Archivio per 4 marzo 2013

Nessuno può dire in tutta sincerità di aver previsto un risultato sconvolgente come quello del 24 e 25 febbraio. Si immaginava un trionfo del Movimento 5 Stelle, si sentiva una qualche ripresa di Silvio Berlusconi, ma sinceramente appariva fuori discussione la vittoria del centrosinistra. Il tema era che, scontata alla Camera, questa vittoria in ragione di una vergognosa legge elettorale, poteva non garantire la maggioranza al Senato: e che quindi sarebbe stata decisiva l’alleanza con Mario Monti. Lo scenario che si è prodotto è radicalmente diverso da queste previsioni.
Il primo grande sconfitto delle elezioni -trovo singolare che nessuno lo sottolinei- è proprio Monti: il premier uscente, anche al di là dei suoi demeriti, è apparso come l’incarnazione di una politica punitiva e recessiva, dimenticando il contributo che ha dato alla fine del 2012 per uscire dall’uragano speculativo che stava scuotendo l’Europa e l’Italia. Monti ha trascinato con sé tutti coloro che l’hanno sostenuto: Futuro e Libertà non è entrata in Parlamento (se non per un senatore eletto all’estero), e l’UDC, un partito organizzato che aveva retto tempeste molto forti, è ai limiti dell’estinzione. E qui c’è la prima considerazione sul pessimo risultato del PD e del centrosinistra: ha pagato un sostegno a Monti andato troppo avanti nel tempo, quando non aveva più senso, e occorreva votare nell’estate scorsa o al massimo in autunno.
Vedo che Pierluigi Bersani polemizza giustamente con quelli del “senno di poi”. Forse qualche consiglio col “senno di prima” poteva essere raccolto. Tuttavia mi rendo anche conto che non era facile contrastare l’opinione del Quirinale allora assolutamente contraria al voto anticipato. E così Silvio Berlusconi, con la sua potenza mediatica e la sua grandissima capacità comunicativa, combinata con uno spirito combattivo che non si incontra più molto spesso, ha permesso di evitare la liquefazione del centrodestra, che alla fine dell’anno scorso era sotto il venti per cento. Berlusconi ha recuperato perché si è dissociato, all’ultimo minuto, da Monti, con grande polemica: ma nessuno può nascondere il fatto che mentre cinque anni fa il centrodestra rappresentava quasi un elettore su due, ora rappresenta poco più di un elettore su quattro.
Per quali ragioni tutti gli analisti, e la maggior parte dei soggetti politici, tra i quali in primo luogo lo stesso PD, hanno sottovalutato la portata dell’onda anomala in arrivo? Vedo due ragioni di questa sottovalutazione.
La prima, di cui ha parlato anche Bersani, riguarda la profondità della crisi e della recessione -quasi un Paese privo di speranza- che ha accentuato la rabbia nei confronti dei potenti. Quando alcuni osservatori dicevano (io fra questi) che occorreva più radicalità sulle questioni sociali, della giustizia e del lavoro, è proprio perché si percepiva il rischio di un’assenza di rappresentanza di questo profondissimo malcontento. Il problema è europeo: i diktat sull’austerità hanno stremato l’Europa, rischiando di farla esplodere. Oggi in Germania si annuncia un nuovo partito, “Alternativa per la Germania”, animato dall’ex-Presidente della Confindustria tedesca, per uscire dall’Euro. Il contagio è fortissimo: prende pieghe populiste e reazionarie, talvolta apertamente xenofobe, oppure di estrema sinistra, come con Syriza in Grecia. Da questo punto di vista -malgrado gli aspetti più discutibili della leadership di Grillo e di Gianroberto Casaleggio-, non si possono bollare le 5 stelle come un fenomeno tout court populista: c’è un’istanza democratica, di cittadinanza attiva, non violenta, partecipativa molto importante. Certo: Beppe Grillo o chi per lui dovrà prima o poi chiarire cosa il Movimento pensa davvero dell’Euro, e di molti altri temi.
La seconda ragione della sottovalutazione di quanto stava arrivando sta nella natura del Partito, elettoralistica e istituzionale, di cui si è avuta una prova in campagna elettorale. Un Partito, malgrado le primarie, respingente e autoreferenziale. Ho visto domenica 3 marzo la nuova trasmissione di Zoro, su Raitre (“Il gazebo di Zoro”) dedicata alla sconfitta del PD, e mi è parso che racconti di questa chiusura molto meglio di tanti convegni. Il patetico balletto “smacchiamo il giaguaro” sulla terrazza del PD, la spilletta con la stessa scritta (quando Grillo diceva da San Giovanni “tutti a casa” e Berlusconi “via le tasse”) e il chiudersi in teatri da cui la gente rimaneva fuori, la raccontano lunga sull’autismo sociale del Partito Democratico. Se a Bersani occorre riconoscere il merito di aver spostato, pur non con l’energia necessaria, su temi di giustizia sociale l’asse del PD, rispetto al complesso neocentrista che fin dalla nascita aveva segnato questo Partito, tuttavia il Partito è rimasto bloccato dalle correnti, dai capi-bastone, dall’incapacità di darsi un radicamento sociale. Il tema vero, posto anche dai grillini, è quello della gratuità dell’impegno politico, della sua volontarietà, del carattere sociale della politica e del partito, che non può schiacciarsi sulla propria rappresentanza istituzionale. Non ho ancora sentito vere parole di autocritica su questo punto. Mi aspetto un Congresso straordinario che non si occupi tanto di chi è’ il capo o di chi sono i capetti, ma di come riformare e ripensare la politica.
Non ho la palla di vetro. Fa bene Bersani e fa bene il PD a respingere ogni ipotesi di governissimo e a voler intavolare un dialogo con le 5 stelle. L’esito elettorale, come è stato detto, è una sorta di “tempesta perfetta”: è talmente alto il tasso di ingovernabilità da mettere tutti davanti alla necessità di scelte coraggiose. E in ogni caso non sarà certamente una legislatura lunga.
Ma da questo punto di vista c’è qualcosa di profondamente salutare in quanto è avvenuto. Si chiude una stagione, un’epoca intera, e con coraggio occorre immergersi in un contesto nuovo in cui c’è un grande spazio per i valori autentici del socialismo, dell’umanesimo, del rispetto per la vita e per l’ambiente, dei diritti di cittadinanza.

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