Archivio per 16 novembre 2012

Ho partecipato anch’io agli ôStati Generali della Culturaö, convocati dal Sole24 ore sulla base del Manifesto pubblicato qualche mese addietro. E’ stato dato ampio risalto al clima di protesta e di rabbia che attraversava la vastissima platea del Teatro Eliseo, e al modo intelligente e aperto con cui Giorgio Napolitano -sulla base di un’antica esperienza politica-, a differenza dagli esponenti del Governo che avevano parlato tra le contestazioni, ha saputo interloquire con la sala.
Mi permetto, da operatore culturale, di fare un’osservazione agli organizzatori e di esprimere un’opinione sui contenuti. Se pomposamente chiami un grande convegno sulla cultura ôStati Generaliö non puoi non porti il problema di far parlare il lavoro della cultura. E cioŔ un vastissimo mondo fatto oggi di precariato e di incertezza, nel settore privato e in quello pubblico, o di imprese e associazioni no-profit che subiscono tragicamente le conseguenze dei tagli in atto. Non basta la parola alla coraggiosa Ilaria Capua, la ricercatrice che aveva minacciato di andare all’estero. NÚ si pu˛ pensare che un’organizzazione meritoria come il FAI e la sua presidente, Ilaria Borletti Buitoni, rappresentino il mondo privato-sociale, il quale non ha nÚ i mezzi nÚ l’appeal nell’universo dei ricchi e dei signori che ha questa realtÓ. Il sindacato non aveva niente da dire? E le associazioni dei lavoratori della cultura, fino a quelle connesse al mondo del precariato e del lavoro giovanile, non avrebbero potuto esprimere un importante punto di vista?
Se il punto di vista del lavoro nella cultura all’Eliseo non c’era, non Ŕ un caso. Allora anch’io saluto la sensibilitÓ di chi si Ŕ messo in movimento. Consiglierei per˛, per il prossimo futuro, anche pi¨ umiltÓ, e maggiore consapevolezza del disagio enorme, fino alla percezione di una vera e propria assenza di futuro, che coinvolge migliaia e migliaia di singoli, di imprese e di associazioni che operano in questo campo.
Voglio poi aggiungere che non basta pi¨ la denuncia sul disinteresse di chi ha le leve del potere in mano. Ne ho scritto qualche tempo fa su questo blog e sull’UnitÓ. Aggiungo che anche nel dibattito tra i candidati del centrosinistra alle primarie la cultura era la Cenerentola della discussione.
Il tema Ŕ se si fa la scelta della cultura, e quella della green economy, come volano di un altro sviluppo. L’assemblea del Sole24 ore ha messo l’accento sui dati negativi : a partire dalla perdita di posizioni dell’Italia negli ultimi cento anni in questo campo. Io metto l’accento sugli aspetti positivi: la forza di quel fattore 21 -per un’euro pubblico investito nella cultura se ne generano 21 privati-, unico al mondo. Doppio rispetto a quello della Francia che, investendo quattro volte di pi¨ di quello che facciamo noi, oggi ha un Pil della cultura e un Pil del Turismo doppi rispetto a quelli italiani. L’Italia pu˛ diventare potenza culturale mondiale, e le sue cittÓ d’arte -a partire da Roma- rilanciare la propria universalitÓ, se ci mettiamo in testa di costruire una politica industriale della cultura, uno sviluppo fondato sulla cultura e sulla sostenibilitÓ.
Pensiamo banalmente: cinquecento milioni l’anno in pi¨ per la cultura genererebbero, nella prossima legislatura, il raddoppio del Pil della cultura, da 40 a 80 miliardi. Si tratta di avere le idee chiare su cosa fare, con quali strumenti e con quali procedure. Non ripeto qui alcune proposte operative, a partire da un nuovo ruolo di Arcus, che ho giÓ fatto.
E’ giunto il tempo di rimboccarsi le maniche, superando la lamentazione e il disfattismo. Possiamo vedere risultati in tempi molto brevi.

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