Da Epolis di oggi
L’effetto-Lega sul Governo ha avviato una spirale che non si sa bene dove possa andare a parare. Mentre la Procura di Verona sta indagando sulle Guardie Padane, e anche l’attuale titolare del Viminale è chiamato in causa per la decisione di armarle , di giorno in giorno la Lega, memore della lezione di Andreotti che governava la DC avendo una corrente di minoranza, decide la musica, impone lo spartito, detta i tempi della maggioranza. E così, in un crescendo che ha lasciato sconcertati la Conferenza Episcopale e il Vaticano, l’Italia sta assumendo il profilo del paese più xenofobo d’Europa. Per conquistare i voti, Maroni e Bossi usano il Viminale contro gli stranieri. Per non farseli strappare da Maroni e Bossi, Berlusconi copre la Lega in questa deriva senza precedenti. Così l’Italia riconsegna i migranti dei barconi – una piccolissima minoranza dei clandestini – alla Libia, senza pietà neppure per bimbi e donne in gravidanza. E così Milano antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, si fa conoscere nel mondo per la proposta della Lega di posti riservati ai milanesi doc. Quest’ondata xenofoba, di cui la maggioranza Leggi il resto di questo articolo »
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“Il peccato d’origine del ddl sulla sicurezza? Un sistema di norme che tende a proporre allo straniero immigrato in Italia una sorta di percorso a ostacoli da superare per restare in questo Paese piuttosto che regole chiare verso un’integrazione da ricercare per convenienza e per convinzione”. E’ difficile non dare ragione all’Avvenire, quotidiano dei vescovi, sull’obbrobrio che sta uscendo dalle aule del Parlamento. Il punto, per la maggioranza di Governo – escluse le nuove componenti liberali, guidate da Fini e dalla Mussolini – , non è garantire la sicurezza ma acchiappare voti e fabbricare paura. Poco importa che, come denunciano i sindacati di polizia, anche quelli prossimi al Governo, non ci siano i soldi per la benzina delle volanti, e gli agenti abbiano un trattamento economico inadeguato. Per queste ragioni il ministro Maroni e la Lega volevano le norme anticlandestini, e le volevano questa settimana: dalla follia giuridica del reato di immigrazione clandestina, che trasformerà in delinquenti tutti i datori di lavoro che, sbagliando, ma questa è la realtà, assumono lavoratori non in regola, alle norme che costringono i funzionari pubblici a denunciare i clandestini. La rinuncia in extremis all’articolo Leggi il resto di questo articolo »
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E’ stato, quello del 2009, un 25 aprile importante. Per la prima volta dalla fine della Prima Repubblica e dalla nascita delle nuove formazioni politiche – a partire dalla Lega e da Forza Italia, fino al Pd e al Pdl – la Festa della Liberazione è onorata, con poche eccezioni, per quello che significa: la liberazione del Paese dal nazismo e dalla Repubblica di Salò, la fine della guerra, l’avvio della ricostruzione. Bisogna riconoscere a Berlusconi, aiutato nell’impresa dalla svolta liberale di Fini, di aver dimostrato coraggio. Un conto è il rispetto per tutti i morti (e una bella riflessione sulla guerra e sulla violenza si imporrebbe), un altro l’inaccettabile equiparazione tra partigiani e repubblichini. Le parole del premier a Onna non potevano essere più chiare, seguite dalla decisione rilevantissima di far ritirare al Pdl il disegno di legge che quell’equiparazione intendeva sancire. Per i partigiani, e per i valori che li hanno animati, si tratta di una bella rivincita. Leggi il resto di questo articolo »
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L’intervento autorevole e deciso del Presidente Napolitano, accompagnato dalle parole del Presidente della Camera, ha riaperto la questione della legge sulla sicurezza del lavoro, col pesante tentativo del governo di stravolgerla – rendendo le norme volute dal Governo Prodi molto più incerte e flessibili – , e in particolare di inserire un comma salva-manager, con effetto retroattivo. La bomba della proposta governativa, come denunciato dalla Fiom, è calata nel processo Thyssen che faticosamente ha preso le mosse in queste settimane. Alla volontà del centro-destra di annacquare – per fare un favore a Confindustria – le norme faticosamente conquistate due anni fa , e tra queste spicca il tentativo di chiamare in causa la responsabilità dei lavoratori, si è accompagnata la beffa della retroattività, che rinvia col pensiero alle leggi-vergogna e ai provvedimenti ad personam del passato. Per questo il Quirinale, che spinse molto nella direzione dell’approvazione della legge contro le “morti bianche”, si è fatto garante, di fronte ai parenti delle vittime della Thyssen, della volontà di impedire colpi di spugna e di rimettere al centro, di fronte a tanta retorica sulla vita da parte di molti esponenti della maggioranza, la vita non solo di chi non è nato, ma di chi lavora, si stressa, fa gli straordinari, si infortuna, rischia la propria esistenza. Leggi il resto di questo articolo »
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La montagna ha partorito il topolino. Le misure per i precari, presentate in pompa magna dal Ministro Sacconi, sono, come ha giustamente denunciato la CGIL, un’elemosina per pochi. Certo: chi, e sono fra questi, ha contestato fin dall’inizio la logica della parcellizzazione del mercato del lavoro, culminata nella legge 30 – che ha prodotto più di quaranta situazioni contrattuali differenti e frammentate -, e che allora appariva come un nostalgico di attrezzature ideologiche di altre epoche, trova, nel comune coro contro il precariato che oggi unisce tutti, soddisfazione alle denunce e alle preoccupazioni espresse allora. Il precariato è l’altra faccia della finanziarizzazione selvaggia. Per realizzare profitti stellari, si è risparmiato sul costo del lavoro, distruggendo garanzie, minando la contrattazione collettiva nazionale, provocando un degrado delle condizioni di sicurezza sul lavoro, abbassando per questa via le retribuzioni. La filosofia del contratto atipico è stata condivisa dalle destra e da larga parte del centrosinistra moderato, fino a pochi mesi addietro. Ma è ben magra la soddisfazione per il ripensamento di oggi, a fronte del fatto che milioni di persone, soprattutto di giovani, non hanno più alcuna garanzia e non godono di alcun diritto collettivo; e che, in questi mesi durissimi di crisi mondiale, con tante aziende che chiudono e lavoratori che rischiano il posto, l’enorme dimensione del precariato colloca direttamente in disoccupazione senza assegni e senza ammortizzatori tantissime donne e tantissimi uomini. Ben venga allora una convergenza di tutti, in Italia, in Europa, negli USA di Obama, per ridurre drasticamente il precariato, e ricostruire un sistema di certezze. Questo, contrariamente a quanto Confindustria ha predicato fino a ieri, è anche nell’interesse delle imprese: perché solo un lavoro stabile e ben retribuito – anche in forme diverse da quelle conosciute nel passato – è garanzia di sicurezza, di qualità, di futuro. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
Che ci siano jettatori e menagramo in tutti gli ambienti, e anche in politica, è difficile negarlo. Tant’è vero che, conoscendo il potere irresistibile di alcuni di loro, mi astengo dal farne i cognomi. Tutt’al più si può ricorrere a qualche pseudonimo o nomignolo, toccando un bel cornetto rosso – da Napoli in giù – o semplicemente toccando ferro. Anche chi è dotato di una razionalità cartesiana, ha del resto difficoltà a attraversare la strada dove è passato un gatto nero. Alitalia old style e Alitalia nuova gestione “privata” e francese hanno le stesse divise, gli stessi colori, e la medesima assenza della fila di sedili 13 e di quella 17 (per tutti i gusti e per tutte le origini Leggi il resto di questo articolo »
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Dario il Grande (colui che possiede il bene, in antico persiano) dette il meglio di sé nella politica interna, nelle grandi opere e nell’edilizia, nella tolleranza religiosa, e invece non riuscì nelle avventure militari contro gli sciti e contro i greci. Dario il ferrarese, con la sua aria per bene e disponibile, può prendere esempio dal suo illustre omonimo persiano. Diciamo la verità: con la proposta di assegno a chi rimane senza lavoro ha rovesciato l’impostazione moderata e liberale che aveva segnato il PD fin dalla sua nascita.
Con sapienza democristiana, con la stessa tolleranza che dimostrò Dario il Grande nel permettere agli ebrei di ricostruire il Tempio di Gerusalemme – e senza le asprezze di chi come me viene dalla scuola del PCI -, sembra aver messo fine, almeno temporaneamente, all’eterna diatriba tra Veltroni e D’Alema, e a quella guerra senza fine che da quindici anni investe il gruppo dirigente della sinistra. E se il giuramento sulla nostra splendida e mai abbastanza letta Costituzione poteva apparire come un eccesso, la prima proposta avanzata coglie nel segno. La maggioranza balbetta, l’UDC insorge, la destra liberale del PD protesta (“bisogna allora colpire le pensioni”, si sente dire addirittura: non preoccupatevi, ci pensa già il Governo, come emerge dalle indiscrezioni di queste ore): proprio perché Dario ha colto nel segno. Vai avanti su questa strada, segretario, non curandoti delle correnti e dei sofismi di qualche economista secondo il quale la sinistra non è mai abbastanza a destra (malgrado il fatto che negli anni passati ha abbandonato a sufficienza un pensiero di giustizia e di eguaglianza, senza il quale la sinistra non esiste). Interpreta i sentimenti dei lavoratori, delle loro famiglie, dei precari, e avanza proposte chiare, forti, visibili come la prima di questi giorni. Dai sponda alla CGIL e ai movimenti sociali che difendono il lavoro e che vogliono affermare una nuova stagione di diritti. Contrasta le derive giustizialiste e razziste che in molti territori stanno dilagando, a volte col beneplacito di amministratori locali irresponsabili. Spiega a Baricco, e non solo a Bondi, che è un’idiozia – non una provocazione – tagliare le risorse alla cultura, motore di un nuovo sviluppo, insieme alla terra e all’ambiente. Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
La rincorsa demagogica a conquistare il consenso sulla sicurezza sta assumendo proporzioni paradossali. Roma è sempre più insicura – o viene percepita come tale, ed è questo che conta – , e così Milano, Torino, Napoli ed altre città, la polizia non ha i soldi per la benzina e gli agenti lavorano in condizioni retributive e di servizio intollerabili: e via, le nostre facce di bronzo al governo emanano il decreto sulle ronde. E finché imperversa il balletto sull’ultima trovata pubblicitaria, intanto un cinquantenne dipendente comunale a Napoli violenta un ragazzino dodicenne. L’anno scorso fu il centrosinistra a criminalizzare con un decreto poi decaduto l’intera popolazione romena immigrata in Italia, fatta per la grande maggioranza di persone oneste e laboriose. Ora è la volta delle ronde. Se si voleva chiamare l’opinione pubblica al volontariato e alla presa di coscienza, si doveva usare un altro strumento: aiutare e sostenere organizzazioni no-profit della terza età, parrocchiali, delle donne, di giovani che svolgono azioni positive davanti alle scuole, negli stadi, nelle realtà periferiche più degradate, nel territorio per contribuire a tenerlo pulito, illuminato, frequentato, ricco di iniziative culturali e ricreative. Avrei applaudito un intervento che incentivi un nuovo civismo sociale. Ma pensare di organizzare corpi paramilitari, fatti da ex-agenti, privi di poteri e di funzioni, è un’iniziativa grottesca e pericolosa. Leggiamo di organizzazioni neofasciste – le stesse che organizzano la violenza negli stadi – che si candidano in certe realtà a farsi riconoscere come ronde. Fattori di insicurezza e di illegalità codificati dalla legge! Non credo che un nuovo fascismo sia alle porte. Credo però che così si faccia confusione e si semini paura. La speranza di chi pensa che la lotta al crimine vada condotta senza tregua, e che le nostre strade – assai più sicure, come dicono tutte le statistiche, di quelle delle altre città europee e statunitensi – vadano rese più tranquille, più accoglienti, perché no, più belle, è che, in sede di conversione del decreto, si decida, a destra come a sinistra, di smetterla con l’uso politico della paura: e di aiutare per davvero chi, in modo volontario, vuole rendere meno cariche di tensione, di rancore e di preoccupazione le nostre città.
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Sulle dimissioni di Veltroni ho rilasciato un’intervista al Riformista e ho scritto su Epolis di oggi
Bisogna dare atto a Walter Veltroni di aver fatto una scelta giusta e dignitosa. Il crollo del PD in Sardegna ha avuto dimensioni tali da non poter essere circoscritto a un fatto territoriale o contingente. Da mesi covava questo esito, e la decisione di Soru di anticipare le elezioni sarde ha probabilmente evitato una disfatta rovinosa del PD alle europee. Sono stato per anni uomo di partito, ho sofferto talvolta ingiustamente in condizioni analoghe e ho quindi il massimo rispetto per la crisi del PD. Decideranno loro, nei prossimi giorni, cosa fare. Ma la domanda che un osservatore si deve porre è se Veltroni è stato travolto da una crisi di leadership, o se invece si sta proponendo una crisi del progetto del PD. Penso che al PD non basti un nuovo leader: Veltroni, allora Sindaco di Roma, fu chiamato a salvare un progetto che stava morendo nella culla. E, col suo stile e con le sue idee, che nessuno ignorava, ha costruito un partito presidenzialista a sua immagine e somiglianza. Questo partito non è una sinistra che guarda al centro, ma una forza moderata in cui la base è di sinistra. Una forza che è stata travolta dal crollo dei mercati,m e che non ha saputo, a differenza dal ciclone Obama, comprendere la fase nuova in cui sui era entrati: che chiedeva più radicalità, meno moderatismo, una centralità delle questioni concrete (lavoro, salario, salute, sicurezza). La leadership del PD – tutta, anche chi ha criticato Veltroni – si è affannata invece tra un convegno della Confindustria e Leggi il resto di questo articolo »
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Da Epolis di oggi
I partigiani che liberarono l’Italia dal fascismo e i costituenti che redassero la Carta non potevano certo immaginare che, sessantacinque anni dopo, a difesa dei valori che loro avevano conquistato si sarebbe levato il leader della formazione politica erede del fascismo. Ma succede anche questo, nell’Italia in cui è scomparsa dal Parlamento la sinistra, e gli eredi della tradizione costituzionale appaiono impacciati e senza identità, come dimostra il pessimo compromesso tra il PD e il Governo sulla legge elettorale europea. A Berlusconi non si può rimproverare l’assenza di chiarezza: anche a lui forse , come ha detto Fini per l’irruento Gasparri, scappa talvolta la frizione. Ma il premier da anni aspira al Quirinale, non ne fa un mistero, e per arrivarci sogna l’investitura popolare e una nuova forma dello Stato, di tipo iperpresidenzialista. Niente di male: non faccio parte della schiera Leggi il resto di questo articolo »
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