Archivio per 27 novembre 2012

Non penso sinceramente che chi come me ha votato Pierluigi Bersani possa dormire questa settimana sonni tranquilli. L’esito del ballottaggio di domenica 2 dicembre è tutt’altro che scontato. Non solo perché, come i ballottaggi ci insegnano anche alle elezioni comunali, è un voto nuovo, e in un certo senso ha ragione Matteo Renzi quando dice che si riparte da zero. Né solo perché i sostenitori del Sindaco di Firenze hanno una febbre addosso che sinceramente non mi pare che noi abbiamo. Diciamo la verità: il voto a Bersani è più razionale, meno passionale, anche più disincantato, guardando alla scarsa qualità della politica di oggi.
Vorrei fare due osservazioni che non ho visto in rilievo nei commenti di questi giorni. La prima è che, contrariamente a tutte le previsioni di tanti sondaggisti, politologi e esperti, il voto delle grandi città, più di opinione, meno organizzato, ha premiato il segretario del Partito Democratico, se si esclude ovviamente Firenze. Ci avevano spiegato che se aumentavano i votanti, e se ci si allontanava da una cerchia militante, Renzi avrebbe avuto la meglio. Non è stato così. E forse qualche seggio in più nelle realtà urbane non avrebbe favorito il giovane sfidante. La seconda è che la forza di Renzi è la contestazione dell’ establishment di potere, anche locale. In Toscana, in Umbria, nelle Marche, dove i vertici delle Regioni, gran parte dei Presidenti di Provincia -tra cui molti dei brillanti T-Q (i trenta-quarantenni che si erano proposti l’assalto al cielo)- e la stragrande maggioranza dei sindaci si erano schierati con Bersani, vince o addirittura stravince Renzi. E questo vale anche in altre Regioni: un voto di rottura con una struttura e un modo di essere che a una parte importante di iscritti, di elettori e di militanti appare, spesso non a torto, insopportabile.
Certo. Matteo Renzi ha portato e porta anche voti moderati e di centro-destra. Ma non si può banalizzare e ridurre a questo il suo consenso. Raccoglie un sentimento diffuso, che avrebbe dovuto trovare risposta prima in un grande Congresso democratico del Partito, fatto qualche mese fa -come chi scrive aveva proposto- volto a smantellare le cordate, le correnti personali, le insopportabili appartenenze obbligate, fino ai circoli territoriali, a un sistema a canne d’organo. Attorno a Renzi già si forma un nuovo sistema di correnti personali: non si può sperare che da lì possa nascere una nuova idea di politica partecipata e condivisa.
Ma ora è su questo punto che si fonda l’accelerazione che Renzi può imprimere in questi giorni. E, vista la sua campagna comunicativa, i suoi consiglieri e i suoi sostenitori così facoltosi, è facile immaginare che è stata scientificamente programmata per gli ultimi giorni un’ondata altissima di sostegno per lui.
Non conviene quindi avere troppa boria, dalle parti di Bersani. Bisogna giocare bene alcune carte. Quelle del lavoro -con l’impegno di Susanna Camusso e della CGIL che è decisivo, come sanno bene i sostenitori di Renzi, che perciò protestano- e della moralità, di cui giustamente il segretario del Pd parla. Quelle di un nuovo Partito Democratico più largo, che riunisca tutto il campo del popolo delle primarie, che questo vuole. Quella del no al Monti-bis, che una vittoria di Renzi, di fronte alla sua palese impreparazione a governare l’Italia, renderebbe invece molto probabile.
Bisogna allora che Pierluigi Bersani, davanti a un boccale di birra, da solo -senza una corte di adulatori intorno- immagini una mossa del cavallo, in grado di parlare all’elettorato che ha votato Renzi per protesta, e al quale va detto semplicemente: “ho capito, con questa farina non facciamo una gran polenta: la politica cambierà modo di essere”.

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