All’improvviso è stata riabilitata una categoria che nel ‘900, a sinistra, ha fatto tanti danni. Il tradimento. “Tradire”, dal latino tra-dare, consegnare oltre, consegnare al nemico -la città, il castello, le ricchezze-. Il tradimento della patria, in un conflitto, è poi diventato nel 900, coi grandi partiti popolari, il tradimento del Partito. Lo stalinismo ha costruito alcune delle sue pagine più buie, con crimini efferati, solo sulla logica del sospetto del tradimento.

Ho trovato volgari quegli attacchi a Gianni Cuperlo, “reo” di aver firmato un documento di intenti sulla riforma elettorale, che hanno usato questa categoria. Cuperlo non ha tradito nessuno; a modo suo è coerente, avendo sempre ritenuto, a differenza da molti, tra cui il sottoscritto, la riforma costituzionale accettabile e pessima quella elettorale. Si può opinare, evidentemente, sull’affidabilità delle parole scritte in quel documento di intenti -che a me sembrano poco più di acqua sul vetro-: ma si tratta di valutazioni soggettive. Leggi il resto di questo articolo »

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Dall”Unità di oggi

Ci sono dei No che costruiscono. Che hanno un senso affermativo. Ricordo il forunato saggio della psicoterapeuta inglese Asha Phillips, “I no che aiutano a crescere”, costruito sull’idea che solo pronunciando dei No, anche se scomodi, si evita che il bambino si infili in una dinamica autocentrata e “onnipotente”. La Phillips reagiva al clima imperante di buonismo, all’idea del genitore o dell’adulto amico che dissolvono ogni principio di autorità.

Ma anche la storia politica italiana -da quel famoso “passato” rappresentato anche in questi giorni come origine di ogni male- ci racconta di No che hanno aiutato a crescere la società e il costume. Il No all’abrogazione della legge sul divorzio, per sostenere il quale da giovanissimo percorrevo le campagne “bianche” del Veneto, insieme ai miei compagni della FGCI, fu dipinto da Amintore Fanfani, segretario della Democrazia Cristiana, e da larga parte della Chiesa, come un No alla famiglia. Anche nella Direzione del PCI -come ho raccontato ne “I ragazzi di Berlinguer” (1997. Baldini e Castoldi)- si levarono voci preoccupate per lo scontro su questi temi, superate dalla determinazione delle donne del PCI e, in prima persona, di Enrico Berlinguer. Si sa come andò a finire, con la vittoria del No e una grande spinta di libertà nella società. Leggi il resto di questo articolo »

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L’Unità di domenica 10 luglio ha pubblicato questo mio articolo

I novant’anni di Aldo Tortorella sono per me -e credo per la generazione che partecipò alla grande esperienza collettiva della FGCI degli anni ‘80 e dei movimenti per la pace- l’occasione per un tributo speciale a questo straordinario dirigente del PCI e della sinistra.

La ragione di questo tributo è che Tortorella è stato, nella ricca galassia del gruppo dirigente dei comunisti italiani, un vero eterodosso, in qualche modo un “eretico” e un grande innovatore. A lui l’etichetta di “conservatore” che, con molta furia ideologica nuovista, è stata appiccicata a molti uomini politici che criticavano la direzione di marcia presa dalla sinistra dell’ultimo ventennio, non si addice in alcun modo. Né tanto meno quella di “dogmatico” o “ortodosso”. Non torno sulla parte della vita del Tortorella giovane, che ho conosciuto solo di riflesso: partigiano, studente e poi laureato in filosofia, giornalista, dirigente della Federazione Milanese del PCI, direttore dell’Unità dal 1970 al 1975, anni cruciali per l’Italia. Già in questo percorso, a partire dalla passione per la filosofia, c’è il segno di uno spirito libero, impegnato nella ricerca intellettuale e nell’azione politica. Mi preme sottolineare come Tortorella abbia contribuito in modo decisivo all’apertura del PCI alle nuove istanze e culture emerse nel 1968 e negli anni ‘70. La sua passione per le nuove culture femministe e per l’affermarsi del pensiero della differenza , il suo rapporto come responsabile culturale del PCI col mondo dell’Università, e anche con culture più critiche nei confronti dell’ortodossia di partito, la sua vicinanza politica e umana a Enrico Berlinguer, tutto ciò segnala come Tortorella sia stato una delle sorgenti che ha alimentato l’innovazione tentata dall’ultimo Berlinguer (di cui ho avuto modo di parlare su queste pagine nel recente dibattito aperto da Biagio de Giovanni). Quell’ultimo Berlinguer fu, al contrario di una certa vulgata, il più innovatore: un comunista che cercava di andare oltre l’esperienza storica del movimento operaio, addentrandosi nel mondo dei nuovi bisogni e dei nuovi diritti, a partire dalla soggettività femminile, di una nuova ricerca nel rapporto tra fede e politica, di un’idea di sobrietà e di austerità per cambiare modello di sviluppo; e, soprattutto, che aveva la netta convinzione che la sinistra si dovesse porre in termini nuovi, nell’era nucleare, la questione della pace e quella del “governo del mondo” -che poi abbiamo chiamato globalizzazione-. Dietro ognuno di questi temi, senza fare torto a Berlinguer che ebbe il merito, fra gli altri, di comprendere il valore di quel dirigente comunista atipico, si scorgono riflessioni, spunti, sollecitazioni proposte da Tortorella. Mi piace ricordare quanto Tortorella sia stato uno dei dirigenti più critici del mondo sovietico e del cosiddetto “socialismo reale”. Leggi il resto di questo articolo »

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La magnifica ossessione è un romanzo di Lloyd C.Douglas del 1929, anno della grande crisi americana, che ha ispiratoi due film, il principale dei quali nel 1954. Bob Merrick, il protagonista, a un certo punto di una vita dissoluta e sregolata, viene preso dalla “magnifica ossessione” di occuparsi degli altri.

Graziella Falconi, per anni dirigente del PCI e del PDS-DS, donna di grande sensibilità culturale (messa alla prova nel suo bellissimo libro “Oh, bimbe”, una serie di ritratti di donne del PCI), usa non casualmente il titolo di quest’opera americana per parlare dell’ossessione dei comunisti italiani per la formazione e la cultura (Una magnifica ossessione. Ed. Harpo, Roma, maggio 2016). Leggi il resto di questo articolo »

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Gli ottanta anni di Achille Occhetto sono l’occasione per ritornare sul ruolo che questo grande dirigente anticonformista ha avuto nella vicenda della sinistra italiana, e nel faticoso cammino intrapreso in quegli anni alla ricerca di strade nuove. Se ci fosse una comunità della sinistra, oggi dovrebbe sentire questo come un momento di riconoscimento e, in qualche modo, di risarcimento per la statura politica e culturale di Occhetto.

Oggi quella comunità non c’è. Per anni la sinistra ha vissuto sé stessa come un cumulo di errori, bisognosa di legittimarsi. La ricerca occhettiana, e di tante e tanti allora e oggi, e il debito che tutti abbiamo verso quella storia, è invece quella di una “rivoluzione copernicana”, che metta al centro i contenuti di una sinistra nuova, capace di cambiare il mondo, di contrastare le ingiustizie, di affermare le libertà.

Oggi il tema dei rifugiati e dei migranti è il cuore di questa “rivoluzione”. Fare gli auguri a Achille Occhetto significa quindi non smettere di interrogarsi e di provare a creare le condizioni di un inizio nuovo.


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E’ cominciata una stagione decisiva per l’obiettivo di una rinascita della sinistra, o meglio della nascita di una sinistra di tipo nuovo.

La pressoché completa subalternità politica e culturale del P.D. alla vocazione centrista del Governo, mercé il doppio incarico con il quale Matteo Renzi regge il primo ed il secondo, ha prodotto un torsione fortissima sul corpo del Partito che ha costretto la sinistra interna nelle angustie di una battaglia di rimessa tutta spesa nelle aule parlamentari, e che ha provocato un’emorragia di iscritti e di voti di sinistra, testimoniata fra l’altro dalla nascita di “Sinistra Italiana”.

In questo contesto il rischio che il confronto politico si trasformi in mera contrapposizione appare quanto mai concreto. Da una parte, nel Partito Democratico, vasti settori della maggioranza renziana coltivano l’idea del “Partito della Nazione” e cioè di una collocazione centrista. Dall’altro “Sinistra Italiana” nasce con l’idea che sia possibile sconfiggere nel breve termine Matteo Renzi, giudicando il P.D. non recuperabile e ormai organicamente collocato su posizioni moderate.

Il paradosso di queste posizioni sembra essere la condivisione di una teoria negativa sulle prospettive del centro-sinistra come sistema di alleanze per governare il Paese. Questo piano di confronto politico va superato al più presto poiché l’asprezza della dialettica politica che viene messa in campo rischia di travolgere quanto rimane dell’eredità dell’Ulivo e del centro-sinistra.

Una simile prospettiva appare tanto più inaccettabile se si considerano le conseguenze negative sul piano locale; cioè laddove si trovano le stesse fondamenta della sinistra e dove sono maturate le esperienze più feconde ed innovative del centro-sinistra. Leggi il resto di questo articolo »

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E così, qualche settimana dopo Pietro Ingrao, ci lascia anche Armando Cossutta. Un comunista italiano, a tutto tondo, anche se a lui, non sempre a ragione, è stata attaccata l’etichetta di “sovietico”.

Non si può onestamente dire che alla nostra FGCI, negli anni 80, Cossutta, politicamente parlando, piacesse. Quando Enrico Berlinguer accelerò, ben oltre quanto volesse gran parte del gruppo dirigente, la rottura con l’Unione Sovietica, Cossutta assunse una posizione molto critica. Apertamente, per quei tempi -in un partito che non accettava le correnti- organizzò una corrente, fortemente connessa ad alcuni ambienti del PCUS, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Noi giovani comunisti, animati da un radicalismo antisovietico, e che sposavamo la causa pacifista in aperta contrapposizione con entrambi i blocchi politico-militari contrapposti (Nato e Patto di Varsavia), vedevamo col fumo negli occhi la posizione di Cossutta. Credo reciprocamente che la sua corrente non vedesse con simpatia la nostra posizione, sostenuta da una esigua minoranza organizzata anche al nostro interno, che addirittura uscì dalla FGCI. Leggi il resto di questo articolo »

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Antonio Luongo fa parte della generazione dei ragazzi di Berlinguer. Quando ci conoscemmo, faceva parte di quella robusta FGCI lucana, sempre in prima fila in quella stagione di rifondazione della politica di cui noi ci sentivamo i missionari. Era scomparso da poco Enrico Berlinguer, e ci aveva lasciato in eredità -così noi l’avevamo vissuta- la necessità di una rifondazione della politica, e di un cambiamento del Partito (che Partito!). Antonio, con un un gruppo dirigente collettivo, diffuso in tutta Italia, fu protagonista di quell’esperienza, come dimostra la partecipazione tanto accorata di quella nostra generazione alla notizia improvvisa della sua scomparsa. Quell’esperienza l’ha sempre portata con sé, con la generosità e la dedizione di chi, senza retorica, ha vissuto la politica come servizio, e non come appropriazione. Ci siamo anche divisi, nei lunghi anni successivi a quell’esperienza collettiva, mai perdendoci di vista, e anche mantenendo nei periodi più difficili non solo il filo degli affetti, ma anche quello di una condivisione politica e morale più profonda.
Il vuoto di intelligenza e di passione di Antonio Luongo non può essere colmato.
Sento il bisogno di fermarci un momento a riflettere, insieme, sul senso della politica.

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dall’Unità di oggi

Biagio De Giovanni ripropone nella sostanza, con la consueta lucidità, la tesi di Enrico Berlinguer conservatore, espressione di un passato di cui non si può essere nostalgici. Si tratta di una tesi largamente sostenuta già quando Berlinguer era vivo -da parte del gruppo dirigente craxiano, e dell’intellettualità che lo sosteneva (ad essa si ispira ancora Fabrizio Cicchitto  su queste colonne)-; tesi poi a più riprese riproposta con l’obiettivo di “deberlinguerizzare” la sinistra italiana, come ebbe modo di sostenere, in un pamphlet che fece rumore, Miriam Mafai vent’anni fa. Ogni progetto di “rifondazione” o “revisione radicale” della sinistra italiana -com’è anche quello sostenuto da Matteo Renzi- sembra muovere ancora da questo tentativo.

Vorrei dire il mio pensiero oggi su due punti, anche andando oltre a quello che negli anni passati ho scritto sull’argomento (I ragazzi di Berlinguer, Baldini e Castoldi, 1997 e, nuova edizione rivista, 2004).

1) Enrico Berlinguer è stato un grande continuatore della politica togliattiana. Ha del tutto ragione Emanuele Macaluso a sostenerlo. Il compromesso storico, e poi la stagione della solidarietà nazionale, furono il compimento di un lungo cammino nato nel cuore dell’impianto del PCI e della svolta di Salerno. Per rendere credibile politicamente quell’impianto, Berlinguer doverosamente lo  accompagnò dalla scelta atlantica e dall’eurocomunismo, fino a un europeismo spinto, ben lontano dalla posizione assunta vent’anni prima dai comunisti italiani. Questo Berlinguer -oggetto di una importante riabilitazione  col film di Walter Veltroni- è stato sconfitto e ha perduto per due ragioni. La prima, la totale inadeguatezza dell’evoluzione del PCI sul piano internazionale, e soprattutto del giudizio sull’URSS. Berlinguer fece tutti gli strappi necessari, fino al famoso giudizio sull’esaurimento della spinta propulsiva dell’Ottobre russo: ma questi strappi furono tardivi e solitari, con una sorda resistenza di una parte del gruppo dirigente (ricordo il dissenso di Giorgio Amendola a proposito del giudizio critico sull’invasione sovietica in Afghanistan), e relazioni dirette da parte di molti suoi esponenti di primo piano con Mosca durate ben più del dovuto (come Gianni Cervetti ha del resto nel passato ricordato). Il ritardo con cui il PCI arrivò a questi cambiamenti fu esiziale. Fu anche per questo che i rapporti di forza internazionali impedirono di proseguire il progetto del compromesso storico, fino a intervenire, in forme oscure, per bloccarlo. Ma non basta. Trovo del tutto parziale la tesi del solo “complotto” che impedì il cambiamento. La seconda ragione della sconfitta risiede infatti in una visione non sufficientemente matura della società italiana. L’alleanza di tutte le grandi forze politiche, in una fase di profondi mutamenti, di conflitti, di tensioni sociali -contro il rischio di un colpo di stato- esprimeva un classico vizio della cultura comunista e stalinista, una sostanziale sfiducia nel conflitto sociale e democratico, e nella possibilità di organizzare una democrazia dell’alternanza. Il compromesso storico fallì perché era portatore di una visione conservatrice, dirigista, non consapevole della società italiana. Occorre avere la forza di riconoscere che una parte del pensiero critico che si raccolse all’inizio attorno alle bandiere del nuovo PSI, dopo il Midas, aveva un grande fondamento, era intriso di istanze civili, liberali e libertarie importanti, e che allora -non negli anni 80- una posizione del PCI più dialogante e aperta a quelle ragioni ( tra queste una critica più radicale e definitiva al modello sovietico) avrebbe forse contribuito a cambiare il corso degli eventi.
2) l’ultimo Berlinguer è stato uno straordinario innovatore, oltre gli orizzonti del togliattismo. La tesi che sostengo, su questo punto non da oggi, è che l’ultimo Berlinguer, rappresentato dall’allora componente riformista-migliorista come chiuso e settario, fischiato nel 1983 a Verona al Congresso socialista, è invece quello più fecondo, più attuale, e al quale oggi occorre attingere. La fine del compromesso storico -la sconfitta subìta- spingono il segretario del PCI a cercare nuovi lidi. Anzitutto molto lontani da quelli del sovietismo, e che cercano di fondare un nuovo pensiero critico sulla società e sul capitalismo non muovendo dalla tradizione, ma da un avvio di un’esplorazione più aperta e attenta sul mondo, sulla vita, sui problemi. La questione morale come base di una prassi nuova dell’agire collettivo, il tema ambientale e della sobrietà negli stili di vita, quella dei diritti civili, a partire da una visione più aperta alla critica femminista alla politica, la volontà di orientare le nuove tecnologie -quelle digitali, diremmo oggi- verso obiettivi più alti di libertà, di salute, di cultura per tutte e per tutti, l’interrogarsi sul senso della pratica della fede religiosa e sull’impegno al cambiamento sociale che ne scaturisce (penso all’interesse di Berlinguer per la teologia della liberazione) rappresentano alcuni titoli dell’agenda di questi anni. Ed è sulla pace e sul dialogo che questa sperimentazione dell’ultimo Berlinguer tocca le punte più elevate. Ad Assisi, dopo l’incontro col Sacro Convento, ad una immensa folla di giovani, parla di Francesco, del “folle Francesco” che contestava ogni distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta e che dialogava con il Sultano.
Come si fa a sostenere che questo Berlinguer non abbia più nulla da dirci oggi? Francesco, il papa, fa di un’agenda molto simile l’unico vero progetto progressista universale, rispetto al quale impallidiscono le timidezze e i provincialismi di quella che fu la grande sinistra europea e l’Internazionale Socialista.
Certo. Si può dire che l’ultimo Berlinguer fu sognatore, fu profeta, non seppe portare a compimento -o non ebbe il tempo di farlo- quell’innovazione e trasformarla, dopo la tragica sconfitta degli anni 70, in una strategia  politica a breve. E’ vero. Ma quel Berlinguer, vivaddio, è vitale e attuale! Così come lo è quell’interpretazione del proprio essere leader politico, molto diversa dall’eccesso di personalizzazione e di leaderismo che progressivamente abbiamo conosciuto. In quello stile c’è un messaggio modernissimo.

Pietro Folena

www.pietrofolena.net

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Il tassista che ci porta all’aeroporto di Orly, domenica nel pomeriggio, è visibilmente provato. Silenzioso, e gentile, si intuiscono le sue origini maghrebine. Dopo un po’, con mia moglie, riusciamo a parlare di quanto è successo. No, non era in servizio quella maledetta sera di venerdi 13 novembre, quando anche noi, in un ristorante, apprese le prime terribili notizie dai nostri smartphone, insieme a una mia cugina parigina, avevamo provato a cercare un taxi per tornare a casa. Tutti i taxi che passavano, accanto allo sfrecciare delle ambulanze e dei mezzi della polizia, avevano la luce rossa, anche se erano liberi. E così avevamo fatto il tragitto a piedi, fermati dalla polizia che era stata messa a presidiare le aree più centrali, che in modo concitato ci aveva invitato a raggiungere rapidamente la nostra abitazione. Leggi il resto di questo articolo »

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