Archivio per 17 maggio 2010

Da Epolis di oggi

 

La manovra economica lacrime e sangue, prospettata dal Governo in queste ore (un’operazione da 25 miliardi, che può essere realizzata solo con quelli che eufemisticamente vengono chiamati tagli strutturali), esplode nel dibattito politico nel momento più difficile, dall’inizio della legislatura, dell’attuale maggioranza. Dopo la rottura di Fini, infatti, si è configurata una questione morale – connessa agli sviluppi dell’inchiesta sul G8 – diffusa e incontrollata, una metastasi che sta colpendo organi vitali (sfiorando addirittura importanti settori del potere vaticano) e che non permette a Berlusconi di risolvere il problema parlando di toghe rosse. Egli stesso appare sorpreso e spiazzato dal grado di contaminazione che il sistema di potere costruito attorno alla sua figura ha oramai raggiunto. E tuttavia – in una fase di caduta di popolarità – anch’egli sa bene che è l’intero sistema politico, nessuno escluso, ad uscire agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica come delegittimato. L’indignazione (specie quando si tocca il bene più prezioso per gli italiani, la casa) è paragonabile a quella del 92-93, e si può infiammare in un attimo.

E qui viene la manovra economica. Come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, la crisi greca e la crisi europea – in particolare dell’Euro – espongono i paesi più in difficoltà. L’Italia ha un avvio di ripresa meno sostenuto rispetto a Germania e Francia, ha un rapporto deficit-Pil più basso rispetto a quello degli altri paesi importanti dell’Unione ma ha un rapporto debito-Pil storicamente elevatissimo, che ha ripreso negli ultimi anni a crescere. Nei primi quattro mesi del 2010, inoltre, in piena crisi, l’evasione fiscale è cresciuta del 6.7%. Come si fanno, allora, a prospettare tagli alle retribuzioni, alle pensioni, al welfare, alla scuola ? Questa è la benzina che può infiammare l’indignazione. A ben poco servono piccole riduzioni dei privilegi di politici e manager, se coprono un’operazione di questa natura. Ben venga invece una politica di redistribuzione: tassa sui grandi patrimoni, sui grandi guadagni in borsa, sulle speculazioni finanziarie (si pensi al caso della telefonia), e, sì, su grands commis pubblici e politici. Ben venga un contributo economico della classe dirigente del Paese: non un’elemosina. Ma per fare tutto questo il Governo e il premier hanno l’obbligo di un discorso di verità, mettendo da parte la propaganda. Se ci fosse, l’opposizione avrebbe per parte sua l’obbligo di avanzare una proposta concreta che tenga conto della rabbia profonda e sommessa che attraversa il Paese.

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