Archivio per 1 dicembre 2004

di Pietro Folena, da “Sud-Est”, numero di dicembre 2004

Nella passata legislatura, il centrosinistra ha proseguito nella politica delle privatizzazioni delle aziende pubbliche erogatrici di servizi, già messa in campo dai governi Amato, Ciampi, Dini. Alcune di queste cessioni hanno portato risultati positivi, quando sono state accompagnate anche dalla liberalizzazione del mercato. Il più delle volte, però, questo non è accaduto. Anche alla luce dei risultati di quelle politiche, oggi credo che dobbiamo rivedere l’idea stessa di privatizzazione come “dovere” per una sinistra cosiddetta “riformista”. Negli anni del nostro governo tutti ci siamo accovacciati su un’idea, quella che le privatizzazioni fossero un pezzo della modernizzazione del paese. Non è così, soprattutto riguardo alle risorse idriche e alle reti di distribuzione. C’è una peculiarità nell’acqua della quale dobbiamo tenere conto.
L’acqua non può essere assimilata a qualsiasi altra merce. Dovendo indicare qualcosa di “pubblico”, cioè di tutti, istintivamente pensiamo a due risorse: l’aria e l’acqua. L’acqua come bene pubblico è quindi senso comune per la maggior parte dei cittadini. Eppure, proprio l’acqua è oggi oggetto di una campagna di privatizzazione che parte dai vertici del Wto fino ad arrivare al nostro governo. Ma la nostra strada dev’essere diversa.
Penso che per la sinistra, per il centrosinistra, il grande tema dell’accesso all’acqua e a tutte le risorse naturali stia divenendo sempre più un tema distintivo e cruciale per la stessa identità delle forze democratiche e di progresso. E’ una battaglia con un valore simbolico decisivo per il campo socialista e democratico, sulla quale è possibile costruire alleanze larghe, coinvolgendo amministrazioni, enti e aziende pubbliche, associazioni che si battono per i diritti dei cittadini e dei consumatori.
Ciò non significa necessariamente che tutto deve essere pubblico al 100% dalla sorgente al rubinetto, ma che sono le istituzioni democratiche che dettano le regole e che soprattutto garantiscono a tutti l’acqua per bere e irrigare. Che lo Stato (o la Regione o il Comune) possiede le risorse idriche e che queste non possono essere cedute a privati ma devono essere condivise con chi ne ha di meno o per nulla. Oltre a quelle di carattere “teorico”, vi sono anche considerazioni più pratiche per privilegiare il controllo pubblico degli reti e delle risorse idriche: lo stato del sistema acquedottistico e delle reti di distribuzione cittadine – lo sanno bene i pugliesi! – richiede interventi di risanamento e ammodernamento delle strutture che solo il settore pubblico è in grado di assicurare nella misura adeguata (stime molto accreditate parlano di circa 100.000 miliardi di vecchie lire in oltre 20 anni). La funzione dell’intervento pubblico è determinante per assicurare un miglioramento della qualità del servizio.
Certo, i pugliesi non hanno avuto un grande esempio di ciò. L’Acquedotto pugliese è un colabrodo (in più di un senso). Ma non si risponde ad un deficit di capacità gestionale con il cambiamento dell’assetto proprietario. Certo, c’è pubblico e pubblico. Il passaggio dell’Acquedotto pugliese alla Regione non ha risolto la situazione. La Regione Puglia è protagonista di uno dei più grandi sprechi di risorse nel nostro paese. Non era così, quando il governo Prodi risanò l’ente. Il risanamento di AQP conferma che una conduzione pubblica consapevole e attenta, può portare a una gestione economica delle strutture idriche.
Accanto ad un “buon governo” dell’azienda, serve però un “governo partecipato”. Penso all’idea fare entrare nel capitale dell’AQP altri enti pubblici interessati: prima di tutto i comuni che sono i reali titolari delle concessioni e delle infrastrutture gestite da AQP. Ma non tanto per questo motivo, ma perché i comuni sono le istituzioni più vicine ai cittadini, quelle che conoscono le reali esigenze del territorio. Sanno dove è più urgente intervenire, sanno quali sono le emergenze del nostro territorio. Conoscono da vicino i problemi degli agricoltori, tra costi e tasse e balzelli ai consorzi di bonifica. Conoscono i problemi di quei cittadini che possono non avere i soldi per pagare le bollette. Una gestione pubblica vuol dire anche tariffe sociali, vuol dire capacità di capire che in un certo territorio può essere necessario investire per aiutare una zona colpita da una calamità.

Sull’AQP possiamo lanciare, come centrosinistra, una grande sfida a Fitto: noi non siamo il pubblico sprecone, non siamo le clientele, non siamo le cordate dei soliti noti, che si spartiscono in stanze segrete quello che è dei cittadini. Possiamo dire: noi vi proponiamo un governo diverso delle risorse idriche e dei servizi pubblici. Credo che questo sarebbe molto, ma molto più riformatore di tanti discorsi su liste più o meno unitarie e forse farebbe per un attimo dimenticare il percorso tortuoso – per usare un eufemismo – che ha portato alla scelta del candidato presidente.

Comments Commenti disabilitati