Archivio per la Categoria “Diario”
Da Epolis di oggi
Le polemiche nel Pdl delle ultime ore lasciano presagire un epilogo drammatico della vicenda che sta scuotendo il principale partito italiano negli ultimi mesi. Dal 19 luglio in poi -quando materialmente Fini, a Palermo, ha preso le distanze dagli uomini del suo partito sgraditi ai familiari di Borsellino e al complesso delle forze antimafia- la situazione è rapidamente degenerata, quasi fuori controllo. C’è un’opinione pubblica fortemente caratterizzata nella difesa della legalità a cui Fini e il suo gruppo hanno scelto di rispondere. Se così fosse davvero ancora nei prossimi giorni, la rottura finale sarebbe rapida e inevitabile. (continua…)
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Michele Sartori. l’Unità del 7 giugno 2004
PADOVA La sera prima era a Genova. A Padova era arrivato a mezzogiorno e mezzo, in auto. Non ci veniva da dieci anni, l’ultimo comizio lo aveva fatto per il referendum sul divorzio. Specchio di un’epoca ormai sostituita da una mobilità frenetica. A Padova era atteso al casello dal segretario del Pci Flavio Zanonato; era andato all’hotel Plaza, stanza 421, una piccola camera senza pretese, per rinfrescarsi. Pranzo molto leggero, col fedelissimo Antonio Tatò che già brontolava per «il pesce di ieri sera che forse ti ha fatto male». Un riposino. Poi si era messo a scrivere il discorso. «Scriveva sempre personalmente i suoi discorsi, dalla prima all’ultima parola», sorride Zanonato.
«Discorsi tutti diversi – aggiunge Zanonato- sempre molto legati alle città in cui si trovava. Parlava poco, ma quando parlava , parlava sul serio: erano documenti».
Era cominciato così il 7 giugno 1984 di Enrico Berlinguer. Poi un incontro con gli operai della Galileo in crisi. Verso sera, una passeggiata a piedi verso piazza della Frutta, per il suo ultimo comizio. I padovani lo riconoscevano, lo fermavano, lo salutavano: non solo i comunisti. Un po’ piovigginava, un po’ no. La piazza era strapiena; un discorso di Berlinguer era un evento. Piena e allegra. Poi, «all’improvviso l’atmosfera è cambiata, è virata dal bianco al nero istantaneamente, come una foto quando la sviluppi», ricorda lo scultore Elio Armano, che allora stava sul palco in qualità di «sindaco rosso» – una mosca bianca – di un comune vicino. A tre quarti del discorso Berlinguer aveva cominciato a sentirsi male. Soffriva, faticava, le parole si inceppavano. (continua…)
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Da Epolis di oggi
Per la prima volta da più di un quindicennio – vale a dire dalla storica “discesa in campo” – la gioiosa macchina da guerra berlusconiana appare vicina a un collasso dalle imprevedibili conseguenze. Neppure in un altro momento critico, quando la Lega abbandonò Berlusconi, nel 95, la situazione era paragonabile ad ora. Alla luce degli eventi di questo lungo periodo della storia repubblicana, infatti, quello appare come un passaggio nella costruzione di un micidiale sistema di alleanze, in primis con la Lega Nord, incentrato su un partito personale senza contestazioni. Che il rafforzamento elettorale della Lega, oltre ogni precedente, segnalasse nell’ultimo biennio un’anomalia destinata a pesare, lo avevamo previsto in molti. Ma oggi, in un tempo solo, vengono al pettine tre nodi. Il primo è la questione economico-sociale, perché, pur avendo retto nella prima fase della recente crisi mondiale, oggi l’Italia appare col fiato molto corto e , comunque vada la manovra con le sue correzioni, colpita da un intervento tanto massiccio quanto incapace di promuovere crescita e sviluppo. La coalizione sociale che in modo maggioritario aveva votato Berlusconi due anni fa si sta scomponendo, e il rischio di un’implosione senza controllo è forte. Lo scontro tra le Regioni e il Governo, malgrado i pompieri Zaia e Cota, rivela questo, basti pensare alla Lombardia di Formigoni. Il secondo nodo è la questione morale, che da anni scuote il Paese e accentua lo scollamento tra la rappresentanza politica e l’opinione pubblica: ma negli ultimi sei mesi le inchieste hanno rivelato uno spaccato al di là di ogni immaginazione, che devasta la vita interna del PdL e della maggioranza. La legittima aspettativa di un passo indietro da parte di Verdini è diventata, nelle ultime ore, l’ultima occasione di uno scontro nel centro-destra sulla legalità. Finisce così il teorema di un quindicennio (toghe rosse, e coalizione berlusconiana compatta contro di loro). L’ultimo nodo è la questione politica. La legittima tentazione, suggerita da Letta e dai suoi potenti amici della finanza, di imbarcare l’Udc, si sta rivelando un acceleratore di crisi. La durissima reazione della Lega inchioda Berlusconi allo stato di cose esistente. Ha ragione quindi il Presidente del Senato quando dice che solo un patto strategico tra Berlusconi e Fini potrebbe cambiare le cose e, aggiungo, salvare la maggioranza. Ma un’eventualità di questo genere appare remota. (continua…)
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Da Epolis di oggi
Brancher, con un atto di responsabilità, ha levato la prima spina conficcata nel governo Berlusconi. Che la sua nomina fosse stata un clamoroso ed incomprensibile autogol, lo avevamo scritto su queste colonne. Meglio una marcia indietro, a costo di coprirsi di ridicolo, che insistere con una mina ad altissimo valore esplosivo. Ma in questa torrida settimana di luglio, di spine ne rimangono almeno altre tre, nella maggioranza; e se non venissero rapidamente estratte finirebbero col far cadere il Governo: la manovra, con un braccio di ferro con le Regioni che ha aperto una contrapposizione tra il premier e Tremonti; le intercettazioni, dove il fare presto (per dare una lezione a Fini) contrasta in modo incomponibile col fare bene (via obbligata affinché il Quirinale superi le sue fondatissime obiezioni di costituzionalità); la vita interna del PdL, tra una voglia di liberarsi del dissenso finiano (con una complicata operazione neo-stalinista) e l’idea di una federazione-Pdl, anticamera della fine del partito unico di centro-destra. (continua…)
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Da Epolis di oggi
Per la prima volta nella sua storia, la Lega Nord – o almeno un suo assai importante esponente, Roberto Calderoli – sembra essere scivolata in un pantano di potere, assai lontano dall’immagine dura e pura così gradita a militanti e elettori di questo partito in tanto impetuosa crescita. La vicenda Brancher -vera e propria buccia di banana della maggioranza – può diventare un affaire dai contorni torbidi e poco chiari. Ricapitoliamo. All’improvviso Aldo Brancher – uomo forte del gruppo economico di Berlusconi, plurindagato e vero ufficiale di collegamento tra il premier e la Lega (considerato dai leghisti come e più di un proprio esponente)-diventa ministro: l’unico in quota Pdl-Lega. Ma non ministro dello sviluppo economico – dopo le dimissioni di Scaiola-, né dell’Agricoltura – per allontanare l’odiato Galan: ministro del federalismo, in un governo che ha già un ministro delle Riforme (Bossi) e un Ministro degli Affari Regionali (Fitto), oltreché un Ministro per la Semplificazione Normativa (Calderoli). Il giovane Fitto, colpito a sorpresa, abbozza e Il ministro daccetta. Il saggio Bossi, sorpreso, specifica che di federalismo Brancher non si occuperà. La versione più veritiera sembra fornirla l’amico e sodale di Brancher, Roberto Calderoli, con ogni probabilità coautore di questo grande pasticcio. Brancher sarà ministro del federalismo senza poterlo dire. Forse Famiglia Cristiana ha coniato la definizione (continua…)
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E’ scomparso Edoardo Sanguineti, un grandissimo del 900
dal Corriere della Sera di oggi
Quel riflesso primordiale addomesticato dalla società Ma nel mercato planetario far ridere è arma di potere
L’uomo è l’animale che ride. So benissimo che molti etologi alla Lorenz, e una quantità di «-ologi» senza fine, sono pronti a smentirmi con infiniti argomenti. Ma devo confessare che, personalmente, inclino a schierarmi con quel saggio autore della vita del grande Gargantua, padre di Pantagruel (libro pieno di pantagruelismo, diceva), il quale, rivolgendosi ai propri lettori, ricordava che è meglio scrivere di riso che di lacrime, perché ridere è ciò che è proprio dell’uomo. Nel testo, Rabelais proclama, meglio e più precisamente, che appunto «mieux est de ris que des larmes escrire, pour ce que rire est le propre de l’homme».
Mi piace dire, e lo dico ad ogni occasione propizia, e anche quando propizia non è, che l’uomo nasce animale, e con molta pena e travaglio, suo e di chi lo umanizza, o si sforza di farlo, si fa umano, trasferendosi dalla sua naturale animalità alle sfere della società e della storia. Quest’operazione, per un groddeckiano come sono, dà risultati modestissimi. Ma l’orizzonte della cultura, che si giuoca per intiero tra Eros e Thanatos, non ha contenuti diversi. Chiunque abbia la pazienza di osservare un neonato, un bambino, un infante qualunque, sa perfettamente che un riflesso banale quale è il sorriso viene addomesticato, o vogliamo dire umanizzato, battezzandolo come sorriso. Che sia un effetto di mera soddisfazione digestiva, un segnale radicato più o meno in comportamenti gastrici, mi appare ipotesi ragionevole, e statisticamente diffusa. Chi ha voglia e pazienza, può impegnarsi anche nell’interpretazione di quel «risu cognoscere matrem », cui si esorta il «parvus puer» di Virgilio. (continua…)
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Da Epolis di oggi
La manovra economica lacrime e sangue, prospettata dal Governo in queste ore (un’operazione da 25 miliardi, che può essere realizzata solo con quelli che eufemisticamente vengono chiamati tagli strutturali), esplode nel dibattito politico nel momento più difficile, dall’inizio della legislatura, dell’attuale maggioranza. Dopo la rottura di Fini, infatti, si è configurata una questione morale – connessa agli sviluppi dell’inchiesta sul G8 – diffusa e incontrollata, una metastasi che sta colpendo organi vitali (sfiorando addirittura importanti settori del potere vaticano) e che non permette a Berlusconi di risolvere il problema parlando di toghe rosse. Egli stesso appare sorpreso e spiazzato dal grado di contaminazione che il sistema di potere costruito attorno alla sua figura ha oramai raggiunto. E tuttavia – in una fase di caduta di popolarità – anch’egli sa bene che è l’intero sistema politico, nessuno escluso, ad uscire agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica come delegittimato. L’indignazione (specie quando si tocca il bene più prezioso per gli italiani, la casa) è paragonabile a quella del 92-93, e si può infiammare in un attimo.
E qui viene la manovra economica. Come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, la crisi greca e la crisi europea – in particolare dell’Euro – espongono i paesi più in difficoltà. L’Italia ha un avvio di ripresa meno sostenuto rispetto a Germania e Francia, ha un rapporto deficit-Pil più basso rispetto a quello degli altri paesi importanti dell’Unione ma ha un rapporto debito-Pil storicamente elevatissimo, che ha ripreso negli ultimi anni a crescere. Nei primi quattro mesi del 2010, inoltre, in piena crisi, l’evasione fiscale è cresciuta del 6.7%. Come si fanno, allora, a prospettare tagli alle retribuzioni, alle pensioni, al welfare, alla scuola ? Questa è la benzina che può infiammare l’indignazione. A ben poco servono piccole riduzioni dei privilegi di politici e manager, se coprono un’operazione di questa natura. Ben venga invece una politica di redistribuzione: tassa sui grandi patrimoni, sui grandi guadagni in borsa, sulle speculazioni finanziarie (si pensi al caso della telefonia), e, sì, su grands commis pubblici e politici. Ben venga un contributo economico della classe dirigente del Paese: non un’elemosina. Ma per fare tutto questo il Governo e il premier hanno l’obbligo di un discorso di verità, mettendo da parte la propaganda. Se ci fosse, l’opposizione avrebbe per parte sua l’obbligo di avanzare una proposta concreta che tenga conto della rabbia profonda e sommessa che attraversa il Paese.
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Questo pezzo doveva uscire su Epolis il Primo Maggio, ma Epolis non è uscito per problemi con lo stampatore
Le polemiche, in molte città, sull’apertura dei negozi il 1° maggio, festa del lavoro, raccontano bene di questo tempo. La festa del lavoro, infatti, se ha da essere – e ha da essere, non fosse altro che per rendere onore ai lavoratori che si batterono per le otto ore, nella seconda parte dell’Ottocento – non può essere relegata ad una mera festività. Già, nella contemporaneità, il lavoro domenicale – giorno di riposo, di preghiera, di comunità familiare – è stato violato prepotentemente dalla logica dei grandi centri commerciali, degli outlet, dei luoghi del consumo di massa. Di domenica lavorano più precari, più sfruttati, più sottopagati rispetto ai normali giorni lavorativi. Ma che si pensi che la modernità nasca dall’apertura degli esercizi commerciali il primo maggio, la dice lunga sulla pochezza della cultura politica e dei valori di tanti esponenti e amministratori locali. (continua…)
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Da Epolis di oggi
Il sorpasso negli USA da parte di Facebook di Google, nell’ultima settimana (considerando i click sulla home page) è solo l’ultima conferma della rapidità dell’esplosione dei social network. La rete è a una svolta: da straordinario luogo di ricerca individuale (Google) e collettiva (Wikipedia) diventa una forma – talvolta la forma – della socializzazione e della costruzione di comunità. Ha già conosciuto grandi esperienze politiche vincenti (l’elezione di Obama, in cui i social network hanno giocato un ruolo importante) e ora, come fu per Google anni fa, Facebook conosce una rapida valorizzazione pubblicitaria e economica. Non si può negare il fatto che oggi è sempre più difficile resistere a Facebook, rimanendone fuori, e per chi ha un ruolo pubblico o sociale è praticamente impossibile. (continua…)
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Dal primo numero di Paese Sera – L’inchiesta, settimanale free press, dove tengo la rubrica delle lettere
“Madame nostalgie”, cantava Serge Reggiani. Madame nostalgie, viene da cantare ritrovando Paese Sera, anima di Roma rossa e popolare. Mario Papetti, uno dei giornalisti dell’antica testata, ce lo ricorda, coi suoi auguri. E così l’operaio e sindacalista della Fatme, Maurizio Elissandrini, che ricorda a Papetti e a tutti noi le battaglie operaie fatte sulla via Anagnina, come sulle altre consolari. Giuseppina e Lory raccontano come da bambine hanno imparato a leggere su Paese Sera. Con queste tre lettere, altre centinaia, visibili sull’edizione on-line, narrano una storia, un’amarezza per il presente, una speranza per domani. E’ un’operazione vintage, e non occorre vergognarsene. La sinistra, con troppa leggerezza, ha mandato al macero simboli e miti del proprio passato, senza interrogarsi sullo sradicamento e sulla crisi di senso che il nuovismo senza radici producevano nella società. (continua…)
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