Da Dazebao di oggi

Il successo di Frau Forza -Kraft, in tedesco- in Nord-Reno Westfalia è la prima vera grande sconfitta politica di Angela Merkel, e conferma che il vento, dopo il trionfo francese di François Hollande, è girato.

La linea rigoristica imposta dalla Merkel all’Europa non ha convinto i tedeschi: i quali non sono andati a destra, ma chiedono di fatto una politica più attenta alla crescita e all’equità, e una politica più europea. Invocavano una svolta in Europa, e piano piano questa si sta delineando.
La strada in Germania, per il cambiamento, è ancora lunga. E tuttavia la più antica e la più forte socialdemocrazia europea, quella tedesca, che nelle sue vittorie e nelle sue sconfitte ha segnato l’intero corso politico continentale, soprattutto nel secondo dopoguerra, torna prepotentemente alla ribalta. E’ come se francesi e tedeschi, le cui guerre hanno insanguinato per secoli le grandi pianure e colline europee, e che nel ‘900 sono stati protagonisti dei due più tragici conflitti contemporanei, dimostrassero insieme la consapevolezza che Nicolas Sarkozy e Angela Merkel avevano finito, blandendo gli interessi forti dei mercati e della finanza (che come dimostra l’osceno scandalo di JP Morgan hanno continuato a truffare e speculare sulle spalle dei popoli europei), col minare alla base l’intera costruzione comune. Fino al grande sogno di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene, di costruire un giorno, prima possibile, gli Stati Uniti d’Europa. Leggi il resto di questo articolo »

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Da Lettera 43 di oggi

Per il Partito Democratico si impone una riflessione non sbrigativa sul voto del 6 e 7 maggio. La si può e la si deve aprire proprio in quanto dal parziale turno delle amministrative viene fuori un terremoto politico, nel quale dei partiti rimane in piedi, pur con qualche ammaccatura, la casa PD. E inoltre perché negli stessi giorni si è votato in diversi paesi europei, a partire dalla Francia. In tutta Europa la crisi elettorale delle forze liberiste e moderate è clamorosa, e si aprono due strade: quella dell’affermazione, alle estreme, di componenti antieuropee e talvolta antidemocratiche, e quella di un nuovo ciclo socialista e laburista, di cui François Hollande è l’alfiere.

La crisi drammatica del vecchio centro-destra, sia nella componente leghista, sia, in forma più accentuata, in quella PDL ( su 95 amministrazioni uscenti di centro-destra, in 45 il PDL è già completamente fuori e in 29 è al ballottaggio in seconda posizione), apre un vuoto il cui unico precedente è il 93-94, quando scomparve il pentapartito. Al momento in direzione dell’astensionismo, ma presto quest’area chiederà di essere rappresentata. Da questo punto di vista, i movimenti di Pierferdinando Casini -la constatazione che il terzo polo non ha funzionato- e quelli di Silvio Berlusconi che, liquidando Angelo Alfano, ipotizza una federazione dei moderati, sembrano andare nella direzione di un Partito Popolare Europeo in Italia. E trovo che in questa prospettiva ci sia qualcosa di salutare e di auspicabile. Come si apre uno spazio di destra radicale, che può essere occupato dagli ex-AN e in generale dagli eredi del vecchio MSI. Leggi il resto di questo articolo »

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Da Dazebao del 7 maggio

I timori della vigilia si sono ben presto liquefatti. Ho votato, da cittadino francese, poco dopo le 9 a Piazza Farnese, e dall’affluenza si capiva che il momento era storico.

Il 6 maggio la Francia ha svoltato a sinistra, e per la prima volta dopo una lunghissima stagione, per l’Europa si apre un’opportunità nuova. Ha perso Nicolas Sarkozy: e cioè chi agli occhi dell’opinione pubblica, pur sostenuto da un imponente apparato finanziario, non solo non ha protetto la Francia dalla crisi, ma in modo arrogante e prepotente ha imposto, in accordo con Angela Merkel, una visione ottusa e ristretta dell’Europa, e ha tragicamente aggravato la crisi. C’è una relazione tra la sconfitta di Sarkò e l’avanzata delle forze più radicali e antieuropee in Grecia. Da Atene viene un risultato -con l’ingresso con percentuali elevatissime dei neonazisti in Parlamento- che racconta di cosa può produrre una gestione tecnocratica, algida e mercatista della crisi. Leggi il resto di questo articolo »

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Da Dazebao del 6 maggio

Il 6 maggio 2012 può diventare una data importante nella vicenda europea degli ultimi anni.

Era nell’ordine delle cose che, nelle battute finali prima del voto francese, tutto si facesse più incerto. La polarizzazione estrema dello scontro tra Nicolas Sarkozy e François Hollande sta mobilitando -vedremo fino a quale punto e con quali esiti- le zone più grigie dell’elettorato, più abituate o propense all’astensionismo. Rimango convinto che la vittoria socialista ci sarà, ma tutti gli interessi minacciati dalla forte caratterizzazione contro gli interessi finanziari che Hollande ha voluto dare alla sua sfida, e che hanno ridato vigore ed entusiasmo a un popolo disperso e diviso della sinistra, si stanno coalizzando. Con Hollande cambierebbe il corso della vicenda europea. E Barack Obama, che da solo ha dovuto affrontare la crisi mondiale, a fronte di di un’Europa ancorata a vecchie ricette liberiste e monetariste, avrebbe col Presidente socialista francese un autorevole leader col quale costruire un disegno comune. Leggi il resto di questo articolo »

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Dall’Unità del 30 aprile

Il bel voto francese per Hollande incoraggia tutte le forze che in Europa sono alternative alle destre liberiste, che con i tagli e la recessione hanno acutizzato la crisi.

In Francia la politica e i partiti non si sono tirati indietro di fronte alla crisi ma hanno aperto un salutare confronto democratico, mentre l’antipolitica ha rafforzato le destre.

In Italia, dopo circa sei mesi di governo tecnico, siamo invece sempre più impantanati, con politiche rigoriste e senza crescita, che dividono gli italiani, impoveriscono i lavoratori e i piccoli imprenditori e con un sistema politico fortemente discreditato. L’emergenza si è trasformata in pericolosa confusione caratterizzata dalla dannosa e non veritiera alleanza ABC, che mescola i responsabili della crisi e con chi si è battuto contro e ne vuole uscire con il cambiamento democratico. È il morto che afferra il vivo.

Per stare con credibilità nella fase politica è necessario rimarcare la nostra diversità anche con una risposta eccezionale del Partito Democratico di fronte all’emergere in forme drammatiche di una nuova questione morale. Siamo di fronte a una nuova crisi di regime, più grave di quella del biennio 92-94. Si saldano in un miscuglio potenzialmente esplosivo crisi sociale e crisi politica, con rischi seri per la democrazia. Leggi il resto di questo articolo »

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Oggi ho pubblicato questo commento

Le elezioni francesi sono diventate il passaggio più importante nella tormentata storia della crisi che, da più di tre anni, si è abbattuta sull’Europa. E non poteva che essere così. A Parigi, del resto, l’Europa è nata nel 1789 -nei suoi più profondi valori costitutivi-. Rivoluzione francese, rivoluzione industriale, movimento operaio e democrazie si sono tenuti in un unico filo, strappato da guerre, dittature, violenze, e riannodato in nome di un’idea di civiltà umana migliore. La fragile e un po’ barocca costruzione dell’Europa unita è sorta sulle macerie della guerra più distruttiva, e di fronte agli orrori spalancati dai cancelli di Auschwitz. Il manifesto di Ventotene, che riuniva tra i più coraggiosi antifascisti italiani, proponeva il grande sogno di un’Europa federale. Dopo l’89 -quando è crollato il muro di Berlino, e si sono aperti i cancelli dei gulag- si è coltivata l’illusione della fine della storia, del trionfo del Mercato senza controlli e delle sue taumaturgiche capacità regolatrici.

La crisi di questa impostazione ultraliberista ha investito in pieno una costruzione unica nella storia, quella di un’entità che batte moneta senza essere uno Stato. E il fiscal compact voluto dal duo Merkel-Sarkozy, accanto a cure da cavallo mai sufficienti imposte con imperio ai paesi dell’Europa Meridionale, rappresenterebbe l’esplosione definitiva del sogno europeo.

Ecco perché tutti i democratici e gli europeisti non possono non salutare con speranza la vittoria di François Hollande al primo turno delle presidenziali francesi, e auspicare, come sembrano indicare i sondaggi, la sua elezione a President de la Republique. E’ stata fin qui premiata una linea chiaramente alternativa alla grande finanza (“il mio avversario non ha nome, non ha volto, non si presenta alle elezioni, ma governa”, ha detto con efficacia Hollande quando ha avviato la sua campagna), che come primo atto chiede di riscrivere, cambiandolo sostanzialmente, il fiscal compact. Se Mario Monti si ostina a sostenere che non c’è spazio per politiche neo-keynesiane, di intervento pubblico nell’economia, François Hollande invece propone di farle massicciamente su scala europea, con gli euro-bonds e i project-bonds.

Le elezioni francesi consegnano una destra estrema, populista e xenofoba, ben oltre i livelli di guardia. Da vent’anni circa, in Francia, col Front National, in Italia, con la Lega Nord, e in tanti altri paesi quest’opzione, di critica da destra all’Europa, volta a rinazionalizzare tutte le politiche e a uscire dall’Euro, si è venuta affermando: ma mai come oggi, approfittando della crisi sociale e della delegittimazione dei partiti tradizionali, fa presa. L’antipolitica, per adoperare il termine in voga da noi, prende questa forma: e il rapido slittamento di Beppe Grillo da posizioni di estrema sinistra verso il populismo reazionario ne è una conferma clamorosa.

Allons enfants, del Partito Democratico e della sinistra italiana, allora! Non c’è da stupirsi se i grandi sostenitori del partito tecnocratico italiano -a partire dai più grandi quotidiani- bollino, leggo testualmente, i rischi di “deriva hollandiana del PD”. Ben venga questa deriva, perché vorrebbe dire uscire dalla paludosa trappola dell’ ABC -i vertici Alfano, Bersani,Casini voluti non si sa da chi per sostenere un governo che non ha per sua stessa dichiarazione una maggioranza politica- in cui il PD si è infilato incomprensibilmente.

Da mesi sosteniamo che il Partito Democratico deve avere un profilo riconoscibile e chiaro. Sembrava che, col fallimento del tentativo di forzare la mano sull’articolo 18 dello statuto dei diritti dei lavoratori, Mario Monti avesse regalato a Bersani l’opportunità insperata di divenire, agli occhi di molti, partito del lavoro. E invece, tra stop and go sul finanziamento pubblico e sulla legge elettorale, la confusione è diventata più grande di prima. Questa confusione, unita al crollo della credibilità di tanta parte della politica -a partire dalla Lega Nord-, spinge fasce crescenti di elettorato verso l’astensionismo.

E’ ora, dopo le amministrative -il cui primo turno coincide col ballottaggio francese-, di cambiare decisamente passo. Paolo Gentiloni dichiara che è una follia il voto a ottobre, che nessuno del resto propone. Penso invece che sia una follia procedere come si sta facendo senza una rotta precisa. La domanda, da fare a Gentiloni e ai vertici del PD, è un’altra: l’Italia, col Governo Monti, appoggerà Hollande nella richiesta di revisione della politica europea, e del fiscal compact, o appoggerà -come oggi fa il nostro Premier- Angela Merkel?

Hic Rhodus, hic salta: non a Rodi, né a Parigi o a Berlino, ma a Roma bisognerà dimostrare da che parte si intende stare in Europa.


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Da Lettera 43 di oggi

Non tutti i mali vengono per nuocere. Ci sarebbe molto da recriminare a proposito degli errori e delle leggerezze compiute dal Partito Democratico nelle settimane che hanno preceduto lo strappo compiuto da Mario Monti sull'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Ne avevamo gia' scritto su queste pagine. L'errore principale e' stato, a proposito del dibattito sulle foto ( quella di Vasto piuttosto che quella di Parigi), accettare la foto e l'incontro di Palazzo Chigi col premier, con Pierferdinando Casini e con Angelino Alfano. Quella foto ha trasformato agli occhi di molti il sostegno parlamentare ad un governo tecnico in una maggioranza politica. E Monti, col sostegno militante di un'Elsa Fornero in divisa da assaltatore dei Maro', ha giocato, com'era assolutamente prevedibile, la sua partita politica, da un lato coi mercati e dall'altra con l'opinione pubblica che non puo' piu' vedere i partiti.
Lo scacco era ben studiato: isolare la CGIL, e costringere il Pd a svoltare in senso moderato, accodandosi al nuovo pensiero unico montiano, forti del sostegno attivo della componente liberale del partito, che con Monti sta senza se e senza ma.
Ma la politica e' una cosa strana. Con la CGIL, criticata dalla FIOM per un eccesso di moderatismo, si sono ritrovate mnon solo la sinistra del Pd, ma, con Bersani, che ha trovato un vigore sconosciuto negli ultimi mesi, personalita' di primo piano  e di culture  diverse, da Massimo D'Alema a Rosi Bindi, da Dario Franceschini a Cesare Damiano, da Franco Marini a Pierre Carniti. Anche La Repubblica -come l'Ingegnere aveva anticipato liquidando nelle settimane passate la polemica sull'articolo 18- ha seppellito definitivamente gli ardori montiano delle prime settimane e da' voce in modo forte alle preoccupazioni sugli effetti devastanti della nuova norma in una fase di grave recessione dell'economia italiana. Poi è intervenuta la CEI e quindi la CISL, dopo che la UIL lo aveva già fatto, ha cambiato posizione. Leggi il resto di questo articolo »

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Da Lettera43 di ieri

La vittoria di strettissima misura di Fabrizio Ferrandelli, salvo improbabili colpi di scena nel riconteggio dei voti, dev’essere accettata in tutto il suo significato dal centrosinistra palermitano e nazionale. Non farlo -dopo la tragica vicenda delle primarie a Napoli, che ha portato alla dissoluzione di fatto del Partito Democratico e di altre forze della coalizione in quella città- sarebbe un colpo durissimo per chiunque crede nell’alleanza con tutte le forze della sinistra. Non si può pensare -per chi crede, come il sottoscritto, all’insostituibilità dell’accordo tra Pd, Sel e Italia dei Valori- che l’esito delle primarie funzioni solo quando vince un candidato espressione diretta di questo rapporto. Se i palermitani hanno scelto così, con una partecipazione massiccia, vuol dire che non è sembrata vincente la candidatura di una persona di straordinario spessore morale come Rita Borsellino. Ferrandelli, che dall’impegno contro la mafia viene, e che fino a poco tempo fa era l’astro nascente dell’Italia dei Valori a Palermo, esprime, per la giovanissima età e per la freschezza, un discorso sul futuro. L’ombra di Leoluca Orlando, con l’ossessione a reiterare all’infinito la battaglia di venti anni fa, in modo sempre più perdente e settario, ha pesantemente danneggiato e appesantito la candidatura della Borsellino, che del resto aveva già perso alle regionali. Leggi il resto di questo articolo »

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Il Gazzettino di oggi ha pubblicato oggi questa mia lettera

Gentile Direttore,

a vent’anni dalla scomparsa di mio padre, Gianfranco Folena, che dal 1956 al 1990 ha insegnato nell’Ateneo patavino, vorrei approfittare delle pagine del Gazzettino per sottolineare un tratto peculiare della sua personalità. Gianfranco Folena, toscanissimo di radici, ha avuto con il Veneto e con la sua cultura un rapporto speciale. Altri grandissimi toscani hanno coltivato una passione particolare per questa terra: da Giotto a Francesco Petrarca, morto ad Arquà, da Donatello, che per un decennio lavorò a Padova, a Michelangelo Buonarroti, che nelle sue fughe “politiche” da Firenze riparò sempre a Venezia, fino a Galileo Galilei che elesse per un lungo periodo Padova come luogo del suo studio e della sua ricerca. Ma, nell’epoca contemporanea, si fa più difficoltà a capire come mai un uomo come mio padre, che aveva vissuto un’infanzia orfano di madre e lontano dal padre, medico militare in servizio, spinto agli studi umanistici dall’amatissima zia Costanza Zanchi, professoressa di materie classiche al liceo; normalista a Pisa con maestri come Giorgio Pasquali e Luigi Russo, autodidatta in prigionia in India -insieme ad altri futuri intellettuali del secondo Novecento, da Ludovico Quaroni a Umberto Serafini- e poi, dopo la guerra, laureatosi con Bruno Migliorini a Firenze, abbia messo le radici a Padova, costruendo qui la sua carriera e la sua famiglia. E come mai abbia rifiutato in più occasioni cattedre prestigiose, per esempio a Firenze e a Roma, rimanendo in Veneto. Leggi il resto di questo articolo »

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Da L’Unità di oggi

Quello che colpisce della polemica di questi giorni non è la critica all’ipotesi di un partito socialdemocratico classico, che sinceramente si fa fatica a vedere in campo, ma è lo scandalo derivante dal fatto che qualcuno (e sono fra questi) si senta, da democratico, socialista, e apertamente sostenga che nel Partito democratico ci si possa dichiarare antiliberisti e critici del pensiero unico di questi anni. “Il mio avversario non ha volto, non si presenta alle elezioni, ma governa: è la finanza”, ha dichiarato François Hollande, che aspira con buone possibilità di successo a diventare Presidente della Francia. Sostenere queste idee, per i critici, vuol dire arroccarsi nel ‘900, e non essere moderni. Trovo invece terribilmente datata la posizione di chi ancora subisce il fascino del Mercato come luogo metafisico, in grado -se liberato dallo Stato e dal pubblico- di rispondere alle sfide terribili di questo tempo. “I santuari intoccabili che hanno bloccato l’Italia”, di cui parla Walter Veltroni, per me, sono i poteri finanziari, ed è quella grande area grigia di rendita che li collega all’evasione fiscale, alla corruzione, alle mafie. La diseguaglianza, la disperazione sociale, la paura di questo tempo non sono figlie del “conservatorismo” della sinistra, ma di un trentennio di liberismo sfrenato che ha incantato anche la sinistra. Che l’incapacità di innovarsi delle socialdemocrazie del 900 abbia lasciato un campo più aperto al modello liberista, è vero. Ma la medicina -dalla terza via blairiana al Neue Mitte- ha gravemente peggiorato la situazione. Leggi il resto di questo articolo »

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