Archivio per giugno 2014

Uomini di frontiera, è difficile trovarne. In alto, è facile: protetti dai libri e da sicuri portafogli”. Era un caldissimo giorno di luglio del 1978. La Padova della militarizzazione della politica rendeva difficile -dopo il ‘77, le gambizzazioni e gli attentati di autonomia operaia e le azioni violente dello squadrismo di estrema destra- pensare la politica in termini di conflitto pacifico. Tom Benetollo ci provava, e scrisse a me, giovanissimo segretario della FGCI veneta, una lunga “Dedica alla cinese” che cominciava così. Quella dedica la conservo sempre appesa dietro alla mia scrivania.

Dieci anni dopo quella scomparsa tragica e improvvisa, la parola che più mi rimbalza nella mente è frontiera. Tom era uomo di frontiera, e dell’abbattimento di dogane, confini, muri ha fatto la ragione della sua esistenza, così ingiustamente breve. Sapeva bene -venendo dalla campagna, orfano di padre da giovane, con la sua adorata mamma Italia, Tom che aveva brillato negli studi diventando un intellettuale autodidatta come pochi- che chi non è “in alto”, se sbaglia un bivio, paga nella vita.

Bisogna muoversi “senza mai tornare, come mobili stelle polari”. Ed essere rapidi -negli anni ‘70, non nell’era di un twit-, anzi “più rapidi di questo mondo che vuole coglierci e ingessarci nella sua vecchiaia”.

La vita pubblica di Tom Benetollo è stata segnata da tre distinte fasi. La prima, negli anni 70, quella dell’impegno politico a Padova e in Veneto, segnata dall’iniziativa per difendere lo spazio della partecipazione, negli anni delle spranghe, delle molotov e delle P.38. La seconda, quella del tentativo, nella FGCI nazionale e poi nella sezione esteri del PCI, di far prevalere un’impronta pacifista, contro i blocchi, promuovendo e organizzando il grande movimento contro i missili nucleari. E la terza, quella nell’ARCI, fino a diventarne Presidente, e a cambiare i connotati della più grande associazione culturale italiana, come si vedrà dai fatti di Genova, nel 2001, fino alla sua scomparsa tre anni dopo. (continua…)

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Centocinquanta tirocini retribuiti nei Beni Culturali non rappresentano ancora un’inversione di tendenza. Indicano tuttavia una volontà, già affermata da Dario Franceschini con altri provvedimenti, di immaginare una strategia generale per la cultura nella quale al primo posto viene l’occupazione giovanile.

Decine di migliaia di ragazze e ragazzi, per passione, si sono laureati in storia dell’arte, architettura, archivistica e in tutte le altre discipline proliferate nel settore negli ultimi vent’anni nelle Università italiane. Hanno trovato però di fronte il Muro. Il Muro del blocco del turn-over, accompagnato dai tagli lineari nel settore pubblico e, negli ultimi tempi, dall’avvio del pensionamento di un’intera generazione di studiosi che entrò nel Ministero dopo la sua costituzione, da parte di Giovanni Spadolini, negli anni 70. Oltre quel Muro, dove una volta c’era un fiorire di posti di lavoro e di professionalità, ora ci sono grandi aree di deserto, col rischio di una dispersione di conoscenza. (continua…)

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Fermatevi!

Prima che sia tardi Matteo Renzi e i suoi consiglieri, con l’appoggio di larga parte dell’ex-minoranza, dovrebbero evitare un cortocircuito traumatico nella coscienza del Paese. Non basta evocare i “voti”, come si è fatto in queste ore: non c’è voto, né “plebiscito” che giustifichi atti di prepotenza e di intolleranza come quello che ha visto il PD cacciare Vannino Chiti e Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali perché non “allineati”. Non ho memoria, in epoche recenti, di un atto di questa brutalità. Il tema va al di là del merito della riforma: viene messo in discussione un principio costituzionale sacro, e cioè la non esistenza di un vincolo di mandato del parlamentare, il quale non deve rispondere al Partito, ma alla Sua coscienza, interpretando lì il senso del mandato ricevuto.

Ricordo le sacrosante polemiche bersanian-renziane contro Beppe Grillo quando a più riprese è intervenuto per imporre un vincolo agli eletti del M5S. Oggi Anna Finocchiaro, che presiede la Commissione, giustifica questa sostituzione affermando che il problema della libertà di coscienza esiste solo per l’Aula! (continua…)

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Il trentennale della morte è già stato un’occasione molto importante per meditare sull’opera di Enrico Berlinguer.

A Walter Veltroni occorre riconoscere il merito di aver costruito, col film di cui è stato regista e col libro che ha seguito quella produzione, un evento popolare, di memoria collettiva. Tuttavia Veltroni, in compagnia di molti altri, compie un’operazione revisionistica a senso unico, dando quasi l’impressione di voler iscrivere Enrico Berlinguer al Partito Democratico, venticinque anni prima della sua fondazione; identificando il leader del PCI col solo compromesso storico, e dipingendo la sua ultima stagione -salvo che per la questione morale- come un ripiegamento settario.

Proprio sulla questione morale -nelle ore degli scandali del Mose e dell’Expo, e del coinvolgimento di settori dello stesso PD in questi scandali- occorrerebbe prima di tutto riflettere: e domandarsi quanto la personalizzazione estrema della politica del tempo presente (coi costi che comporta) e il venir meno di un’etica condivisa abbiano aperto la strada ad una nuova tragica degenerazione della politica. Chissà che parole avrebbe usato Berlinguer a fronte di scandali come questi! (continua…)

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