Archivio per la Categoria “Diario”

Il mio diario

Il tassista che ci porta all’aeroporto di Orly, domenica nel pomeriggio, è visibilmente provato. Silenzioso, e gentile, si intuiscono le sue origini maghrebine. Dopo un po’, con mia moglie, riusciamo a parlare di quanto è successo. No, non era in servizio quella maledetta sera di venerdi 13 novembre, quando anche noi, in un ristorante, apprese le prime terribili notizie dai nostri smartphone, insieme a una mia cugina parigina, avevamo provato a cercare un taxi per tornare a casa. Tutti i taxi che passavano, accanto allo sfrecciare delle ambulanze e dei mezzi della polizia, avevano la luce rossa, anche se erano liberi. E così avevamo fatto il tragitto a piedi, fermati dalla polizia che era stata messa a presidiare le aree più centrali, che in modo concitato ci aveva invitato a raggiungere rapidamente la nostra abitazione. (continua…)

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Nell’epoca in cui si è scritto e si è detto in modo un po’ precipitoso che il libro, come oggetto fisico, è destinato a scomparire, e che con la sua scomparsa tutta la cultura si smaterializza, esporre il manoscritto di un testo, come quello di Alessandro Manzoni sull’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla, è un atto politico. Qui, accanto ai busti dei grandi dell’Italia, il manoscritto di Manzoni è l’occasione di un’emozione inedita, per i parlamentari e per i visitatori, nel luogo dove si esercita la sovranità popolare della Repubblica. (continua…)

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Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Articolo 49. Costituzione della Repubblica Italiana. Sta nella negazione di questo principio la ragione più profonda delle dimensioni della questione morale, rappresentate plasticamente da Mafia Capitale. Si fa fatica a stare dietro la cronaca, tanto racconta la degenerazione profonda e diffusa della politica. Ma il problema non si risolve solo togliendo le mele marce: non solo perché non si sa quante di sane rimarrebbero sull’albero. Forse tante, ma destinate ad ammalarsi anche loro. E’ la pianta che è malata. (continua…)

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Da www.artemagazine.it di oggi

Tomaso Montanari, considerato dalla casta della cultura dei salotti benpensanti , la voce della verità sui beni culturali -non si capisce per quali meriti scientifici- nel suo recente libretto (“Privati del patrimonio”) ritorna, in una sorta di ossessione, su quelli che considera i grandi distruttori del patrimonio culturale, tra cui l’Associazione che presiedo e il sottoscritto. Il libretto, infarcito di dati imprecisi e superficiali, è la prova di cosa sia la doppia morale per certi rivoluzionari a parole. (continua…)

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Una manifestazione imponente, positiva, serena. Non ho sentito, attraversando i fiumi che con fatica andavano e venivano da San Giovanni, odio o disprezzo nei confronti di Matteoi Renzi. Ho sentito rabbia e dignità. E’ stata la forza della dignità -delle persone, dei lavoratori, dell’Italia che lavora e produce-, e la rabbia per come nella crisi di questi anni la dignità è stata calpestata, la molla che ha spinto un immenso popolo a invadere Roma. Come è stato ricordato, nel 1994 e nel 2002 il popolo della CGIL in piazza contrastava le scelte di Silvio Berlusconi, e in quelle piazze c’era il fattore B. Oggi invece il popolo progressista, dei lavori, con migliaia e migliaia di quei precari e finte partite IVA a favore delle quali sarebbe stato fatto il colpo di mano sull’articolo 18, e che invece erano per le vie della Capitale, non era mosso da un fattore R, contro Renzi. Era mosso dalla consapevolezza, che in verità fino a poco fa era di tutto il Partito democratico, che cancellando l’articolo 18 si indebolisce la forza collettiva del lavoro, la sua capacità, nella società fluida, di pesare, contrattare, affermare il proprio punto di vista, a partire proprio dal lavoro più debole e meno tutelato. (continua…)

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Qualcuno ha ricordato che ero al timone del Partito -allora i DS- quando l’Unità sospese le pubblicazioni nel luglio del 2000. La tragedia di quelle ore, documentata anche in tv e al cinema, con i giornalisti che protestavano sotto la sede delle Botteghe Oscure, dal punto di vista della proprietà pesò fortemente sulle mie spalle. Poco importava in quelle ore che negli anni precedenti ci fossero state gestioni “allegre” del giornale, e che l’immenso debito dell’Unità pesasse come voce fondamentale sul debito storico del PCI-PDS; e poco importava che sempre in quegli anni, nei tentativi fallimentari di portare privati nel giornale, fossero stati coinvolti imprenditori di dubbia fama. In quei mesi venne lasciata anche Botteghe Oscure, e cominciò la grande alienazione del patrimonio immobiliare del PCI-PDS, per pagare o consolidare un debito accumulato nella storia. (continua…)

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Uomini di frontiera, è difficile trovarne. In alto, è facile: protetti dai libri e da sicuri portafogli”. Era un caldissimo giorno di luglio del 1978. La Padova della militarizzazione della politica rendeva difficile -dopo il ‘77, le gambizzazioni e gli attentati di autonomia operaia e le azioni violente dello squadrismo di estrema destra- pensare la politica in termini di conflitto pacifico. Tom Benetollo ci provava, e scrisse a me, giovanissimo segretario della FGCI veneta, una lunga “Dedica alla cinese” che cominciava così. Quella dedica la conservo sempre appesa dietro alla mia scrivania.

Dieci anni dopo quella scomparsa tragica e improvvisa, la parola che più mi rimbalza nella mente è frontiera. Tom era uomo di frontiera, e dell’abbattimento di dogane, confini, muri ha fatto la ragione della sua esistenza, così ingiustamente breve. Sapeva bene -venendo dalla campagna, orfano di padre da giovane, con la sua adorata mamma Italia, Tom che aveva brillato negli studi diventando un intellettuale autodidatta come pochi- che chi non è “in alto”, se sbaglia un bivio, paga nella vita.

Bisogna muoversi “senza mai tornare, come mobili stelle polari”. Ed essere rapidi -negli anni ‘70, non nell’era di un twit-, anzi “più rapidi di questo mondo che vuole coglierci e ingessarci nella sua vecchiaia”.

La vita pubblica di Tom Benetollo è stata segnata da tre distinte fasi. La prima, negli anni 70, quella dell’impegno politico a Padova e in Veneto, segnata dall’iniziativa per difendere lo spazio della partecipazione, negli anni delle spranghe, delle molotov e delle P.38. La seconda, quella del tentativo, nella FGCI nazionale e poi nella sezione esteri del PCI, di far prevalere un’impronta pacifista, contro i blocchi, promuovendo e organizzando il grande movimento contro i missili nucleari. E la terza, quella nell’ARCI, fino a diventarne Presidente, e a cambiare i connotati della più grande associazione culturale italiana, come si vedrà dai fatti di Genova, nel 2001, fino alla sua scomparsa tre anni dopo. (continua…)

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Il trentennale della morte è già stato un’occasione molto importante per meditare sull’opera di Enrico Berlinguer.

A Walter Veltroni occorre riconoscere il merito di aver costruito, col film di cui è stato regista e col libro che ha seguito quella produzione, un evento popolare, di memoria collettiva. Tuttavia Veltroni, in compagnia di molti altri, compie un’operazione revisionistica a senso unico, dando quasi l’impressione di voler iscrivere Enrico Berlinguer al Partito Democratico, venticinque anni prima della sua fondazione; identificando il leader del PCI col solo compromesso storico, e dipingendo la sua ultima stagione -salvo che per la questione morale- come un ripiegamento settario.

Proprio sulla questione morale -nelle ore degli scandali del Mose e dell’Expo, e del coinvolgimento di settori dello stesso PD in questi scandali- occorrerebbe prima di tutto riflettere: e domandarsi quanto la personalizzazione estrema della politica del tempo presente (coi costi che comporta) e il venir meno di un’etica condivisa abbiano aperto la strada ad una nuova tragica degenerazione della politica. Chissà che parole avrebbe usato Berlinguer a fronte di scandali come questi! (continua…)

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(qui di seguito il mio intervento all’inaugurazione a Padova della piazzetta Gianfranco Folena)

E’ il tempo che regola tutti i conti. Che decide, a volte in modo implacabile, la differenza tra la cronaca e la storia. Che fa discernere tra le cose effimere e quelle davvero importanti.

Intitolare una piazza, creare questa piazza, scoprire questa lapide vuol dire essersi sottoposti, nei ventidue anni dopo la morte di nostro padre, al giudizio più decisivo: quello che regola il ciclo della vita, dal miracolo della nuova nascita al mistero della morte alla memoria come ri-nascimento.

Un omaggio dovuto ad una grande personalità -della cultura, della scienza, dell’economia, della politica, della nazione- è una via, magari in un anonimo nuovo quartiere. Qui, davanti a Palazzo Maldura, della cui istituzione universitaria nostro padre fu protagonista (quando lo storico Liviano non bastava più all’organizzazione della didattica e della ricerca dei saperi umanistici), una nuova piazzetta pedonale, un’epigrafe -per Gianfranco, che tanto amava leggerle ed interpretarle- sono il riconoscimento duraturo di cosa ha rappresentato Gianfranco Folena per l’Ateneo patavino, per la città e la cultura veneta e, da qui, per la cultura italiana ed europea. Nostro padre scelse di rimanere a Padova, anche quando noi giovanissimi figli, con nostra madre Lizbeth, avremmo gioito per un trasferimento a Firenze, o a Roma, a più riprese proposto.

Di questa scelta io, mia sorella Lucia e mia sorella Nora, mia moglie Andrea, e l’ultima generazione di folenotteri -Lucrezia e Gianfranco il Giovane, che sono qui, e Giampaolo e Camilla che sono all’Università di Roma impegnati negli studi-, rendiamo grazie al Comune di Padova e all’Ateneo, e in primo luogo a Flavio Zanonato che, allora Sindaco, accolse con passione e con amicizia (lui che, come ricordò alla Camera l’anno scorso, aveva frequentato casa Folena, quando anche tanta politica passava di lì; e aveva conosciuto Lizbeth, impegnata nei Cristiani per il Socialismo, e Gianfranco, socialista anch’egli) la proposta contenuta in una nostra lettera, e fortemente sostenuta da Michele Cortellazzo, Direttore del Dipartimento, e dall’Università.

Il luogo individuato, l’arredamento urbano, semplice ed amichevole, che rende l’uscita da Palazzo Maldura agli studenti e ai professori più sicura e più conviviale, il rigore filologico -direi più precisamente- che tanto sarebbe piaciuto a nonno Gianfranco, di questa operazione, raccontano davvero in tempi incerti cosa sia la Buona Amministrazione.

Se dovessi dire che cosa, fra dieci, venti, trent’anni, mi piacerebbe ricordasse all’inconsapevole passante, o al giovanissimo studente questa piazza, che cosa mi piacerebbe fosse essa divenuta, risponderei: “ la piazza della parola”. Non solo la piazza della memoria di un grande intellettuale italiano del ‘900 che per la parola nutriva un’autentica passione -come ha scritto di lui Giulio Ferroni-, ma la piazza della ricerca della parola -della sua origine e della sua scomparsa, la parola come la vita- e della lotta (di cui ricordando Gianfranco Folena abbiamo parlato alla Camera dei Deputati nel già citato convegno nel ventennale della sua scomparsa) per salvare le parole, per contrastare chi le stravolge, addirittura ne rovescia il significato o sistematicamente le sopprime -come Symi con la sua neolingua , in 1984 di George Orwell-: o semplicemente chi pensa che la ricchezza del linguaggio possa essere per sempre e obbligatoriamente compressa nei 160 caratteri di un twit.

Ci sarebbe piaciuto sentire le riflessioni di Gianfranco su Twitter, Facebook e la lingua dei network sociali…altri, partendo dal suo insegnamento e dalla ricerca che nostro padre aveva cominciato, lo stanno facendo.

La piazza della parola, quindi: anche della “ciacola” -come strumento di socializzazione, come network sociale d’altri tempi (Facebook è un luogo di “ciacole”), come piazza fisica, e non solo virtuale per la diversità culturale, per la difesa della lingua italiana, per l’Italiano in Europa, come lingua della cultura, dell’arte e del bello.

Un pensiero affettuoso e dolce va infine a chi oggi non è con noi, in questa piazza: a nostro fratello Andrea, e alla sua grande inquietudine nel vivere; e a nostra madre Lizbeth, pittrice, poetessa, intellettuale, di profonda cultura francese, che accompagnò la ricerca e il lavoro di Gianfranco, in questa città, con passione e dedizione.

Piace pensare lì, in qualche punto del non-finito, al volto di nonno Gianfranco, dipinto da Lizbeth, che con un sorriso toscano guarda la piccola folla riunita davanti al “suo” Palazzo Maldura; e che con orgoglio etrusco -perché era profondamente etrusco- saluta anch’egli la nuova piazzetta pedonale Gianfranco Folena.

Padova, 5 maggio 2014

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Lunedi 5 maggio, a Padova, verrà inaugurata la piazzetta Gianfranco Folena. L’allora sindaco Flavio Zanonato accolse due anni fa la richiesta mia e delle mie sorelle, a cui si associò l’Università di Padova. Il Comune ha individuato la sede più consona per ricordare la scelta di vita che mio padre fece decidendo di rimanere per tutta la vita a Padova, dedicandosi ai suoi allievi, e alla sua famiglia, a partire da Lizbeth, nostra madre: la piccola piazzetta pedonale davanti a Palazzo Maldura, luogo del lavoro didattico e di ricerca di Gianfranco.

invitopiazzettafolena

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