E’ necessario “alzare un po’ più spesso, e con fatica, lo sguardo, ad un futuro lontano e ad una storia gigantesca”. Quella di alzare lo sguardo era una convinzione radicata in Lucio Magri -che concluse così il suo intervento a un seminario dei giovani di Rifondazione Comunista nel 2010, poco tempo prima della scelta di morire raggiungendo così la sua amata compagna di vita-, che spesso aveva rivolto ai giovani di altre generazioni e in altri momenti storici. Il merito del saggio di Simone Oggionni, giovane storico, oltreché appassionato militante della sinistra, dedicato alla figura di questo personaggio atipico ed eretico (S.Oggionni, “Lucio Magri. Non post-comunista, ma neo-comunista”, edizioni Efesto, Roma 2021), è quello di ripercorrere, proprio nell’anno in cui ricorre il centenario del PCI, una biografia in parte ancora sconosciuta, che testimonia anch’essa quanto il PCI fu una creatura originale e anomala nel panorama internazionale. Leggi il resto di questo articolo »

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Non c’è dubbio alcuno sul fatto che la formazione del Governo presieduto da Mario Draghi rappresenti una doppia sconfitta, per la politica e per il Partito Democratico. Per la politica, perché la malattia del sistema italiano purtroppo si conferma molto grave, e per il PD che vede sgretolarsi la fragile strategia politicista imbastita con i grillini.

Recentemente ho cercato di esaminare (in Servirsi del Popolo, La nave di Teseo, 2020) le ragioni di questa malattia, da ricercare in una deriva verticistica, elitaria, in definitiva antidemocratica delle classi dirigenti del Paese, e non solo di quelle dei partiti. In questa legislatura molto strana, nella quale a livello popolare c’erano stati due vincitori (il centrodestra, a guida salviniana, e il M5S) e un perdente, il PD, il gioco delle alleanze a un certo punto, dopo lo schianto della maggioranza gialloverde, sembrava aver preso la strada della costruzione di un nuovo polo democratico e progressista, rappresentato dal Governo Conte bis. La crisi aperta da Matteo Renzi, strumento nelle mani dei poteri forti del Paese, ha frantumato questa ipotesi, creando un’assoluta anomalia nell’Europa, quella di un’alleanza tecnico-politica che vede insieme sovranisti, per l’occasione mascherati, e europeisti, a forte guida dei gruppi economico-finanziari dominanti. L’obiettivo di FCA, il cui core-business industriale dell’automobile è ormai assorbito dalla nuova guida a trazione francese di Stellantis, è quello di mettere le mani sui 209 miliardi di euro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, insieme al gruppo Berlusconi, a Benetton, alle grandi banche e alle grandi aziende pubbliche, e ad altri partners della solita cordata di liberisti all’amatriciana, pronti a socializzare le perdite e a privatizzare i profitti. Leggi il resto di questo articolo »

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(Strisciarossa, 15 febbraio 2021)

La sinistra (mi riferisco alle sue idee, e alle forze che seppur timidamente si richiamano ai suoi valori) svolge una funzione ancillare nella potente operazione che la grande borghesia italiana ha avviato col governo Draghi. Si tratta di una borghesia il cui carattere, con molte lodevoli eccezioni, più che imprenditore, è prenditore, e talvolta persino predatorio, e che segna indelebilmente la nuova stagione politica italiana.

Le correnti del PD che controllano i gruppi parlamentari hanno espresso tre ministri, sicuramente competenti, tutti maschi, tutti e tre del nord del Paese, collocati in dicasteri in cui possano disturbare il meno possibile l’allocazione e la gestione delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Dario Franceschini, che ha fatto un buon lavoro negli anni passati per rilanciare la cultura come componente importante di un nuovo sviluppo, si vede sottrarre, per ragioni di equilibrio politico, il turismo, con una scelta sinceramente insensata. Andrea Orlando sarà un ottimo interlocutore per il sindacato, e non mi sfugge l’importanza di questa scelta. Lorenzo Guerini, nella migliore tradizione democristiana, è stato invisibile. Anche Roberto Speranza, espresso da Articolo Uno, vede giustamente riconfermato il suo ruolo nella gestione sanitaria della più grave emergenza del secondo dopoguerra. Ma tutto ciò non basta a dare un ruolo centrale al Partito Democratico e a quanto altro resta della sinistra. L’assenza di figure femminili della sinistra nel Governo è, per il PD, una scelta insensata e suicida. Leggi il resto di questo articolo »

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Nella mia esistenza il PCI, di cui oggi si celebrano i cento anni, è stato soprattutto un sentimento. Intendo dire che appartiene al mondo delle emozioni, degli affetti, dei legami familiari. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia biologica colta, progressista, speciale. Di mio padre -Gianfranco Folena, grande umanista del secondo Novecento- stiamo celebrando il centenario della nascita. Ecco: di seguito viene questo padre morale, il PCI, che è stato anche madre, nella capacità di cura e di amore, e fratello, nell’essere comunità di compagni e compagne, di “fratelli” (come dicono gli africani, e gli afroamericani: brotherfrère).

Sarà banale, quindi, ma per me il PCI è stato una famiglia, anzi “la” famiglia, che in certi momenti della giovinezza e dell’età adulta ha soppiantato la famiglia biologica, addirittura sottovalutando -e non me lo sono mai perdonato- la necessità di “curare” alcuni dei miei affetti originari.

Dire questo non vuol dire ridurre ad una sfera emozionale o sentimentale la storia del PCI, e quella delle nostre vicende individuali e collettive nel PCI. Ci sono nodi complessi da studiare, per comprendere le ragioni storiche della fine del comunismo italiano, rispetto ai quali mi sembra del tutto semplicistico riaprire un dibattito antico, se il PCI dopo la “svolta di Salerno” è stato una forza riformista, oppure se semplicemente aveva ragione il socialismo e il nuovo partito, il 21 gennaio del 1921, è nato da un errore politico.

A me sembra che solo chi è accecato da antichi rancori possa negare il fatto che il PCI sia stato una forza autenticamente democratica, dalla Resistenza e dalla Costituzione in poi. E che, malgrado i gravissimi ritardi maturati nel giudizio sull’esperienza sovietica e con quel mondo, la scelta democratica -chiamata in modo un po’ ambiguo “via italiana al socialismo”, e poi con Enrico Berlinguer “eurocomunismo”, e terza via, tra il vecchio riformismo e il mondo comunista sovietico- sia stata netta e radicale.

Il cuore del pensiero dell’ultimo Berlinguer -che come qualcuno sa a me appare culturalmente e idealmente il più interessante e innovativo- è quello di ripensare una forza di trasformazione, capace addirittura di agire a livello globale (ricordate il berlingueriano “governo del mondo”), perché il mondo socialdemocratico e riformista, col quale c’era una prossimità crescente (si pensi al rapporto con Willy Brandt, capo della socialdemocrazia tedesca, e con lo svedese Olof Palme), appariva chiuso nei confini nazionali. La morte di Berlinguer interruppe, o frenò quella ricerca, aprendo la strada a un pensiero riformista più classico, fortemente intriso di visioni neo-liberali, e poi segnato da una visione governista (come in tanti, a partire da Emanuele Macaluso, che oggi ricordiamo, hanno denunciato).

Oggi si fa fatica a intravedere un pensiero di sinistra che abbia questo respiro e questa forza, e si trova invece nella visione del mondo e delle cose di Papa Francesco un’impressionante sintonia col tentativo dell’ultimo Berlinguer. Tre anni fa ho cercato plasticamente di raccontare questa sintonia, lavorando sui testi messi a confronto, in Enrico e Francesco, pensieri lunghi (ed.Castelvecchi).

Il PCI è stato una forza del popolo, radicato, non a caso, nelle Case del popolo, che ha contribuito a alfabetizzarlo (nelle sezioni c’erano gli unici libri a disposizione per lavoratori e famiglie che non ne avevano) e a educarlo alla democrazia. E’ vero che c’erano antiche velleità rivoluzionarie, vecchia maniera, così come nuovi fermenti giovanili, negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Ma è stata condotta una lotta politica e culturale senza quartiere contro le scorciatoie violente e rivoluzionarie, culminata nel decisivo contributo dato dai comunisti italiani nella lotta contro il partito armato e contro il terrorismo.

Il nodo che mi sembra si presenti alla riflessione è quello del valore della libertà, come fondamento, e non come effetto, di una visione basata sull’uguaglianza e sulla fraternità. La trasformazione della società non può avvenire solo con necessarie riforme di struttura e cambiamenti del modello di sviluppo: deve avvenire anche attraverso una liberazione individuale. Più leggiamo Antonio Gramsci, e più si coglie questa ispirazione, che tuttavia non ha trovato lo spazio adeguato nel programma politico e nell’organizzazione del PCI. A partire dal tema del protagonismo femminile. La questione di genere è molto di più della questione dell’altra metà del cielo: chiama in causa un’intera storia patriarcale e maschilista della società, e il bisogno di immaginare un nuovo inizio. Anche la nostra storia è stata, pur coi cambiamenti realizzati, e malgrado l’opera coraggiosa di donne come Nilde Iotti, una storia prevalentemente maschile e a tratti maschilista.

Saranno le donne, e le ragazze di oggi le protagoniste del mondo che viene, altrimenti dalla crisi di civiltà in cui siamo non si potrà uscire. Il lavoro, la sua dignità, la retribuzione, lo studio, il rispetto per le specie e una nuova armonia con la natura verranno cambiati, e sottratti alle ingiustizie e alle disumanità del tempo presente solo dall’affermarsi della rivoluzione femminile come fondamento di una nuova epoca. “Non può essere libero un uomo che opprime una donna”, aveva detto Berlinguer.

La cosa più significativa di questo centenario è il riaffiorare della memoria, anzi, delle memorie, attraverso fotografie, immagini, volantini e manifesti, canti, testimonianze. In tutto il paese sono nati comitati, si sono raccolti materiali presso i centri di ricerca, si sono moltiplicate le iniziative. Tutto questo avviene senza un partito che neppure si candidi a coltivare la memoria, le memorie. Ma avviene. Si dimostra palesemente quanto il sentimento, di cui ho parlato, sia stato forte, e abbia attraversato la società in tutte le sue pieghe. Abbia avuto un senso politico, e non solo emozionale. In qualche modo, sotto questo punto di vista, il comunismo italiano ha vinto, e addirittura una parte della sua forza si manifesta, trent’anni dopo il 1989, ancora oggi, in molti aspetti culturali e civili della società.

Si può essere forza del popolo, ora? Penso che l’unico modo per frenare le derive populiste, che corrono verso sbocchi nazionalisti, xenofobi, reazionari, sia proprio ripartire dal popolo. Dalla questione sociale. Dalla vita delle persone. Dalle donne e dagli uomini. Dalla saggezza della terza età. Dagli adolescenti e dai giovani che soffrono il vuoto in questa pandemia. Dalla cura e dall’amore, come la resistenza alla pandemia ci racconta.

Io spero. Ma intanto ringrazio le migliaia di comunisti e di comuniste italiane, il cui nome non va sui libri di storia, che mi hanno dato la possibilità di riconoscermi in una comunità così accogliente e formativa, in una scuola in cui ho imparato a rispettare il prossimo, l’altra, l’altro e a condividere un destino comune.

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Oltre alle varianti del virus, si stanno configurando anche le varianti della
lotta al virus. Sono stato ieri, per necessità urgenti, all’Ikea. Era una
giornata “arancione”. Una folla grandissima, senza controllo e senza alcun
contingentamento del numero dei presenti, si aggirava per questi spazi
chiusi, poco areati. Questa è la dimostrazione plastica della “variante
commerciale” della lotta al Covid-19. Intendiamoci: del tutto giusta per
piccoli esercizi commerciali, e quando ancora la ristorazione funziona solo
a singhiozzo, la mattina nelle giornate “gialle” e con l’asporto serale.
Potremo forse, con più precisione, chiamarla variante della grande
distribuzione. Guardavo la gente, e avvertivo che molti erano lì non tanto
per comprare qualcosa, ma per uscire, per fare qualcosa. Qualcuno un
giorno ci dirà quanti contagi si sono prodotti in questi non-luoghi di
aggregazione popolare.
Vi è poi, tra le altre, la “variante culturale”. Essa contempla che i musei e
le esposizioni, chiusi dai primi di novembre scorso, rimangano chiusi,
anche dopo il 16 gennaio. E così i teatri, e tutte le attività di musica, di
concerti, di danza, di spettacolo dal vivo. Solo le biblioteche, bontà del
Governo, sono rimaste aperte. Tutto questo succede dopoché l’estate
scorsa tutto il settore aveva investito per creare le condizioni,
perfettamente realizzate, di distanziamento e di sicurezza. Ma la variante
culturale, anche se non un caso di contagio da Covid-19 è stato segnalato
come avvenuto negli spazi culturali, prevede che tutto rimanga chiuso,
sine-die. Certamente: ci sono i ristori, che aiutano molti a sopravvivere, e
magari abituano a assistenzialismo e mance. Ma sta morendo il settore,
come dimostra la vicenda tristissima della Villa Reale di Monza, col privato
che la gestiva che lascia e fa causa, e addirittura utenze staccate e gli
arredi di Michele de Lucchi messi all’asta. E’ un caso limite, di una
situazione che non ha bisogno solo di sostegno economico, ma di una
politica che creda nella salvaguardia e nella valorizzazione dei beni
culturali. I musei civici di Venezia hanno addirittura deciso la chiusura fino
ad aprile. I lavoratori e le lavoratrici della cultura -spesso precari e
intermittenti-, accanto a quelli del tursimo, pagano un prezzo altissimo.
Molte associazioni, piccole società, realtà di territorio chiudono i battenti e
non li riapriranno più.
Alla “variante culturale” va ascritto anche l’incredibile balletto sulle scuole,
con annesse lacrime di coccodrillo sulla condizione adolescenziale
all’epoca del lockdown. Il Governo decide (giustamente) la riapertura,
salvo in modo ponziopilatesco affidare alle regioni la decisione. In
Toscana le superiori torneranno domani in presenza, in Lazio no: qual è il
criterio di queste scelte? Ho una figlia che va a scuola con la mascherina,
in presenza alle medie, fanno lezione non solo in classe ma nel territorio, e
non c’è stata alcuna emergenza pandemica. Un altro figlio che va al liceo
a distanza, e che non vede l’ora -come giustamente ha segnalato la
Ministra Azzolina-, finite le lezioni e lo studio individuale, di uscire con gli
amici.
La cultura è stato finora l’ultimo dei problemi per chi deve decidere.
Si può chiedere in extremis al primo ministro Giuseppe Conte, e con lui al
Ministro Dario Franceschini e alla Ministra Lucia Azzolina una
resipiscenza? Perché non permettere l’apertura con numeri contingentati -
se necessario più stretti rispetto a quelli dell’estate scorsa- dei musei, dei
teatri e degli spazi culturali almeno nelle zone arancioni e gialle, dove il
virus è meno forte, e solo per quegli spazi che rispettano rigorosamente il
protocollo e se la sentono? E perché non procedere con coraggio sul
ritorno della scuola in presenza, con la gradualità necessaria, per tutti?
La politica non può essere ottusa, e fare di tutte le erbe un fascio. Non
fosse altro che per spingere le famiglie a passare qualche ora oltreché
nell’affollatissimo centro commerciale anche in un museo, in un teatro, in
uno spazio culturale. Per riportare le ragazze e i ragazzi nelle scuole, che
sono luoghi di crescita collettiva.
Anche la cultura è vaccino. Battete un colpo, se ci siete.Oltre alle varianti del virus, si stanno configurando anche le varianti della lotta al virus. Sono stato ieri, per necessità urgenti, all’Ikea. Era una giornata “arancione”. Una folla grandissima, senza controllo e senza alcun contingentamento del numero dei presenti, si aggirava per questi spazi chiusi, poco areati. Questa è la dimostrazione plastica della “variante commerciale” della lotta al Covid-19. Intendiamoci: del tutto giusta per piccoli esercizi commerciali, e quando ancora la ristorazione funziona solo a singhiozzo, la mattina nelle giornate “gialle” e con l’asporto serale. Potremo forse, con più precisione, chiamarla variante della grande distribuzione. Guardavo la gente, e avvertivo che molti erano lì non tanto per comprare qualcosa, ma per uscire, per fare qualcosa. Qualcuno un giorno ci dirà quanti contagi si sono prodotti in questi non-luoghi di aggregazione popolare.

Vi è poi, tra le altre, la “variante culturale”. Essa contempla che i musei e le esposizioni, chiusi dai primi di novembre scorso, rimangano chiusi, anche dopo il 16 gennaio. E così i teatri, e tutte le attività di musica, di concerti, di danza, di spettacolo dal vivo. Solo le biblioteche, bontà del Governo, sono rimaste aperte. Tutto questo succede dopoché l’estate scorsa tutto il settore aveva investito per creare le condizioni, perfettamente realizzate, di distanziamento e di sicurezza. Ma la variante culturale, anche se non un caso di contagio da Covid-19 è stato segnalato come avvenuto negli spazi culturali, prevede che tutto rimanga chiuso, sine-die. Certamente: ci sono i ristori, che aiutano molti a sopravvivere, e magari abituano a assistenzialismo e mance. Ma sta morendo il settore, come dimostra la vicenda tristissima della Villa Reale di Monza, col privato che la gestiva che lascia e fa causa, e addirittura utenze staccate e gli arredi di Michele de Lucchi messi all’asta. E’ un caso limite, di una situazione che non ha bisogno solo di sostegno economico, ma di una politica che creda nella salvaguardia e nella valorizzazione dei beni culturali. I musei civici di Venezia hanno addirittura deciso la chiusura fino ad aprile. I lavoratori e le lavoratrici della cultura -spesso precari e intermittenti-, accanto a quelli del tursimo, pagano un prezzo altissimo. Molte associazioni, piccole società, realtà di territorio chiudono i battenti e non li riapriranno più.

Alla “variante culturale” va ascritto anche l’incredibile balletto sulle scuole, con annesse lacrime di coccodrillo sulla condizione adolescenziale all’epoca del lockdown. Il Governo decide (giustamente) la riapertura, salvo in modo ponziopilatesco affidare alle regioni la decisione. In Toscana le superiori torneranno domani in presenza, in Lazio no: qual è il criterio di queste scelte? Ho una figlia che va a scuola con la mascherina, in presenza alle medie, fanno lezione non solo in classe ma nel territorio, e non c’è stata alcuna emergenza pandemica. Un altro figlio che va al liceo a distanza, e che non vede l’ora -come giustamente ha segnalato la Ministra Azzolina-, finite le lezioni e lo studio individuale, di uscire con gli amici.

La cultura è stato finora l’ultimo dei problemi per chi deve decidere.

Si può chiedere in extremis al primo ministro Giuseppe Conte, e con lui al Ministro Dario Franceschini e alla Ministra Lucia Azzolina una resipiscenza? Perché non permettere l’apertura con numeri contingentati -se necessario più stretti rispetto a quelli dell’estate scorsa- dei musei, dei teatri e degli spazi culturali almeno nelle zone arancioni e gialle, dove il virus è meno forte, e solo per quegli spazi che rispettano rigorosamente il protocollo e se la sentono? E perché non procedere con coraggio sul ritorno della scuola in presenza, con la gradualità necessaria, per tutti?

La politica non può essere ottusa, e fare di tutte le erbe un fascio. Non fosse altro che per spingere le famiglie a passare qualche ora oltreché nell’affollatissimo centro commerciale anche in un museo, in un teatro, in uno spazio culturale. Per riportare le ragazze e i ragazzi nelle scuole, che sono luoghi di crescita collettiva.

Anche la cultura è vaccino. Battete un colpo, se ci siete.

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Voterò No, senza alcun dubbio, al referendum costituzionale di domenica prossima.
Non c’è alcun calcolo immediato di (presunta) convenienza politica che possa venire prima della Costituzione.
La riduzione del numero dei parlamentari è una riduzione del già limitato potere degli elettori. La tendenza è la stessa che si sta perseguendo da molti anni, di concentrare il potere nelle mani di pochi. Si pensi alle Province: si è partiti dicendo che andavano abolite, e il risultato raggiunto è che l’unica abolizione è stata quella del diritto dei cittadini ad eleggerle.
Il numero degli elettori di un deputato e di un senatore, se vincesse il Si, aumenterebbe spropositatamente, diventando uno dei paesi europei dove il rapporto eletti-elettori sarebbe il più alto. Sento dire che Nilde Iotti e Pietro Ingrao erano a favore della riduzione dei parlamentari. Le battaglie condotte dalla sinistra nel passato per le riforme si proponevano di allargare il potere dei cittadini, decentrando le istituzioni, e differenziando i compiti delle camere. Allora esistevano grandi partiti popolari organizzati, che svolgevano una straordinaria funzione di organizzazione della rappresentanza. Oggi i partiti sono leggeri, volatili, nelle mani dei leaders -anzi, dei “capi”, com’è scritto addirittura nelle norme- che scelgono chi va in Parlamento in modo autocratico, sulla base di criteri di fedeltà e di obbedienza, non di qualità. Difendere un principio di rappresentatività larga del Parlamento non è la soluzione dei problemi, ma è la condizione perché si possano risolvere nella giusta direzione, restituendo potere ai cittadini. In un momento storico di grande scollamento tra “basso” e “alto”, ridurre il potere di scelta dei rappresentati sarebbe un errore esiziale: oggi al contrario occorre aumentarlo, ricostruire circuiti fecondi tra società e politica, aderire di più a tutte le pieghe della società e a tutti i territori.
Dalla Repubblica dei partiti -di cui scriveva Pietro Scoppola- si rischia di passare non alla Repubblica dei cittadini, che lui sognava, ma alla Repubblica degli oligarchi.
A proposito poi del fatto che votando No si delegittima il Governo e il PD non la penso così. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono per il Sì, Gianni Cuperlo e tanti esponenti nazionali e locali del PD sono per il No. C’era un accordo all’inizio della stagione giallorossa? Se ho letto bene l’accordo riguardava la necessità di altre riforme contestuali, a partire da quella elettorale.
E’ ora che la sinistra, anche quella che partecipa al Governo, riconquisti l’autonomia culturale rispetto alle derive dell’antipolitica che hanno indicato nel Parlamento il male da combattere. Un successo del No darebbe forza nella coalizione a questa posizione, aiuterebbe l’apertura e il cambiamento del Pd, e spingerebbe i Cinque Stelle, che si trovano evidentemente nel mezzo di un guado, a correggere la rotta, lasciando ad altri -più capaci di farla- la demagogia populista e occupandosi del primo problema del sistema politico italiano: quello di una radicale riforma democratica, sociale e civile dei partiti e dei soggetti organizzati.

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Solo in Italia, negli ambienti benpensanti della sinistra -o di quella che fu la sinistra- si può immaginare che la responsabilità della sconfitta del Labour Party sia nel profilo più netto e radicale che questo partito, con la guida di Jeremy Corbyn, ha preso. L’ossessione di questi ambienti è che la sinistra per vincere deve diventare liberale, e rinunciare a sé stessa. Si tratta -da Matteo Renzi a Carlo Calenda fino a larga parte del PD- dei nostalgici di Tony Blair, di Bill Clinton e della “terza via” di Anthony Giddens. Questi signori dovrebbero con onestà intellettuale riconoscere che, se i laburisti sono stati sconfitti, i liberali in tutte le loro espressioni sono stati spianati. Non ci sono più. Lo dico con allarme, perché anche i conservatori di Boris Johnson assomigliano più a Nigel Farage e all’estrema destra nazionalista british che non ai tories della Thatcher. Occhieggiano a posizioni xenofobe e razziste. Certamente Corbin ha commesso degli errori, in questi anni, dilapidando uno straordinario consenso che lui era riuscito ad attrarre attorno al suo Labour. Il principale ha riguardato l’Europa, perché la lezione inglese ci dice che la sinistra se non è internazionalista e europeista è destinata alla sconfitta. Inseguire la destra sovranista sul suo terreno è un errore esiziale. Il secondo ha riguardato gli scivoloni comunicativi che hanno permesso di accreditare la falsa tesi di un Labour antisemita.
Ma rimane il fatto che le politiche liberali non sono l’alternativa alla destra sovranista di Johnson. La sfida per la sinistra è costruire un programma globale, sovranazionale, come ci insegna Friday for Future, non solo sull’ambiente, ma anche sul lavoro, sui diritti, sulla democrazia. Occorre fare una battaglia delle idee, anche lunga, casa per casa, Quartiere per quartiere, fabbrica per fabbrica, posto di lavoro per lavoro.
La sinistra può vivere solo se ha un respiro universalistico.
“Nostra patria è il mondo intero”.

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Antonio Scurati, nel suo potente M, racconta di come, nel volgere di pochi mesi, coi soldi degli agrari e col fanatismo armato degli squadristi,  al seguito del ferrarese Italo Balbo, girò il vento a Ferrara, fino ad allora culla del socialismo padano. Dalla provincia di Forlì invece veniva M.

Tutto il fascismo, che aveva avuto una prima origine nel movimento socialista, presto sopraffatta dai filoni nazionalisti (oggi si ama dire “sovranisti”) e antisocialisti e antioperai, in queste terre tra l’Emilia e la Romagna ha trovato la sua più scatenata base organizzata.Con sapienza comunicativa, consigliato sicuramente da menti fini, che la storia la conoscono, Matteo Salvini, il Governatore della Paura, ha cavalcato queste radici antiche, citandole, parlando a quella parte di classi dirigenti reazionarie o conservatrici che male hanno sopportato il modello socialdemocratico e riformista della sinistra locale, e a quella parte di popolo, travolta dalla crisi delle banche locali e del mondo cooperativo. Dalla piazza di Ferrara fanatizzante per il Capitano (il Capitano: trasformazione fumettistica, di segno Marvel, del Duce) al balcone del Municipio di Forlì il gioco di prestigio è riuscito. Leggi il resto di questo articolo »

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Se qualcuno, vista la forza della candidatura di Massimo Zedda a Presidente della Regione Sardegna, si era fatto l’illusione, dopo la bella rimonta di Giovanni Legnini in Abruzzo, di un rapido rovesciamento di fronte, si è dovuto ricredere.

La strada per la sinistra, e per una nuova alleanza democratica e progressista, è lunga e impervia.

Il dato delle elezioni sarde conferma il giudizio che avevo già espresso qualche settimana fa sul voto abruzzese. Il M5S è entrato in una crisi che sembra avvitarsi. Malgrado le grandi speranze suscitate dall’annuncio del reddito di cittadinanza, l’elettorato di due regioni meridionali boccia i cinque stelle. Una parte di quegli elettori diventa leghista, e riconosce a Matteo Salvini il ruolo di leader. Un’altra torna a non votare, o sceglie le civiche del centrosinistra. Ma soprattutto la reazione alle due sconfitte, consolatoria e giustificatoria, da parte di Luigi Di Maio, assomiglia molto a quella che Matteo Renzi e il suo gruppo ebbero quando arrivarono le prima batoste amministrative. Così la crisi del Movimento è destinata ad accentuarsi. Leggi il resto di questo articolo »

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La vera domanda che ogni persona di sinistra, ogni democratico e ogni europeista si deve fare è se esista la possibilità, a partire dalle prossime elezioni europee e amministrative, di erigere un argine politico alla degenerazione in atto e al rafforzamento di una destra radicale, xenofoba e illiberale. Leggi il resto di questo articolo »

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