Archivio per 3 luglio 2008

scala-mobile.jpgDa Epolis di oggi

C’è da dubitare sull’effettiva corrispondenza tra il 3,8% di inflazione registrata a giugno (in Europa 4%) e l’aumento reale che i cittadini, a partire dai pensionati e dai redditi fissi medio-bassi, subiscono in queste settimane, ben superiore a quelle cifre. E’ noto infatti che il paniere di prodotti su cui viene registrata l’inflazione è inadeguato alla fotografia dei consumi effettivi delle famiglie italiane. Ma in ogni caso trovo intollerabile il fatalismo con cui si accettano questi aumenti –larghissimamente determinati dall’aumento del prezzo del petrolio e, più recentemente, da quello del grano-. Il dibattito, a destra come nel PD, è su quali aiuti fiscali, o su che detassazione praticare, come se quell’aumento fosse ineluttabile. Non starò qui a ricordare come l’impazzimento dei prezzi sia frutto di speculazioni gigantesche (i gruppi bancari nordamericani, gravemente colpiti dalla crisi dei mutui e dalla bolla edilizia, si sono rifatti speculando sulle materie prime) e di speculazioni nostrane (non puoi trovare un chilo di ciliegie, della stessa qualità, a tre euro di differenza tra due mercati rionali vicini del centro) rispetto alle quali siamo indifesi. Ma vorrei invece ricordare che negli anni 70 i salari e le retribuzioni italiane erano i più alti d’Europa, ed ora sono all’ultimo posto. Qual è la ricetta di Confindustria? Sterilizzare la contrattazione collettiva, e lasciare il lavoratore solo a difendere la propria posizione col datore di lavoro. So bene che anche il sindacato ha gravi colpe, si è burocratizzato e allontanato dal popolo. Ma il rimedio è peggiore del male.E allora, prima di discutere di contrattazione, occorre trovare il modo certo per non far pagare a chi lavora le speculazioni di ogni tipo. Quando il barile sarà arrivato a duecento dollari, quanto potranno costare le ciliegie o il pesce (aumentato per festeggiare il recente e giustificato sciopero dei pescatori contro il caro-gasolio)? E il pane, aiutato nella sua corsa nella Capitale dal cartello dei panificatori, a che prezzo arriverà? Le vittime diventano gli stessi commercianti, che vedono scendere gli incassi. La soluzione c’è: si chiama scala mobile, come negli anni 70. Alle imprese costa un po’, ma di meno della recessione. Rimette in circolo moneta, alimenta i consumi, fa crescere. Si può fare, senza nuovi meccanismi inflattivi (anzi, come si ama dire oggi: se po’ ffa! ), con una variazione annuale automatica, fuori dalla contrattazione, che adegui i salari ai prezzi.  

                                                         

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