Archivio per la Categoria “Politica nazionale”

Quel che dico e faccio come deputato

All’improvviso è stata riabilitata una categoria che nel ‘900, a sinistra, ha fatto tanti danni. Il tradimento. “Tradire”, dal latino tra-dare, consegnare oltre, consegnare al nemico -la città, il castello, le ricchezze-. Il tradimento della patria, in un conflitto, è poi diventato nel 900, coi grandi partiti popolari, il tradimento del Partito. Lo stalinismo ha costruito alcune delle sue pagine più buie, con crimini efferati, solo sulla logica del sospetto del tradimento.

Ho trovato volgari quegli attacchi a Gianni Cuperlo, “reo” di aver firmato un documento di intenti sulla riforma elettorale, che hanno usato questa categoria. Cuperlo non ha tradito nessuno; a modo suo è coerente, avendo sempre ritenuto, a differenza da molti, tra cui il sottoscritto, la riforma costituzionale accettabile e pessima quella elettorale. Si può opinare, evidentemente, sull’affidabilità delle parole scritte in quel documento di intenti -che a me sembrano poco più di acqua sul vetro-: ma si tratta di valutazioni soggettive. (continua…)

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E così, qualche settimana dopo Pietro Ingrao, ci lascia anche Armando Cossutta. Un comunista italiano, a tutto tondo, anche se a lui, non sempre a ragione, è stata attaccata l’etichetta di “sovietico”.

Non si può onestamente dire che alla nostra FGCI, negli anni 80, Cossutta, politicamente parlando, piacesse. Quando Enrico Berlinguer accelerò, ben oltre quanto volesse gran parte del gruppo dirigente, la rottura con l’Unione Sovietica, Cossutta assunse una posizione molto critica. Apertamente, per quei tempi -in un partito che non accettava le correnti- organizzò una corrente, fortemente connessa ad alcuni ambienti del PCUS, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Noi giovani comunisti, animati da un radicalismo antisovietico, e che sposavamo la causa pacifista in aperta contrapposizione con entrambi i blocchi politico-militari contrapposti (Nato e Patto di Varsavia), vedevamo col fumo negli occhi la posizione di Cossutta. Credo reciprocamente che la sua corrente non vedesse con simpatia la nostra posizione, sostenuta da una esigua minoranza organizzata anche al nostro interno, che addirittura uscì dalla FGCI. (continua…)

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dall’Unità di oggi

Biagio De Giovanni ripropone nella sostanza, con la consueta lucidità, la tesi di Enrico Berlinguer conservatore, espressione di un passato di cui non si può essere nostalgici. Si tratta di una tesi largamente sostenuta già quando Berlinguer era vivo -da parte del gruppo dirigente craxiano, e dell’intellettualità che lo sosteneva (ad essa si ispira ancora Fabrizio Cicchitto  su queste colonne)-; tesi poi a più riprese riproposta con l’obiettivo di “deberlinguerizzare” la sinistra italiana, come ebbe modo di sostenere, in un pamphlet che fece rumore, Miriam Mafai vent’anni fa. Ogni progetto di “rifondazione” o “revisione radicale” della sinistra italiana -com’è anche quello sostenuto da Matteo Renzi- sembra muovere ancora da questo tentativo.

Vorrei dire il mio pensiero oggi su due punti, anche andando oltre a quello che negli anni passati ho scritto sull’argomento (I ragazzi di Berlinguer, Baldini e Castoldi, 1997 e, nuova edizione rivista, 2004).

1) Enrico Berlinguer è stato un grande continuatore della politica togliattiana. Ha del tutto ragione Emanuele Macaluso a sostenerlo. Il compromesso storico, e poi la stagione della solidarietà nazionale, furono il compimento di un lungo cammino nato nel cuore dell’impianto del PCI e della svolta di Salerno. Per rendere credibile politicamente quell’impianto, Berlinguer doverosamente lo  accompagnò dalla scelta atlantica e dall’eurocomunismo, fino a un europeismo spinto, ben lontano dalla posizione assunta vent’anni prima dai comunisti italiani. Questo Berlinguer -oggetto di una importante riabilitazione  col film di Walter Veltroni- è stato sconfitto e ha perduto per due ragioni. La prima, la totale inadeguatezza dell’evoluzione del PCI sul piano internazionale, e soprattutto del giudizio sull’URSS. Berlinguer fece tutti gli strappi necessari, fino al famoso giudizio sull’esaurimento della spinta propulsiva dell’Ottobre russo: ma questi strappi furono tardivi e solitari, con una sorda resistenza di una parte del gruppo dirigente (ricordo il dissenso di Giorgio Amendola a proposito del giudizio critico sull’invasione sovietica in Afghanistan), e relazioni dirette da parte di molti suoi esponenti di primo piano con Mosca durate ben più del dovuto (come Gianni Cervetti ha del resto nel passato ricordato). Il ritardo con cui il PCI arrivò a questi cambiamenti fu esiziale. Fu anche per questo che i rapporti di forza internazionali impedirono di proseguire il progetto del compromesso storico, fino a intervenire, in forme oscure, per bloccarlo. Ma non basta. Trovo del tutto parziale la tesi del solo “complotto” che impedì il cambiamento. La seconda ragione della sconfitta risiede infatti in una visione non sufficientemente matura della società italiana. L’alleanza di tutte le grandi forze politiche, in una fase di profondi mutamenti, di conflitti, di tensioni sociali -contro il rischio di un colpo di stato- esprimeva un classico vizio della cultura comunista e stalinista, una sostanziale sfiducia nel conflitto sociale e democratico, e nella possibilità di organizzare una democrazia dell’alternanza. Il compromesso storico fallì perché era portatore di una visione conservatrice, dirigista, non consapevole della società italiana. Occorre avere la forza di riconoscere che una parte del pensiero critico che si raccolse all’inizio attorno alle bandiere del nuovo PSI, dopo il Midas, aveva un grande fondamento, era intriso di istanze civili, liberali e libertarie importanti, e che allora -non negli anni 80- una posizione del PCI più dialogante e aperta a quelle ragioni ( tra queste una critica più radicale e definitiva al modello sovietico) avrebbe forse contribuito a cambiare il corso degli eventi.
2) l’ultimo Berlinguer è stato uno straordinario innovatore, oltre gli orizzonti del togliattismo. La tesi che sostengo, su questo punto non da oggi, è che l’ultimo Berlinguer, rappresentato dall’allora componente riformista-migliorista come chiuso e settario, fischiato nel 1983 a Verona al Congresso socialista, è invece quello più fecondo, più attuale, e al quale oggi occorre attingere. La fine del compromesso storico -la sconfitta subìta- spingono il segretario del PCI a cercare nuovi lidi. Anzitutto molto lontani da quelli del sovietismo, e che cercano di fondare un nuovo pensiero critico sulla società e sul capitalismo non muovendo dalla tradizione, ma da un avvio di un’esplorazione più aperta e attenta sul mondo, sulla vita, sui problemi. La questione morale come base di una prassi nuova dell’agire collettivo, il tema ambientale e della sobrietà negli stili di vita, quella dei diritti civili, a partire da una visione più aperta alla critica femminista alla politica, la volontà di orientare le nuove tecnologie -quelle digitali, diremmo oggi- verso obiettivi più alti di libertà, di salute, di cultura per tutte e per tutti, l’interrogarsi sul senso della pratica della fede religiosa e sull’impegno al cambiamento sociale che ne scaturisce (penso all’interesse di Berlinguer per la teologia della liberazione) rappresentano alcuni titoli dell’agenda di questi anni. Ed è sulla pace e sul dialogo che questa sperimentazione dell’ultimo Berlinguer tocca le punte più elevate. Ad Assisi, dopo l’incontro col Sacro Convento, ad una immensa folla di giovani, parla di Francesco, del “folle Francesco” che contestava ogni distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta e che dialogava con il Sultano.
Come si fa a sostenere che questo Berlinguer non abbia più nulla da dirci oggi? Francesco, il papa, fa di un’agenda molto simile l’unico vero progetto progressista universale, rispetto al quale impallidiscono le timidezze e i provincialismi di quella che fu la grande sinistra europea e l’Internazionale Socialista.
Certo. Si può dire che l’ultimo Berlinguer fu sognatore, fu profeta, non seppe portare a compimento -o non ebbe il tempo di farlo- quell’innovazione e trasformarla, dopo la tragica sconfitta degli anni 70, in una strategia  politica a breve. E’ vero. Ma quel Berlinguer, vivaddio, è vitale e attuale! Così come lo è quell’interpretazione del proprio essere leader politico, molto diversa dall’eccesso di personalizzazione e di leaderismo che progressivamente abbiamo conosciuto. In quello stile c’è un messaggio modernissimo.

Pietro Folena

www.pietrofolena.net

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Ho assistito ad una parte dell’assemblea che ha segnato la nascita di Sinistra Italiana.

Vorrei qui, con chiarezza e libertà di pensiero -anche ascoltando e leggendo gli anatemi incrociati di queste ore- dire cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto, e dare due consigli.

Mi è piaciuta la passione di un popolo, lì riunito, alla ricerca di una comunità in cui credere.

Mi è piaciuta la generosità, almeno nelle parole e nei gesti fin qui visti, di alcuni dirigenti e di una forza politica come Sel, nel mettersi in gioco.

Mi è piaciuta la volontà di allargare il campo, non nel recinto di una nostalgica “cosa rossa”, ma in un contesto in cui bisogna innovare e cambiare.

Mi è piaciuto l’”orgoglio keynesiano”, con la visione antiliberista che anima quest’iniziativa. (continua…)

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L’ultima settimana di gennaio sarà decisiva per il futuro del Paese. L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in un quadro di crisi profonda e di incertezza acuta dell’intero sistema politico, si carica di molte aspettative, di qualche ansia, di alcune speranze.

Tutto questo ha a che fare con la cultura, e con il posto che la cultura occupa nel Paese. Lo stesso Quirinale -fin dal 21 dicembre del 1999, alla vigilia del nuovo millennio, quando furono inaugurate grazie al Capo dello Stato le Scuderie restaurate da Gae Aulenti- è protagonista e motore della conservazione e della valorizzazione del patrimonio culturale. Talvolta in modo ineccepibile, qualche altra con interventi più discutibili. Giorgio Napolitano a più riprese, soprattutto nella parte finale del suo primo settennato e negli ultimi due anni, si è posto quasi nella posizione di un “superministro” della cultura, sollecitando il Governo a fare una scelta di investimento, e non di tagli, in tutto il settore.

Trovo in queste ore indecente la propaganda governativa sotto l’imponente e sconvolgente nudità del David di Michelangelo: con una piccola catastrofe comunicativa fisicamente si percepisce il nanismo politico dell’attuale leadership tedesco-europea, ammalata di un atteggiamento contabile, e la posizione un po’ guascona di chi, come il nostro Presidente del Consiglio, pensa di poter iscrivere il David al nascente Partito della Nazione.

Ma credere nella cultura come bene universale, e come grande opportunità richiede qualcos’altro. La propaganda strumentale attorno ai capolavori dell’arte si esaurisce; ricordo, tempo addietro, quel Consorzio del Prosciutto Crudo che aveva pensato di legare la propria fortuna alla medesima immagine. Richiede un lavoro faticoso, come quello che, non senza limiti, ha cominciato a fare Dario Franceschini in questi mesi. E richiede un incoraggiamento a quanti, fuori e dentro le istituzioni, operosamente si danno da fare per difendere e promuovere la bellezza e la cultura. (continua…)

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L’11 gennaio, a Parigi, potrebbe essere davvero cominciata, sull’onda di un’imponente rivolta popolare, una nuova stagione democratica. Nel punto forse più basso di credibilità delle istituzioni europee, associate nell’immaginario collettivo a politiche di austerità insensate, di recessione e di disoccupazione, in un momento di fortissima delegittimazione della politica, e dei grandi partiti “storici” europei -a partire dalla sfiducia verso i socialisti in Francia-, le stragi jihadiste hanno svegliato da un lungo torpore la coscienza di milioni di persone. La politica, cominciando da François Hollande, ha saputo in queste ore interpretare con sentimento e umiltà le giornate drammatiche che ha vissuto la Francia e, con essa, l’Europa.

Perché e come questo sia successo è ancora presto per dirlo. Sicuramente l’attacco spietato alla cultura e all’arte -con la strage a Charlie Hebdo- e quello antisemita alla gente comune, all’Hyper Cosher di Porte de Vincennes hanno toccato corde profondissime nell’animo di milioni di persone. (continua…)

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Quando si viene a sapere che un milione di cinesi hanno comprato il biglietto aereo per venire in Italia in occasione dell’Expo2015, si comincia ad avere un’idea approssimativa delle dimensioni di questo prossimo evento internazionale. Sarà davvero il primo evento popolare dell’era della globalizzazione dei mercati, nel nostro Paese. La forza di questi numeri travolge anche le polemiche sugli scandali. Bisogna saper operare in modo sobrio e trasparente, anche nella prospettiva della candidatura italiana alle Olimpiadi del 2024: ma rinunciare a questi eventi sarebbe stato e sarebbe un atteggiamento suicida.

La verità è che nel mondo l’Italia -malgrado lo sforzo che in molti stanno facendo per compromettere ogni cosa- è il simbolo della bellezza (l’arte) e della qualità (il cibo, a cui l’Expo di Milano è dedicato). La forza propulsiva di questo messaggio universale sta nell’attualità del Rinascimento, vero e proprio inizio della storia moderna, e di una nuova civiltà globale. (continua…)

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Il “governo amico” precetta i ferrovieri per uno sciopero generale indetto un mese fa, che non ha nulla di selvaggio. Estremisti di ogni tipo possono agire indisturbati, il sindacato confederale deve subire da Maurizio Lupi e da Matteo Renzi un gravissimo atto di imperio. Eppure Renzi, così pronto a rivendicare Enrico Berlinguer nel suo personale Pantheon, avrebbe dovuto imparare dalla vicenda del leader del PCI il rispetto per chi protesta, per le organizzazioni dei lavoratori, per la storia confederale. Ancor di più: il Governo a guida PD dovrebbe salutare una grande giornata di protesta organizzata non da Casa Pound, dalla Lega o dagli anarco-insurrezionalisti, ma da radicate organizzazioni popolari che sono state in ogni momento della storia dell’Italia un baluardo della democrazia. L’assenza della Cisl dallo sciopero di venerdi 12 non giustifica l’atteggiamento ottuso e prepotente delle ore scorse, né il disprezzo con cui le posizioni della CGIL e della UIL sono state accolte nelle settimane passate. Non mi stupirei se qualcuno in questa giornata volesse fomentare disordini o violenze per colpire il sindacato. (continua…)

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C’è qualcosa che fatico a capire della discussione di questi giorni nel Partito Democratico. La minoranza del PD in Direzione si scandalizza per il prossimo appuntamento della Leopolda: e questo avviene dopo aver sostanzialmente dato un via libera alla una svolta moderata -dai temi dei diritti dei lavoratori all’impostazione della legge di stabilità- impressa da Matteo Renzi in materia economico-sociale.

Non capisco dove sia il problema della Leopolda. La domanda che è stata fatta -”cos’è la Leopolda”- ha una sola risposta: è una riunione larga, aperta, interessante di una corrente. Cor-ren-te! Niente di male o di grave. E’ stata una corrente di minoranza, per quattro anni, e ora è una corrente di maggioranza del PD, che guida e controlla il Governo del Paese. Non vi è nulla di illecito, né di moralmente riprovevole. La corrente della Leopolda non ha mai neppure nascosto il proprio programma -ricordo la profetica arringa del finanziere Davide Serra contro il sindacato, dipinto come il peggior male dell’Italia-. Certamente oggi Renzi dovrà fare più attenzione, viste le responsabilità che riveste. Fa anche bene, proprio perché è vero il contrario, a negare che la Leopolda sia un partito nel partito, o un superpartito che ha la governance -come un azionista di maggioranza- del PD. (continua…)

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Qualcuno ha ricordato che ero al timone del Partito -allora i DS- quando l’Unità sospese le pubblicazioni nel luglio del 2000. La tragedia di quelle ore, documentata anche in tv e al cinema, con i giornalisti che protestavano sotto la sede delle Botteghe Oscure, dal punto di vista della proprietà pesò fortemente sulle mie spalle. Poco importava in quelle ore che negli anni precedenti ci fossero state gestioni “allegre” del giornale, e che l’immenso debito dell’Unità pesasse come voce fondamentale sul debito storico del PCI-PDS; e poco importava che sempre in quegli anni, nei tentativi fallimentari di portare privati nel giornale, fossero stati coinvolti imprenditori di dubbia fama. In quei mesi venne lasciata anche Botteghe Oscure, e cominciò la grande alienazione del patrimonio immobiliare del PCI-PDS, per pagare o consolidare un debito accumulato nella storia. (continua…)

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