione di organizzazione della rappresentanza. Oggi i partiti sono leggeri, volatili, nelle mani dei leaders -anzi, dei “capi”, com’è scritto addirittura nelle norme- che scelgono chi va in Parlamento in modo autocratico, sulla base di criteri di fedeltà e di obbedienza, non di qualità. Difendere un principio di rappresentatività larga del Parlamento non è la soluzione dei problemi, ma è la condizione perché si possano risolvere nella giusta direzione, restituendo potere ai cittadini. In un momento storico di grande scollamento tra “basso” e “alto”, ridurre il potere di scelta dei rappresentati sarebbe un errore esiziale: oggi al contrario occorre aumentarlo, ricostruire circuiti fecondi tra società e politica, aderire di più a tutte le pieghe della società e a tutti i territori.
Dalla Repubblica dei partiti -di cui scriveva Pietro Scoppola- si rischia di passare non alla Repubblica dei cittadini, che lui sognava, ma alla Repubblica degli oligarchi.
A proposito poi del fatto che votando No si delegittima il Governo e il PD non la penso così. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono per il Sì, Gianni Cuperlo e tanti esponenti nazionali e locali del PD sono per il No. C’era un accordo all’inizio della stagione giallorossa? Se ho letto bene l’accordo riguardava la necessità di altre riforme contestuali, a partire da quella elettorale.
E’ ora che la sinistra, anche quella che partecipa al Governo, riconquisti l’autonomia culturale rispetto alle derive dell’antipolitica che hanno indicato nel Parlamento il male da combattere. Un successo del No darebbe forza nella coalizione a questa posizione, aiuterebbe l’apertura e il cambiamento del Pd, e spingerebbe i Cinque Stelle, che si trovano evidentemente nel mezzo di un guado, a correggere la rotta, lasciando ad altri -più capaci di farla- la demagogia populista e occupandosi del primo problema del sistema politico italiano: quello di una radicale riforma democratica, sociale e civile dei partiti e dei soggetti organizzati.

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