Archivio per aprile 2012

Oggi ho pubblicato questo commento

Le elezioni francesi sono diventate il passaggio più importante nella tormentata storia della crisi che, da più di tre anni, si è abbattuta sull’Europa. E non poteva che essere così. A Parigi, del resto, l’Europa è nata nel 1789 -nei suoi più profondi valori costitutivi-. Rivoluzione francese, rivoluzione industriale, movimento operaio e democrazie si sono tenuti in un unico filo, strappato da guerre, dittature, violenze, e riannodato in nome di un’idea di civiltà umana migliore. La fragile e un po’ barocca costruzione dell’Europa unita è sorta sulle macerie della guerra più distruttiva, e di fronte agli orrori spalancati dai cancelli di Auschwitz. Il manifesto di Ventotene, che riuniva tra i più coraggiosi antifascisti italiani, proponeva il grande sogno di un’Europa federale. Dopo l’89 -quando è crollato il muro di Berlino, e si sono aperti i cancelli dei gulag- si è coltivata l’illusione della fine della storia, del trionfo del Mercato senza controlli e delle sue taumaturgiche capacità regolatrici.

La crisi di questa impostazione ultraliberista ha investito in pieno una costruzione unica nella storia, quella di un’entità che batte moneta senza essere uno Stato. E il fiscal compact voluto dal duo Merkel-Sarkozy, accanto a cure da cavallo mai sufficienti imposte con imperio ai paesi dell’Europa Meridionale, rappresenterebbe l’esplosione definitiva del sogno europeo.

Ecco perché tutti i democratici e gli europeisti non possono non salutare con speranza la vittoria di François Hollande al primo turno delle presidenziali francesi, e auspicare, come sembrano indicare i sondaggi, la sua elezione a President de la Republique. E’ stata fin qui premiata una linea chiaramente alternativa alla grande finanza (“il mio avversario non ha nome, non ha volto, non si presenta alle elezioni, ma governa”, ha detto con efficacia Hollande quando ha avviato la sua campagna), che come primo atto chiede di riscrivere, cambiandolo sostanzialmente, il fiscal compact. Se Mario Monti si ostina a sostenere che non c’è spazio per politiche neo-keynesiane, di intervento pubblico nell’economia, François Hollande invece propone di farle massicciamente su scala europea, con gli euro-bonds e i project-bonds.

Le elezioni francesi consegnano una destra estrema, populista e xenofoba, ben oltre i livelli di guardia. Da vent’anni circa, in Francia, col Front National, in Italia, con la Lega Nord, e in tanti altri paesi quest’opzione, di critica da destra all’Europa, volta a rinazionalizzare tutte le politiche e a uscire dall’Euro, si è venuta affermando: ma mai come oggi, approfittando della crisi sociale e della delegittimazione dei partiti tradizionali, fa presa. L’antipolitica, per adoperare il termine in voga da noi, prende questa forma: e il rapido slittamento di Beppe Grillo da posizioni di estrema sinistra verso il populismo reazionario ne è una conferma clamorosa.

Allons enfants, del Partito Democratico e della sinistra italiana, allora! Non c’è da stupirsi se i grandi sostenitori del partito tecnocratico italiano -a partire dai più grandi quotidiani- bollino, leggo testualmente, i rischi di “deriva hollandiana del PD”. Ben venga questa deriva, perché vorrebbe dire uscire dalla paludosa trappola dell’ ABC -i vertici Alfano, Bersani,Casini voluti non si sa da chi per sostenere un governo che non ha per sua stessa dichiarazione una maggioranza politica- in cui il PD si è infilato incomprensibilmente.

Da mesi sosteniamo che il Partito Democratico deve avere un profilo riconoscibile e chiaro. Sembrava che, col fallimento del tentativo di forzare la mano sull’articolo 18 dello statuto dei diritti dei lavoratori, Mario Monti avesse regalato a Bersani l’opportunità insperata di divenire, agli occhi di molti, partito del lavoro. E invece, tra stop and go sul finanziamento pubblico e sulla legge elettorale, la confusione è diventata più grande di prima. Questa confusione, unita al crollo della credibilità di tanta parte della politica -a partire dalla Lega Nord-, spinge fasce crescenti di elettorato verso l’astensionismo.

E’ ora, dopo le amministrative -il cui primo turno coincide col ballottaggio francese-, di cambiare decisamente passo. Paolo Gentiloni dichiara che è una follia il voto a ottobre, che nessuno del resto propone. Penso invece che sia una follia procedere come si sta facendo senza una rotta precisa. La domanda, da fare a Gentiloni e ai vertici del PD, è un’altra: l’Italia, col Governo Monti, appoggerà Hollande nella richiesta di revisione della politica europea, e del fiscal compact, o appoggerà -come oggi fa il nostro Premier- Angela Merkel?

Hic Rhodus, hic salta: non a Rodi, né a Parigi o a Berlino, ma a Roma bisognerà dimostrare da che parte si intende stare in Europa.


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