Archivio per 7 novembre 2012

E ora, tutti obamiani! Senza limiti politici e ideologici, rottamatori, rottamandi e rottamati, tutti riscoprono l’ammirazione per Barack Obama. Anzi: la ricerca dell’Obama de noantri.
Eppure solo tre settimane fa, come in questo blog avevo commentato, si erano sprecati fiumi di parole, nell’inguaribile provincialismo della politica e del giornalismo nostrano, sulla fine di Obama, dopo il primo duello tv, e sul disincanto di quella coalizione di nuovi elettori (nuovi per età, per genere, per etnia) che quattro anni fa decretò il trionfo del primo Presidente afro-americano della storia degli USA. In questa bolla mediatico-politica, alimentata da quegli ambienti di Wall Street e dei grandi poteri finanziari ostili ad Obama, e subito rilanciata senza criticità alcuna dai nostri media e da molti nostri osservatori politici, si è arrivati a dipingere il voto con tinte di incertezza clamorosamente smentite dall’esito elettorale. I quotidiani principali stampati la notte scorsa, a spoglio appena iniziato, talmente persuasi di questo schema, ci parlavano di una incertezza fino all’ultimo e di una possibile vittoria al cardiopalma di Obama.
Due milioni di voti nel voto popolare, e 62 grandi elettori sopra la maggioranza necessaria per eleggere il Presidente, raccontano di una vittoria assai più larga di queste previsioni. Ricordiamo, senza scomodare una storia più lontana, elezioni assai più incerte di quella del 6 novembre 2012.
Mi colpisce in particolare come un uomo attento e grande conoscitore degli USA, come Vittorio Zucconi di Repubblica, abbia continuato fino all’ultimo nel dipingere una situazione di difficoltà per Obama e un Paese irrimediabilmente spaccato. A proposito di difficoltà, si tratta delle stesse che ha dovuto affrontare in questi anni, con una maggioranza del Congresso repubblicana. Non solo non c’è stata l’annunciata débacle dei democratici al Senato, ma lo stesso Partito di Obama appare più reattivo rispetto all’ultimo biennio. Quanto alla spaccatura, non è una novità. Oggi, a differenza dal passato, è una spaccatura che racconta della capacità dei democratici di guardare al futuro, aprendosi a neri, latinos, immigrati, e di parlare e coinvolgere le donne; e della resistenza dei repubblicani che continuano, sotto l’influenza dei Tea party a raccontarsi come una forza bianca e cristiana. C’è nel voto di Obama un connotato operaio e popolare che, unito all’avvio concreto della riforma sanitaria, avvicina la sua esperienza a quella delle sinistre e dei progressisti europei. La competizione tra Obama e Mitt Romney non è stata solo tra due persone così divrese, ma tra due idee di società alternative, che hanno suscitato passioni e entusiasmo.
Quello che esce a pezzi, in Italia, è il nuovismo liberal-liberista, che oggi nel centrosinistra viene riproposto da Matteo Renzi. I democratici americani dei prossimi anni dovranno puntare tutte le loro carte sul lavoro, sul welfare, sull’educazione, sull’integrazione, non sulle privatizzazioni, o sulla flessibilità selvaggia. Oggi americanismo torna a voler dire, come all’epoca di F.D.Roosevelt, modello sociale.
Insomma: vorremmo un po’ meno di chiacchiere obamiane fuori tempo massimo, e un po’ più di consapevolezza -quella che ha avuto François Hollande al momento dell’elezione- dei compiti della sinistra europea in questa crisi: chi siamo, chi dobbiamo rappresentare, con quale visione del mondo.

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